23 maggio 2015

Il caos può partorire una stella danzante


Le cose non vanno mai come vorresti. E questo è un dato di fatto, una cosa che tutti sanno, tutti ammettono, ma che nessuno comprende finché le cose non iniziano ad andare nel verso sbagliato. Non ci si può far nulla, si può solo piegare il capo, fermarsi e cercare di guardare la cosa da una prospettiva diversa. Che non è detto che debba essere la più giusta. Insomma, bisogna accettare e andare avanti, ma è più facile a dirsi che a farsi. Perché quando il mondo ti crolla addosso non ci sono cazzi che tengano: quel mondo non c'è più e tu rimani immobile tra le macerie senza aver ben chiaro cosa fare. 

Quel che deve seguire allora è la ricostruzione. Ma per ricostruire qualcosa, ripartendo da zero, c'è bisogno del giusto stato mentale, della spinta appropriata, degli strumenti adatti. E della convinzione che, se le cose sono andate male, di fondo siamo stati noi a sbagliare qualcosa. Lavorare su se stessi, in questi casi, è la base. Cambiare atteggiamento per cambiare i risultati. "Un cambiamento mantenendo un vecchio atteggiamento è un adattamento" dice una canzone dei Sottotono di tanti anni fa. Attuare un cambiamento mantenendo intatto il nostro modo di fare, il nostro modo di approcciarsi al mondo, la nostra visione del tutto, vuol dire ricadere in certi meccanismi. E se le cose sono andate male vuol dire che forse, in fondo in fondo, quei meccanismi sono sbagliati. Perché le cose non vanno mai come vorremmo ma questo non vuol dire che noi siamo costretti a subire senza fare nulla a riguardo. Che sia colpa nostra o meno. Se non si ha potere su quel che ci accade, ci rimane comunque il potere di reagire. Ma non è facile, ci vuole tempo e non è detto che alla fine ci si riesca. E' tutto un punto interrogativo. Tutto così confuso. Ma il caos può partorire ancora una stella danzante.




11 febbraio 2015

[Recensione] The Guest (di Adam Wingard, 2014)


A quanto pare il 2014 è stato un anno incredibilmente ricco di film interessanti, non sempre e necessariamente bellissimi, in alcuni casi sorprendenti. Ad esempio c'è The Guest, un film non particolarmente bello, direi per lo più figo, a tratti esaltante, dello spocchioso regista Adam Wingard. Quello di You're Next, per intenderci. 
Adesso, io credo che Wingard sia spocchioso l'antitesi di quel che cerco in un regista di genere. Perché pur non credendo neanche lontanamente nel binomio "artista"/umiltà sono convinto che l'autore/regista di qualcosa non si debba permettere di prendere in giro il fruitore.
Wingard invece, che artista non lo è nemmeno per sbaglio, non fa altro che ammiccare e costruire i propri film su un'idea di cinema derivativo, atteggiandosi e cercando di stupire. Sembra quasi il compagno di comitiva che non la smette mai di fare il figo. E a tutti i membri della compagnia piace da impazzire, tranne che a te. 

Eppure, nel 2014, Adam Wingard dirige questo The Guest assieme al suo sceneggiatore di fiducia, il migliore amico Simon Barrett e, cosa strana, gira un bel film, certo derivativo, ma sicuramente affascinante. 

Un soldato in congedo va a trovare la famiglia di un compagno caduto per adempiere alla promessa fatta a quest'ultimo prima della morte. Eppure David ha qualcosa di strano e forse non è proprio la persona che dice di essere. La cosa potrebbe diventare un problema per la famiglia Peterson, che decide di ospitarlo per un breve periodo. 

10 febbraio 2015

[Recensione] Berberian Sound Studio (Peter Strickland, 2012)


Andando un po' a ritroso nel tempo nel tentativo di recuperare qualche pellicola sfuggita alla mia attenzione, sono capitato dalle parti della Gran Bretagna, cosa che ultimamente sta capitando abbastanza spesso. Devo ammettere che il salto nel passato non è stato dei più lunghi, né profondi: mi è bastato scivolare fino al 2012 nella lista degli horror da recuperare, per venir rapito da un titolo sicuramente inusuale come Berberian Sound Studio, film del regista inglese Peter Strickland.

Anni '70: Gilderoy è un tecnico del suono inglese arrivato in Italia per per ultimare il mixaggio dell'ultimo film del regista Giancarlo Santini, un horror di serie B che ricorda non poco i lavori di Argento e Bava. L'aria che si respira però al Berberian Sound Studio non è delle migliori: il regista Santini appare come un idiota incapace, il produttore Francesco Coraggio è un despota volgare, la professionalità sembra latitare e lentamente il piccolo e timido Gilderoy sembra precipitare in un vortice di follia. 

