23 maggio 2016

Outcast 01x01: A Darkness Surrounds Him (diretto da Adam Wingard, 2016)


Oggi non ci sarà la recensione che avevo programmato di Captain America: Civil War ma parleremo di Outcast, la nuova serie TV della Fox. Il primo episodio di Outcast, A Darkness Surrounds Him - in Italia Venite a Prendermi, è andato in onda in anteprima mondiale il 20 Maggio scorso avendo la Fox ha deciso di trasmetterlo in streaming gratuito sulla pagina Facebook ufficiale. Ideata da Robert Kirkman (il papà di The Walking Dead), Outcast è una serie nuova nuova, tratta dal comic omonimo di cui ho accennato qualcosa qui. E sebbene abbia deciso di non parlare più di singoli episodi di Serie Tv, questa volta faccio un'eccezione, sia perché si tratta di un'anteprima assoluta che attendo da più di un anno, sia per la modalità con cui la Fox ha deciso di renderla disponibile a chiunque e completamente gratis. 

LA TRAMA

Kyle Barnes (Patrick Fugit) è tornato da poco a vivere nella fittizia cittadina di Rome, della Virginia Occidentale. Ha un passato tormentato ed ormai "sopravvive" ai margini della società. Ma Kyle, nonostante il suo aspetto e lo stile di vita, non è una persona come tante: ha infatti il potere di scacciare i demoni dai corpi delle persone che possiedono. E userà questo potere per aiutare il Reverendo Anderson (Philip Glenister) e scoprire qualcosa di più a proposito degli eventi che gli hanno sconvolto l'esistenza fin da bambino.


IN POCHE PAROLE: horror, cupo, interessante (bisognerà attendere gli sviluppi futuri). 

IN PIU' PAROLE

A Darkness Surrounds Him, il primo episodio di una delle serie televisive più attese degli ultimi anni, è una vetrina particolarmente accurata non solo di quel che potrebbe divenire in futuro, ma soprattutto di quel che è già l'opera cartacea da cui è tratta: il fumetto. L'opera di Robert Kirkman era, infatti, nata pensando ad uno show televisivo e solo in seguito rappresentata sulle pagine del comic americano. E chi arriva dall'Outcast cartaceo dovrà fare i conti con una rappresentazione che (almeno per ora) lo ripercorre fedelmente, in certi casi addirittura scena per scena, vignetta per vignetta. 

Alla regia troviamo Adam Wingard, quello del - per me - mediocre You're Next e del figo The Guest. Il fighettino dell'horror indi americano, ancora una volta, dimostra di sapere muovere la macchina da presa, ancora una volta da prova di una di una buona capacità di regia quando ci si mette e lascia per strada le fighettinagini, E questa volta, su sceneggiatura del sapiente Kirkman, tira fuori un buon episodio, con alcune scene molto esplicite e una forza di fondo non indifferente, forse eccessivamente patinato per i miei gusti (ma siamo in TV e siamo alla Fox), forse più adatto a chi non sta leggendo il fumetto (la cui lettura, per sua natura, svilisce parte della visione).


Sebbene il pilota non possa (e non potrà mai, vedi proprio TWD) essere totalmente indicativo sulla futura strada che Outcast prenderà, per adesso soddisfa le aspettative, sia di chi è già lettore della storia, sia di chi si approccia a Kyle Barnes e alla sua maledizione per la prima volta. Tra le altre cose, credo che il coinvolgimento diretto di Kirkman possa rivelarsi un valore aggiunto, Sperando di non doverci sorbire un clone esorcistico de "i passeggiatori morti" e sperando che non venga snaturalizzata la controparte cartacea come avvenuto con The Walking Dead, sono convinto che questo A Darkness Surrounds Him abbia le carte in regola per inaugurare un nuovo fenomeno televisivo, non tanto per la popolarità quanto dal punto di vista qualitativo. Le carte in regola le ha: atmosfera, potenza visiva, appeal horror ma un certo gusto estetico addirittura popolare. Spero di non venire smentito, ma per saperlo ci tocca aspettare Giugno, e non sarà facile. 

Questo mi ricorda qualcosa però...

20 maggio 2016

Quel Bar Sotto il Ring (di Hugo Bandannas, 2015)

Quel Bar Sotto il Ring, di Hugo Bandannas. 2015.
Edito da Malavena Edizioni in formato eBook.

