13 aprile 2016

Steve Jobs (di Danny Boyle, 2015)


A me Danny Boyle non piace. Sì, lo so, è dura trovare qualcosa o qualcuno che mi piaccia e in effetti mi sento spesso come uno di quei vecchi brontoloni che trova il pelo nell'uovo di qualunque situazione, persona, nomi, cose, città, animali. Ma per me la carriera di Danny Boyle (e il suo successo) è stata tutto un errore e non mi piaceva affatto l'idea che la regia del film oggi recensito fosse stata affidata a lui. Perché a me, stranamente, Steve Jobs è sempre piaciuto. Non l'ho mai considerato un genio, né un grande uomo: per me Jobs era un piccolo uomo in tutta la sua umanità, uno stronzo assoluto, bipolare, megalomane/egocentrico. Una di quelle persone che però ha cambiato il mondo attraverso folli visioni a cui nessuno avrebbe dato retta se non fosse stato per quel magnetismo che trasudava, per quel desiderio di rendere reale la propria immaginazione, di trasfigurare la realtà attraverso il proprio pensiero.

E' ovvio quindi che io non abbia fatto salti di gioa scoprendo che Danny Boyle era stato scelto per la regia di un film dedicato a uno dei miei miti, lo vidi come la classica persona in grado di rovinarmi la festa. Perché è strano, ma ad uno dei più influenti uomini di questo e del passato secolo, nessuno aveva ancora dedicato un film come si deve. Di certo non c'era riuscito Joshua Michael Stern nel 2013, perché il suo Jobs fu di una mediocrità imbarazzante. 
Per fortuna la sceneggiatura era stata affidata a Aaron Sorkin, colui che scrisse The Social Network nel 2010, biopic dedicato ad un'altra figura gigantesca e influente come Mark Zuckerberg. E infatti la cosa interessante di un film come Steve Jobs (2015) è la sceneggiatura che costringe l'opera in tre atti, con un'organizzazione della messa in scena quasi teatrale, in un dietro le quinte che accompagna Jobs pochi minuti prima di tre importanti presentazioni: quella del primo Macintosh del 1984, del NeXT Computer del 1988 e dell'iMac del 1998.
Quel che dovrebbe essere un biopic diventa così qualcos'altro, quasi la trasfigurazione di un personaggio in uomo, uno sviscerare elementi biografici attraverso la forma del dialogo, del botta e risposta, del logorroico scambio di battute alternato a flashback e intermezzi "informativi" con il riepilogo di comunicati stampa e strilli giornalistici. 

11 aprile 2016

Youth - La giovinezza (di Paolo Sorrentino, 2015)


Il mio rapporto con Paolo Sorrentino si sta facendo sempre più complicato ogni film che passa. Ovviamente le cose non sono sempre state così, credo che questa relazione complicata sia cominciata nel 2011 con This Must Be the Place, primo film interazionale del regista. E credo che il "declino" di Sorrentino sia iniziato proprio con questa pellicola. Ovviamente ho usato la parola "declino" di proposito, esagerando. Sorrentino, per me, rimane simbolicamente il più grande regista italiano contemporaneo. Solo che ho percepito (forse sbagliando, chissà) una certa megalomania negli intenti che lo spinge e lo porta ad esagerare. Non tanto da un punto di vista concettuale quanto da quello estetico. 

La cosa si è notata con La Grande bellezza, film vincitore del Premio Oscar nel 2014, dove però l'esagerazione si rivelava diegetica, necessaria, assolutamente imprescindibile al contesto narrativo. In quel caso gli intenti del regista si rivelarono palesi e, sebbene la cosa poteva o non poteva piacere, non era né opinabile né criticabile: La Grande Bellezza esiste in quanto tale. La stessa cosa però non si può dire dell'ultima fatica del regista, Youth - La giovinezza (2015).

In un albergo in Svizzera, Fred (compositore e direttore d'orchestra in pensione) passa le vacanze assieme a sua figlia/assistente e a Mick, regista ancora in attività, in procinto di terminare la sceneggiatura del suo ultimo film. Ma Fred e Mick sono vecchi e quell'ennesima vacanza sarà solo l'occasione per riflettere sulla loro vecchiaia e sulla perduta giovinezza.

03 aprile 2016

Addio Gato Barbieri (1932 - 2016) - R.i.P.

1932 - 2016
Quest'anno è un'ecatombe. Quest'anno il mio cuore si sta spezzando troppe volte. Miti che scompaiono, eroi che prima c'erano, ora non ci sono più, persone a me care, reali, che ho amato e che mi lasciano per sempre. E' terribile, mi fa sentire un perdente. Perché continuo a perdere qualcosa, ogni volta, dopo ogni morte celebre o personale che sia, per la malattia o per la vecchiaia. E certo, rimarranno nel mio cuore, ma non è (non può essere) la stessa cosa.

