15 settembre 2014

[Recensione] Necropolis - La Città dei Morti (di John Erick Dowdle, 2014)



PREMESSA

Dante è Dante è se le cose stanno così un motivo ci sarà. Perché, a volerla mettere in termini semplicistici, tagliando e incollando, arrivando a fare i sempliciotti che sintetizzano e si ostinano a vedere le cose da una prospettiva stretta (ma in un certo senso persino più concreta), Dante Alighieri ha scritto il primo vero capolavoro horror della storia. Forse l'unico, a conti fatti. Perché nella Divina Commedia ci sono tutti gli ingredienti giusti tra mostri, demoni, torture, fantasmi (?) e persino una certa dose di splatter. Dannazione e salvezza, rinascita e perdita, redenzione e oblio, storia e leggenda, politica e intrattenimento. Ed era il 1300, ed era un poema in volgare e la sicurezza (a posteriori) che niente sarebbe stato più lo stesso. 

Per questo è altri mille motivi Dante e la sua Commedia sono stati saccheggiati a oltranza, spesso senza cognizione di causa, da cinema e altra letteratura. Tra l'altro me lo aspetto - me lo sono sempre aspettato - un rifacimento, in chiave horror di questo capolavoro della letteratura mondiale (nostro, perché un tempo gli italiani lo sapevano fare meglio) sperando che qualcuno non l'abbia già fatto e che io non me lo sia perso perché, sono sicuro, si tratterebbe di un qualcosa di epico e inguardabile allo stesso tempo. 
Ma, dicevo, si tratta di topoi affermati, che Dante allo stesso tempo aveva preso e traslato ma che sono divenuti con lui prassi quasi accertata. 

IL FILM


Per azzaccare il film giusto bisogna prendere i giusti elementi e combinarli insieme nel modo migliore, ma anche questo a volte non basta. Certamente se sei un regista che sa quel che si deve fare e, soprattutto, come farlo, allora la strada è tutta in discesa. Se la produzione ti appoggia e i collaboratori sono professionisti, anche. Che la sceneggiatura sia scritta bene conta ma (nell'horror) abbiamo visto spesso come non conti poi così tanto, che la location sia quella giusta è un bel vantaggio. Ecco, la location. Un horror coi controcazzi è in grado di sfruttare la location e di trasformare un punto di forza in una carta vincente, ma un horror mediocre con una gran location si riesce a salvare in corner se la location è davvero grande. Questo è il caso di Necropolis - La città dei morti, film del 2014 frutto dell'ennesima collaborazione tra il regista John Erick Dowdle e il fratello sceneggiatore Drew. Due di cui ho già parlato poco tempo fa (andatevi a leggere la recensione di The Poughkeepsie Tapes), due che non sono di certo il punto di riferimento per l'horror contemporaneo, due che non sanno fare di certo grandi film. Eppure Necropolis, che nella sua mediocrità è un film da poco, sfrutta il punto di forza dell'ambientazione più qualche altro asso nella manica e riesce a non scivolare nel baratro del becero. 

Scarlett è una giovane archeologa che, per far avvereare il sogno/ossessione paterno, decide di scendere nelle misteriose e spaventose catacombe parigini alla ricerca della Pietra Filosofale. Ad accompagnarla il cameramen Benji, l'amico George e un gruppetto di francesi spericolati. Ma il viaggio nelle catacombe sarà anche un viaggio in loro stessi e nell'orrore... un viaggio all'inferno.

10 settembre 2014

[Recensione] Mud (di Jeff Nichols, 2012)


Il cinema indie. A volte ne parlano ("loro" che parliamo di cinema) ma non è facile giungere alle conclusioni e arrivare, finalmente, a definire cosa sia. Indie. Indi come indipendente, ovvio, ma se prima "indipendente" voleva dire semplicemente slegato da certe politiche aziendali o dalle major, adesso (da qualche anno a questa parte) quella indie è diventata un'attitudine che il cinema mainstream sta assorbendo suo malgrado. 
Pochi mezzi e tante idee. Spesso la possibilità di tradurre quelle idee in un film senza venire osteggiati o sviliti da chi mira soprattutto (e giustamente) al guadagno. Alla fine di questo si tratta: ottenere una libertà che "l'industria" non può concedere perché libertà può voler dire "rischio" e i rischi, quando ci sono i soldi di mezzo, sono difficili da prendere. Ma l'arte (anche se bisognerebbe usare questa parola col contagocce) merita di meglio, a volte. L'espressione umana lo merita di certo. 

Il festival cinematografico indipendente più importante al mondo è sicuramente il Sundance e i film presentati al Sundance Film Festival sono di sicuro quelli a cui guardo con più attenzione anno dopo anno. Ed era il 2011 quando, leggendo in giro, sentii parlare per la prima volta di Take Shelter e del suo regista Jeff Nichols, un ragazzo di trentacinque anni alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. Guarda caso, Take Shelter era stato presentato al Sundance proprio quell'anno, guarda caso il film ottenne la distribuzione della Sony Pictures e, guarda caso, noi che siamo i peggiori a riconoscere un buon prodotto, siamo riusciti a portarlo qui da noi solo due anni dopo. 