Berberian Sound Studio non è un horror, Berberian Sound Studio non è un thriller, a conti fatti Berberian Sound Studio non saprei neanche come definirlo. Una produzione inglese girata in Italia con cast quasi esclusivamente italiano, una pellicola sperimentale, un dramma onirico, un'opera surreale: questo sì. Eppure non avrei altre parole per definire Berberian Sound Studio. Sinceramente non vorrei neanche parlare di questo film: non mi è piaciuto, l'ho trovato presuntuoso, pretestuoso e senza senso. Eppure mi ha dato alcuni elementi su cui riflettere e a distanza di qualche giorno posso dire che la visione di un film inutile come questo non è stata assolutamente inutile.

04 febbraio 2015

[Recensione] Big Hero 6 (di Don Hall e Chris Williams, 2014)


Non ricordo di aver mai parlato di un film d'animazione delle grandi major americane su questo blog. Forse perché non ho le competenze per parlarne, forse perché se dovessi scegliere preferirei l'animazione giapponese, forse perché non ne ho mai avuto voglia. Epperò questa non è mai stata una regola, anzi, di "cartoni animati" americani ne avrei voluti recensire un po', non so però perché non ci abbia mai provato. 
Se dovessi scegliere, io sceglierei Pixar tutta la vita, poi Disney (la Pixar è della Disney, ma vabbé) infine Dreamworks che, tranne rare eccezioni, mi fa cagare. Ce ne sono però di pellicole importanti di tutte e tre le case, diversissime tra loro, alcune assoluti capolavori. La Pixar poi, nel 2004, tentò anche la strada del superhero movie e lo fece con successo e forse (dico forse) senza quel bel film che si intitola Gli Incredibili nel 2014 non sarebbe mai uscito Big Hero 6, credo il primo film di animazione ispirato ad un fumetto Marvel (se sbaglio correggetemi) che però non coinvolge direttamente la Marvel Studios

Hiro Hamada, un giovane esperto di robotica, rimane coinvolto in un complotto criminale che minaccia di distruggere la frenetica e tecnologica città di San Fransokyo. Con l'aiuto del suo robot Baymax, Hiro unisce le forze con i suoi amici e forma una squadra di supereroi per salvare la città.

02 febbraio 2015

[Recensione] Italiano Medio (di Maccio Capatonda, 2015)


MOBBASTAVERAMENTE

Ho sempre pensato che il cinema di genere, in Italia, fosse morto. Oddio, a pensarlo non sono solo io, ma sta di fatto che il nostro paese, per anni sopravvissuto e reso grande dai film di genere, sia collassato in un'inutilità senza fine. Perché? Perché horror, commedia, thriller e poliz(iott)esco erano strumenti di analisi locale che si rivolgevano all'universale. Perché lo scopo non era fare ridere (o far paura) e rendere tutti felici e contenti ma penetrare la superficie, affrontare gli orrori e perdere, prenderci in giro senza scusanti, osservare il lato corrotto del nostro mondo. Soprattutto la commedia all'italiana (d'autore, sexy, demenziale) ci seppelliva con una risata, violenta e fragorosa. Una risata che ci lasciava esausti e conquistava anche il resto del mondo.
Peccato che poi, ad un certo punto, non siamo più stati capaci di ridere di noi stessi. Così sicuri che i nostri difetti, in fondo in fondo, sono facezie; pronti a prendere in giro tutti ma non osate farlo di noi. Incapaci di rivolgere lo sguardo ad un futuro che non fa ridere per niente. 
Non sto facendo la scoperta dell'acqua calda: le commedie italiane sono tutte uguali, la serializzazione della risata, i film di richiamo e bonari, leggeri, figli di quel fenomeno televisivo che nell'italietta di oggi è piccolo piccolo. Ma, soprattutto, la commedia italiana contemporanea non scava, non va a fondo, nemmeno ci prova. Ci rappresenta come bonaccioni che sì, sbagliano, ma chi se ne frega, tanto il nostro è un paese meraviglioso, tanto alla fine la lezione la capiamo. Perché siamo italiani. 

Anche la comicità non è più quella di una volta, vittima del tormentone, esemplificata per poter essere digerita dalla massa. Rassicurante nel suo essere becera. Comicità che prima ha conquistato la TV, poi colonizzato il web e (devo ammetterlo) molto spesso si è dimostrata adatta a quella dimensione. Fino a che non si è deciso di esportarla al cinema.
Ecco, il cinema. Quella dimensione dotata di un linguaggio proprio che deve essere rispettato, altrimenti non ci si capisce più nulla. Ed è al cinema che esordisce in questi giorni Maccio Capatonda.

Potrebbe interessarvi anche questo?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...