Oggi se ne va Gato Barbieri. Il sassofonista rimarrà per sempre ma l'uomo ci ha lasciati. Uno dei miei miti, uno di quelli che mi ha reso la persona che sono adesso. Perché lo ascoltavo, mi ha accompagnato al cinema, è stato uno dei motivi per cui ho iniziato a suonare il sax. Ho gridato il suo nome da ubriaco quando partivano i suoi soli, ho provato ad imitarlo, a suonarlo. L'ho ascoltato quando ero felice, mi ha fatto da colonna sonora quando ero triste, con il cuore a pezzi, quando non sapevo (non potevo sapere) se ce l'avrei fatta. Oggi se ne va un grande: del jazz, del pop, della musica in generale. Oggi se ne va un mito. Riposa in pace Gato... e grazie di tutto!

23 marzo 2016

He Never Died (di Jason Krawczyk, 2015)


Pollice: su (con riserva)

Guardare Henry Rollins in un film cucito completamente su di lui fa uno strano effetto. Prima di tutto perché non te lo aspetti, secondo perché poi ti chiedi come mai nessuno ci abbia mai pensato prima. Ovviamente Henry Rollins, per quanto grande sia, non sa recitare. Si è prestato al cinema un sacco di volte, ma non è un attore, non uno da reggere il ruolo di protagonista, almeno. Però il regista Jason Krawczyk, come ho già detto, cuce il film completamente su di lui e allora la funzione di Rollins all'interno di He Never Died acquisisce un valore assoluto. Perché quell'uomo è dotato di un magnetismo assoluto, animalesco, con quell'aria da pugile suonato a cui non daresti due lire e che invece, all'improvviso, si piazza qualche colpo ben assestato e abbastanza forte da mandarti K.O..

He Never Died è un film del 2015, una sorta di horror comedy ma anche un gengsta movie, un action in stile anni '90 ma in salsa sovrannaturale, un prodotto di genere che prende molto dalla commedia degli equivoci e la modella con attitudine folk. Sì, folk: qualcuno vedendo il nome di Henry Rollins in locandina, avrà pensato punk, ma quella è un'attitudine che rimane sua e si sposa perfettamente con il sapore di questo film, esasperando la sensazione di alienazione che il protagonista esprime.
Un uomo che, come dice il titolo stesso (facendo uno spoiler grande quanto una casa), non può morire e che si troverà al centro di una vendetta ordita da una banda mafiosa e con una figlia che non sapeva di avere. 

21 marzo 2016

The Hateful Eight (di Quentin Tarantino, 2016)


Pollice: su

Nonostante io sia un fan di Quentin Tarantino, non lo idolatro. Nel senso che è uno dei miei registi preferiti, ma non credo che ogni cosa che lui faccia sia il massimo. Mi piacciono tutti i suoi film e dico tutti, ma non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di esaltarli, neanche uno. Passo dal buono al bello al bellissimo ma non arrivo mai al "capolavoro". E quando mi sono ritrovato di fronte alla sua ultima pellicola, quella che in molti (tutti) hanno definito il suo film meno tarantiniano - ma che per me è l'apice di questa definizione - mi sono ritrovato con il diavoletto della noia sulle spalle che mi suggeriva cose ben poco lusinghiere su The Hateful Eight.

Poco fa ho usato il termine "tarantiniano" e questa non è la prima volta. Quando il nome di un regista diventa aggettivo, significa che il regista in questione è divenuto rappresentativo. Ma la stessa definizione di "tarantiniano" si è evoluta nel tempo, dagli anni '90 ad oggi. Perché in un primo momento ha sostituito quello di "pulp" (che il pulp in fondo chi lo conosceva? Nessuno!) per poi divenire significante a se. E dire che un film di Tarantino è meno tarantiniano di un altro a me sembra una sciocchezza assurda. Che poi, in The Hateful Eight c'è tutto quello che contraddistingue il cinema del suo regista: citazionismo estremo, eccessi visivi, eccessi verbali, violenza, scorrettezza. Anche dal punto di vista tecnico, siamo nell'ambito del tarantiniano, dal punto di vista strutturale, dal punto di vista concettuale. Tarantino è divenuto iconico rielaborando quel che iconico (almeno per lui) lo era già e The Hateful Eight non fa eccezione a questo processo: c'è il western, c'è il giallo, c'è lo splatter e c'è pure l'horror, tutto filtrato dall'ottica, dal cuore e dall'esperienza di Quentin che, prendendo questi ingredienti, ha creato un piatto che nessuno aveva mai pensato di cucinare. Nemmeno lui, prima d'ora, altrimenti non staremmo parlando di Tarantino.

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