A volte leggi cose che vanno per i fatti loro, nel senso che non ti appartengono, sono mondi alternativi che caso mai sfiorano o si incontrano/scontrano con il tuo, hanno una loro storia e un loro percorso che definirei alieno. Ma le leggi comunque, perché una cosa effettivamente non sai di che natura è finché non te la vivi, e qualcosa ti lasciano, rielaborato dalla nostra realtà che la fagocita per non esserne fagocitata. Sono quelli i casi in cui una qualunque opera scritta - limitiamoci a questo, oggi - ti lascia qualcosa, non dico necessariamente qualcosa di positivo o negativo. Intendo un bagaglio accresciuto. E ciò non ha nulla a che fare con la qualità della cosa letta. 

Conosco Hugo Bandannas per vie virtuali da ormai... tanti anni! Non mi sono mai soffermato a definirlo, di certo non come persona, men che meno come "artista". E concedetemi l'utilizzo di questo termine: molti evitano di scriverlo associandogli chissà quale significato positivo, ma io credo non ci sia nulla di positivo nella parola artista. Non c'è nulla di positivo nel lavoro creativo, non c'è nulla di positivo nel lavoro in generale. Per questo, fermo restando che Hugo è un artista (nel senso più generico del termine) non ho mai perso tempo a definirlo nello specifico. E quando ho letto Quel Bar Sotto il Ring mi sono ritrovato con un romanzo breve che andava per i fatti suoi. Forse perché di boxe non so nulla se non quello che ho "imparato" guardando RockyToro Scatenato e tutto quel tipo di cinema, o leggendo Rocky Joe o ascoltando da bambino i racconti di chi di quel mondo aveva vissuto gli anni d'oro. Quindi, per me, è stato come entrare in una realtà alternativa. 

C'è da dire che, in Quel Bar Sotto il Ring la boxe è prima una scusa, poi un metro di paragone. Sicuramente una metafora. Perché Bandannas, attraverso le parole del suo personaggio/protagonista profeta the Marvelous, ci parla di vita di provincia, della provincia, dei sobborghi. Di musica e sport, di cosa voglia dire affrontare uno scontro e perdere, vincere, perdere di nuovo. Spiegandoci che non è vero che quel che non ti uccide ti rende più forte, non sempre almeno. The Mavelous parla e si lascia andare in un trip imprevedibile quanto un incontro di pugilato sul quadrato. Hugo si interscambia con il suo personaggio alter ego. Lui è uno che scrive sperimentando o sperimenta scrivendo, che cambia e racconta attraverso un flusso di coscienza allucinato che si alterna con vere e proprie inquadrature in soggettiva, creando veri e propri scambi e cambi, non so se da associare ai round sul ring o a una fusione fusion tra programma radiofonico, programma televisivo e, appunto, il romanzo tra Hemingway e Joyce. Sul limite del citazionismo estremo accompagnato dalla parola come colonna sonora in una sorta di progressive che vorrebbe essere jazz ma non ci riesce. Non che la cosa sia un limite, perché sperimentare vuol dire anche tentare e non riuscire o non tentare e tirar fuori qualcosa di sublime. 

Allora Quel Bar Sotto il Ring alterna la testimonianza flusso di un protagonista che guarda con sguardo perso al mondo limitato dai propri orizzonti e testimonia la propria verità profetizzando passato e presente. C'è poi l'autobiografismo che scaturisce dall'ovvietà di metterci se stessi in un'opera d'arte (ancora una volta, intesa in maniera neutra quale lavoro creativo), poiché qualsiasi cosa si racconti lo si fa con lo sguardo di chi scrive. E potresti anche ritrovarti in un viaggio allucinato perché il mondo tratteggiato da Hugo è alieno essendo un mondo filtrato. Ma, appunto, a volte leggi cose che vanno per i fatti loro e l'unica soluzione, quando le incroci, è viverle e provare a fagocitare, per uscirne con qualcosa in più. Quel Bar Sotto il Ring, quel qualcosa te lo lascia. Quindi vuol dire che, forse, ne vale la pena. 

18 maggio 2016

The Boy (di William Brent Bell, 2016)


LA TRAMA: Greta è una giovane donna americana dal passato burrascoso da cui tenta di fuggire accettando un lavoro nella piovosa Inghilterra, come tata del rampollo di un'attempata coppia benestante, i coniugi Heelshire. Il piccolo Brahms non è però quel che ci si aspetterebbe: non si tratta infatti di un bambino in carne e ossa ma di un bambolotto di porcellana a cui badare seguendo delle semplici regole. Una passeggiata insomma, se non fosse che la grande e isolata magione in stile vittoriano in cui si troverà a vivere, nasconde segreti che la giovane donna non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare.