04 settembre 2014

[Recensione] Il Fuoco della Vendetta - Out of the Furnace (di Scott Cooper, 2013)


Basterebbero solo alcune scene per inquadrare un film come Il Fuoco della Vendetta - Out of the Furnace. Per raccontarlo. Come, ad esempio, il violentissimo incipit oppure quella in cui il regista Scott Cooper racconta parallelamente un viaggio in macchina dei fratelli Blaze, quello di Russel verso una battuta di caccia al cervo e quello di Rodney verso un incontro illegale di lotta. Nel farlo attraversano entrambi i boschi, ognuno in compagnia della propria figura paterna adottiva, e finiscono per scoprire la stessa cosa da due punti di vista completamente differenti: il primo la vita sotto forma di un cervo che decide di non uccidere, il secondo la morte.
Ma non si tratta dell'unica scena on the road del film. Anzi, per meglio dire i destini dei personaggi (protagonisti) di questo film sembrano decidersi proprio on the road, quasi ci fosse un significato nascosto celato da queste strade della provincia americana. Il significato della vita stessa. 

Dicevo, bastano poche scene per inquadrare un film come Out of the Furnace. Per capire la qualità di un regista come Cooper, al suo secondo film, dietro la MDP. Movimenti di macchina, background dei personaggi, azioni e conseguenze. Il tutto sorretto da quello che definirei "respiro del classico", perché proprio ad un modo classico di fare cinema si ispira e non solo per filosofia e intenti. Ad esempio, le citazioni di un classico come Il Cacciatore di Michael Cimino o il respiro di un qualsiasi film di Clint Eastwood. Senza fare paragoni stupidi, ovviamente.
Allo stesso tempo Il Fuoco della Vendetta non racconta niente di nuovo, né lo fa in modo nuovo. Il giovane (neanche tanto) Scott Cooper è stato evidentemente influenzato da una certa scuola di regia di cui l'ultimo esponente è David O. Russell, il suo obiettivo sembrerebbe quello non solo di raccontare storie ma, soprattutto, di raccontare personaggi e il mondo in cui questi vivono e si muovono, un'America che sembra aver chiuso a chiave il suo sogno in un cassetto. Allo stesso tempo però Cooper sembra avere assimilato un atteggiamento indi verso il cinema. Proprio perché il cinema indi ha affermato la propria visione dell'industria negli ultimi anni divenendone una realtà importante. 

27 agosto 2014

[Recensione] Liberaci dal Male (di Scott Derrickson, 2014)



QUESTA RECENSIONE POTREBBE CONTENERE SPOILER

Ralph Sarchie, poliziotto della NYPD, inizia ad indagare su una serie di efferati omicidi collegati da una matrice religiosa. Durante le indagini Sarchie collabora con un prete apostata, convinto che dietro gli omicidi ci sia il Diavolo e che il serial killer ne sia posseduto.

Partiamo dalla regia. Scott Derrickson. Quello che nel 2013 è uscito nei cinema (compresi i nostri) con quel gioiellino di Sinister. Gioiellino per gli standard dell'horror commerciale ma che, preso di per se, è semplicemente un filmetto accettabile con tantissimi difetti e con l'invidiabile capacità di mettere vera ansia. Quello che, prima del 2012, aveva girato quella roba immonda che è il remake di Ultimatum alla Terra (2008), quell'horror inutile - ma a molti è piaciuto - dal titolo L'Esorcismo di Emily Rose (2005) e il quarto sequel, più televisivo che cinematografico, dell'infinita saga di Hellraiser: Hellraiser 5 - Inferno (2000), neanche tanto brutto.
Scott Derrickson, che da sceneggiatore ha contribuito a Urban Legend Final Cut (brrrr) e a Devil's Knot - Fino a prova contraria. E se questo fosse un tribunale e l'ultima fatica del regista/teologo fosse sotto accusa, basterebbe 'sto curriculum a condannare un filmetto come Liberaci dal Male che, bisogna ammetterlo, almeno ci prova ma non ha le ovvie capacità per riuscirci. 

25 agosto 2014

Robin Williams Celebration Day: Jumanji (di Joe Johnston, 1995)


Quando Robin Williams è morto, è venuto a mancare qualcosa. Era il 12 Agosto e la notizia l'ho avuta di mattina, appena sveglio, come un  macigno che ti cade in testa. Una notizia in grado di rovinarti la giornata, la settimana, il resto del mese. Perché io (e tanti altri) amavamo Williams. Amavamo l'attore, il comico, il personaggio. Amavamo un pezzo di storia della nostra infanzia. Per questo, oggi che i blogger si riuniscono per parlare di lui, per celebrarlo, io ho scelto un film che è specchio soprattutto del mio passato. Qualcosa che non potrò dimenticare mai. 

Jumanji



Jumanji è un film del lontano 1995, io lo vidi con la scuola in un piccolo cinema della provincia, troppo piccolo per capire qualcosa di cinema, troppo impegnato a voler giocare, sognare e perdermi in quelle immagini in movimento. Una pellicola che, volente o nolente, è riuscita ad entrare nel mio immaginario come in quello di tanti altri bambini e ragazzini dell'epoca. Potere che ha esercitato comunque sul parte delle generazioni successive nonostante il peso degli anni e i limiti evidenti del lavoro di Joe Johnston (certamente non il primo della classe). 
Jumanji, in grado di divertire e spaventare, con quei bellissimi (e per l'epoca avanguardistici) effetti speciali della Industrial Light & Magic, con quel gioco magico (stregato) e l'immaginazione che diventa potenza, capace di manipolare la realtà e adattarla. Quindi il cinema come gioco che si sostituisce al reale, tremendo all'occorrenza, immenso e a tratti incomprensibile. E, in tutto questo, il percorso di formazione di un uomo/bambino vittima del gioco e della vita stessa, crudele ma meravigliosa allo stesso tempo.

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