04 agosto 2015

I fumetti, gli youtuber e i tempi che cambiano: roba per bambini!


Da qualche mese a questa parte sono tornato a leggere fumetti in maniera assidua. Ho praticamente ripescato una mia vecchia passione sopita da anni e ho cominciato a riassaporare un tipo di lettura che in passato mi aveva dato tante soddisfazioni. 
Ovviamente, dopo esser tornato a leggere, sono anche tornato ad informarmi. Questo significa fare domande al fumettaro, parlarne con amici che ne capiscono di più, fare ricerche su internet e spulciare forum, blog e l'ormai indispensabile youtube. Il bello è che leggendo, ascoltando ed informandomi mi sono reso anche conto di quanto le cose siano cambiate da quando leggevo fumetti con una certa regolarità all'incirca dieci-quindici anni fa. Ovviamente internet fa la differenza, ovviamente i fumetti sono cambiati, ovviamente sono cambiati anche i lettori. Solo una cosa sembra essere rimasta la stessa: l'idea che ha dei fumetti chi non li legge!

Prima di tutto però, chi è l'attuale lettore di fumetti? Credo esistano essenzialmente due macro-categorie: la prima è costituita dai vecchi lettori, la seconda dai giovani nuovi. I primi sono lettori che hanno cominciato da ragazzini e che leggono ancora oggi, i trentenni, i quarantenni e i cinquantenni di adesso. I secondi sono i ragazzi(ni) attuali, quelli che tra l'infanzia e la post adolescenza hanno iniziato a dedicarsi a questo genere di lettura. Sono rare invece quelle persone che, ad una certa età, cominciano a leggere fumetti.
Ovviamente non sto parlando di lettori occasionali, di quelli che nel corso degli anni un Diabolik, un Uomo Ragno o un Dylan Dog se lo sono pure goduto, forse a casa di un amico, forse perché all'autogrill non c'era altro. Parlo di lettori duri e puri, che il medium lo conoscono e lo apprezzano, che leggono per passione.
Il tipo di lettore però si distingue anche in base al tipo di letture. C'è chi legge qualunque cosa, chi solo manga, chi solo comics e chi segue solo il fumetto europeo o italiano. Un'ulteriore distinzione si potrebbe fare in base al tipo di lettura (gli argomenti, il target) o al genere: c'è chi legge supereroi, chi horror, chi fantascienza o sentimentali, chi fumetti storici o romanzi a fumetti. L'età del lettore è indicativa per capire cosa egli legga, ma non indispensabile. Non c'è limite di età, insomma, per poter godersi One Piece e non ce n'è per godersi Iron Man o Watchman

02 agosto 2015

The Taking of Deborah Logan e l'orrore dei volti


IL CINEMA HORROR INDIPENDENTE

Ho sempre guardato all'horror indipendente come ad una boccata di ossigeno. So di dire un'ovvietà, so di ripetermi e di ripetere quel che molti sanno e hanno detto meglio, ma è nel mondo del cinema indipendente che fioriscono le idee. E l'horror si nutre di nuove idee tanto quanti di quelle vecchie. Anzi, credo che il genere horror sia quello in cui più di tutti le nuove idee permettano una piena rielaborazione del passato in un'ottica presente e contemporanea. Che poi i film facciano cagare, che siano poveri, che riescano male non importa. Perché (ma non è una regola) il cinema indipendente non deve sottostare necessariamente alle mode, né al mercato, ed anzi le mode le crea e il mercato lo condiziona. Ripeto, al di là della qualità del film. 

Che poi, cinema indi non significa per forza cinema arrangiato, povero o amatoriale. Il cinema indi è quello che produce film non incanalati nel circuito della grande produzione, ma un film indipendente può esser prodotto da chiunque, anche dal vip di turno. E io ho sempre visto Bryan Singer come un VIP del cinema autoriale mainstream (I Soliti SospettiL'Allievo, Operazione Valchiria), poi "relegato" all'ambiente fantasy e cinecomics (gli X-Men cinematografici sono e rimangono una sua creatura). Quindi, nel 2014, vediamo Singer produrre un horror indipendente intitolato The Taking of Deborah Logan, girato dall'esordiente Adam Robitel. L'ennesimo mockumentary, l'ennesima sfida nell'inflazionato mondo dei film sulle possessioni. Due elementi che non incontrano il mio gusto al giorno d'oggi poiché credo che a tal proposito ci sia poco o nulla da aggiungere. Eppure si tratta di cinema indipendente, per cui vale quanto detto sopra, e in più io da questo genere di film non posso stare lontano: so che mi deluderanno ma li devo vedere lo stesso, non ci posso fare nulla. 