IN POCHE PAROLE: stupido, mediocre, inutile.


IN PIU' PAROLE

Quella delle bambole (o bambolotti) maledette è uno dei topoi più inquietanti dell'horror cinematografico. L'inanimato che prende vita, ma soprattutto un evoluzione del mito del Golem, con la bambola effigie di noi stessi trasfigurati della nostra stessa innocenza, con quell'oggetto che da figura protettiva diviene doppelganger, doppio malvagio di un'umanità che continuiamo a percepire come il vero e unico pericolo.

In The Boy, facendo particolare attenzione alla sceneggiatura di Stacey Menear, sembra che gli intenti volessero essere proprio questi, facendo però un passetto in più, dando vita alla rappresentazione che fino ad ora si era sempre mantenuta metaforica.
Peccato che la regia di William Brent Bell, uno che bazzica l'horror da sempre con risultati tra il mediocre, lo scarso e l'insufficiente, metta questo interessante tentativo in secondo piano.


The Boy infatti è l'ennesimo film inutile, costruito sui soliti cliché, con le solite scene, i soliti jumpscare, i soliti trucchetti. Personaggi con azioni/reazioni ridicole, approfondimento psicologico basato sui soliti spiegoni e il solito procedere trito e ritrito dell'horror sovrannaturale a base di case infestate e bambolotti posseduti (?). Che a funzionare davvero bene sia il bambolotto Brahms è ovvio, perché i bambolotti inquietano a prescindere, soprattutto se inseriti in un contesti gotico come quello del film. Ma, ripeto, Brahms avrebbe funzionato anche in un monolocale in pieno centro o in una baracca nel bosco: è la bambola ad inquietare, non il film.

Poi, ad un tratto, si prova a traslare la metafora in rappresentazione reale-istica. C'è un colpo di scena, inaspettato ma funzionale, lo scossone funziona bene, sembra quasi che The Boy possa riservare una bella sorpresa, ma la speranza dura poche scene, poiché subito si ricade negli errori della prima parte. Praticamente si cambia genere, ma la sostanza rimane la stessa e The Boy resta un film insignificante ma non così brutto da risultare per lo meno divertente. Insomma, la solita mediocrità contro cui combatto da non ricordo più quanti anni.

16 maggio 2016

Punti di vista!


E ritorno, dopo un mese abbondante di assenza. Un po' perché ho avuto da fare, un po' perché solo il pensiero di tornare a scrivere per qualcuno mi dava la nausea. Suona persino strano specificare "scrivere per qualcuno", ma si tratta proprio di questo, soprattutto quando si tratta di blogging. Ma come si può scrivere per qualcuno che non vuole leggere? Scrivere per qualcuno che non ha voglia di aprirsi alle opinioni altrui, ma solo di esprimere la propria quasi fosse regola (legge) insindacabile?Cose che - per fortuna - non ho ancora riscontrato qui, tra gli altri blogger o utenti che leggono o commentano (casomai tra quelli che non leggono, troppo lunghi i post, troppo noioso farlo) ma che riscontro ogni giorno altrove, nella vita reale, con le così dette "persone normali" con cui discuti di cinema, serie tv o musica ma anche di politica, cultura, tecnologia, sui social (soprattutto) ma persino al supermercato, dove non necessariamente parli ma magari senti parlare, in quei posti/momenti in cui io non sono Frank ma più semplicemente Francesco. Ed è proprio in quei posti/momenti che mi parte l'embolo.

Perché i punti di vista dipendono dalla prospettiva da cui si osserva. Io li vorrei persino chiamare "punti di sguardo", poiché ho sempre trovato essenziale la differenza tra le parole "vedere" e "guardare". Se osservi una cosa da una prospettiva, apparirà in un certo qual modo. Se ampli le prospettive di sguardo, amplifichi i punti di vista e espandi le tue opinioni. Solo che sforzarsi, a volte, di mettersi nei panni altrui, abbandonando la sicurezza del proprio sguardo e concedendosi il lusso di pensare trasversalmente, è troppo complicato. Troppo faticoso. O semplicemente al di là della portata intellettuale di molti. Quegli stessi molti che poi criticano l'intelletto, la cultura o l'abilità altrui. Ma da quale pulpito viene la predica? Uno stupido non può fingere di essere intelligente e ce lo prendiamo così com'è, ma un intelligente che fa ripetutamente figure da idiota è inaccettabile. Perché il cervello va allenato al pari di qualsiasi muscolo e non farlo sacrificando la propria materia grigia in nome dell'accidia o semplicemente della pigrizia, sicuri della stessa che ci verrà in soccorso nel momento del bisogno come il più grande dei supereroi, equivale ad abbassarsi allo stesso livello di quegli idioti che non si perde occasione di criticare e prendere in giro.

Allora mi chiedo: che senso ha esprimere la propria opinione su qualcosa, quando questa verrà ripetutamente violentata dal pensare comune? Perché dovrei esprimermi su un qualsiasi argomento con l'unico risultato possibile di venire snobbato/criticato da chi quell'argomento si ostina a concepirlo a modo proprio, senza aprirsi ad altre possibili interpretazioni? Che senso ha divenire un outsider in nome della propria onestà intellettuale? Perché io dovrei mai piegarmi al punto di vista di persone o gruppi di persone ritenute migliori, più intelligenti, più acculturate, più brave e competenti di me se quello stesso punto di vista e viziato dall'arroganza e dalla sicurezza di essere nel giusto, che quel punto di vista sia il migliore?

Capirete allora che anche la voglia di parlare di un film, un disco, un libro o qualsiasi altra cosa viene meno, soprattutto quando posso impiegare lo stesso tempo per far qualcosa di meglio (per me, tipo lavorare o scrivere con profitto). 

Anche per questo ho deciso di prendermi un mese sabbatico. Di non scrivere più per gli altri almeno per un breve lasso di tempo. Cercando di capire. E mi è servito. Ho capito che scrivere in questo modo, in questo blog, mi è venuto a noia. Ho capito che scrivere per quei pochi che leggono (al di là del fatto che possano o non possano apprezzare) non mi soddisfa più, fatto in questa maniera. Ho capito che necessito di un cambiamento. Devo solo riuscire a definire i termini dello stesso. L'unica cosa che so è che non intendo smettere (mi dispiace per chi ci sperava), non intendo appendere la tastiera al chiodo. So (ne sono sicuro) che scrivere mi da ancora piacere e, scusate se è poco, si tratta dell'unico piacere veramente personale che mi posso ancora concedere.  

13 aprile 2016

Steve Jobs (di Danny Boyle, 2015)


A me Danny Boyle non piace. Sì, lo so, è dura trovare qualcosa o qualcuno che mi piaccia e in effetti mi sento spesso come uno di quei vecchi brontoloni che trova il pelo nell'uovo di qualunque situazione, persona, nomi, cose, città, animali. Ma per me la carriera di Danny Boyle (e il suo successo) è stata tutto un errore e non mi piaceva affatto l'idea che la regia del film oggi recensito fosse stata affidata a lui. Perché a me, stranamente, Steve Jobs è sempre piaciuto. Non l'ho mai considerato un genio, né un grande uomo: per me Jobs era un piccolo uomo in tutta la sua umanità, uno stronzo assoluto, bipolare, megalomane/egocentrico. Una di quelle persone che però ha cambiato il mondo attraverso folli visioni a cui nessuno avrebbe dato retta se non fosse stato per quel magnetismo che trasudava, per quel desiderio di rendere reale la propria immaginazione, di trasfigurare la realtà attraverso il proprio pensiero.

E' ovvio quindi che io non abbia fatto salti di gioa scoprendo che Danny Boyle era stato scelto per la regia di un film dedicato a uno dei miei miti, lo vidi come la classica persona in grado di rovinarmi la festa. Perché è strano, ma ad uno dei più influenti uomini di questo e del passato secolo, nessuno aveva ancora dedicato un film come si deve. Di certo non c'era riuscito Joshua Michael Stern nel 2013, perché il suo Jobs fu di una mediocrità imbarazzante. 
Per fortuna la sceneggiatura era stata affidata a Aaron Sorkin, colui che scrisse The Social Network nel 2010, biopic dedicato ad un'altra figura gigantesca e influente come Mark Zuckerberg. E infatti la cosa interessante di un film come Steve Jobs (2015) è la sceneggiatura che costringe l'opera in tre atti, con un'organizzazione della messa in scena quasi teatrale, in un dietro le quinte che accompagna Jobs pochi minuti prima di tre importanti presentazioni: quella del primo Macintosh del 1984, del NeXT Computer del 1988 e dell'iMac del 1998.
Quel che dovrebbe essere un biopic diventa così qualcos'altro, quasi la trasfigurazione di un personaggio in uomo, uno sviscerare elementi biografici attraverso la forma del dialogo, del botta e risposta, del logorroico scambio di battute alternato a flashback e intermezzi "informativi" con il riepilogo di comunicati stampa e strilli giornalistici. 

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