31 luglio 2015

Kristy (di Oliver Blackburn, 2014)


Ci sono film a cui ti senti legato al di là del loro valore. Film che magari non ti sono piaciuti più di tanto, che ti hanno lasciato freddo. Che magari ti hanno fatto perfino schifo o annoiato fino alla morte. Ma il tempo da valore a quella pellicola e la rivaluta in un'ottica nostalgica. Uno di questi film, per me, è Kristy, di Oliver Blackburn.

Ho guardato Kristy molti mesi fa, in lingua originale, in un altro tempo e un altro luogo. Potrei dire di aver visto questo film, per la prima volta, nel periodo più bello e più brutto della mia vita. Allo stesso tempo. Più bello perché nella visione accanto a me c'era la persona più importante, più brutto perché era già cominciato quel mio declino personale che è culminato poi in questo momento della mia vita, di cui ho già parlato e che sto lentamente superando. Non per raccontarvi ancora i fatti miei ma per farvi capire come sia la prospettiva da cui osserviamo le cose a determinarle. Perché Kristy, per me, all'epoca è stato un filmetto eppure oggi mi trovo a rivalutarlo.

Justine è una ragazza che, il giorno del ringraziamento, si ritrova sola all'interno del suo campus universitario. In uno dei momenti di libertà dallo studio, la ragazza si reca in un supermercato per improvvisare una cena del ringraziamento e lì incontra una strana ragazza incappucciata. Tornata nel campus, si ritroverà assediata da un gruppo di persone che sembrerebbe aver tutte le intenzioni di ucciderla. 

30 luglio 2015

Horsehead, un film pretenzioso


Se c'è una cosa che non accetto e mi infastidisce terribilmente è la pretenziosità. Non mi infastidisce l'incapacità, né l'eccesso. Non mi infastidisce chi ci prova e non ci riesce, chi ricerca una propria autorialità, chi sperimenta. Ma non accetto che qualcuno pretenda di essere un autore, di essere originale, di essere speciale a tutti i costi quando non ne ha la capacità. Quindi io, personalmente, di fronte ad un film come Horsehead di Romain Basset mi sono solo innervosito, andando avanti nella visione per inerzia, alla ricerca di uno spiraglio, di un'idea, di qualcosa che non dico salvasse ma almeno risollevasse un film vuoto, tutto estetica e pretenziosità, recitato da schifo (secondo i miei gusti) e con, a suo favore, solo due cose: il bellissimo lupo che accompagna la protagonista in alcune scene e l'attrice protagonista Lilly-Fleur Pointeaux, bellezza di razza.

Fin dalla sua infanzia, Jessica è stata perseguitata da incubi ricorrenti il cui significato le sfugge. Questo l'ha portata allo studio dei sogni e ad intraprendere un tipo particolare di cura (da filmscoop.it)

29 luglio 2015

Unfriended e il non horror definitivo della realtà 2.0


La realtà in cui viviamo è virtuale. Anzi, è la realtà 2.0, per rimanere in tema. Un mondo fatto di pixel, codice binario, video, social, skype. La realtà scorre sullo schermo di un PC ed è inutile prenderci per il culo, il virtuale si sta sostituendo (si è sostituito) al reale. Perché ormai i film si guardano on-line, la musica si ascolta on-line, le notizie si leggono on-line. Perché ormai, se non c'è il PC, c'è il tablet o lo smartphone e la rete è sempre lì, pronta ad accoglierci. Ho visto gente mandarsi messaggi di whatsapp dalla stessa stanza, amici seduti allo stesso tavolo ma concentrati ognuno sul proprio telefono e io stesso sono caduto nella trappola dell'on-line a tutti i costi e troppe volte. Perché on-line ci sono le risposte e non esserci equivale a ritrovarsi con una marea di domande, fuori dal mondo. Ormai c'è chi si rifugia nella vita reale perché quella virtuale fa schifo.

Ecco, è su queste basi che un filmetto come Unfriended ha senso e può considerarsi riuscito. un'iperbolico viaggio nel cyberpresente, con tutti i suoi limiti. Perché quello girato da Levan Gabriadze è l'horror contemporaneo definitivo, perfetto specchio dei nostri tempi, che ci piaccia o no, pur non essendo il primo horror a proporre un'idea di cinema on-line, in chat, con riprese in webcam. All'inizio c'è stato The Collingswood Story, nel 2002, che arrivò sulla scia rivoluzionaria di The Blair Witch Project e propose un horror non con le camere a spalla ma con le webcam, ambientato in una chat simil Skype. Un'idea che poi non fu più sfruttata a dovere mentre tutto il mondo sembrava ipnotizzato dal mockumentary e il found footage, con l'esempio del simpatico The Den (2013) a fare da rottura dopo il pessimo e quasi contemporaneo Smiley, fino ad arrivare al nostro Unfriended che però, rispetto al passato, osa un po' di più non proponendo semplicemente un horror in webcam ma un horror che sfrutta tutti gli strumenti della rete e tutti gli aspetti che questa realtà 2.0 offre.

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