18 agosto 2014

[Paesi Fantasma] Craco e il Ferragosto alternativo


Ferragosto alternativo, lontano dalle spiagge, dal mare e dalla folla, che a volte precipitare nulla solitudine di una terra bellissima ma ancor troppo poco considerata, in compagnia di amici e della persona che ami, può riservare delle vere e proprie sorprese.
Sorprese preventivate, a dire il vero. Per la maggior parte. Perché se lo scopo di questo insolito Ferragosto era quello di andar per luoghi alternativi (e bellissimi) alla ricerca del tempo e dello spazio che fu, c'è da dire che una sorta di preparazione psico-conoscitiva me l'ero già fatta: un tour virtuale risalente a qualche mese fa, un post sui luoghi fantasma in giro per il mondo che ha riscosso pure un discreto successo. Giro che non poteva far altro che passare per l'Italia, sempre più sul punto di divenire una nazione fantasma (ma lasciamo stare). E allora, con le spiagge coperte da sdraio, bambini e vomito secco, quale poteva essere la migliore alternativa in questo ferragosto estivo che poi tanto estate non è? Basilicata, neanche tanto lontano dalla Puglia, neanche troppo vicina una volta che ci si è persi in questo luogo fuori dal tempo, tra le colline gialle di grano e strade tortuose scavate nella roccia. 




Quando diciamo Basilicata, per lo più intendiamo Metaponto, Policoro, Matera e Potenza. Soprattutto Matera, che con i suoi "sassi" protetti dall'Unesco è divenuta patrimonio mondiale e meta turistica internazionale. E i Sassi di Matera sono sicuramente una delle cose più suggestive che vi capiterà di guardare se passaste da quelle parti. Non l'unica, ma sicuramente tra le più famose. 
Solo che, spingendosi a circa una quarantina di chilometri dal piccolo capoluogo di provincia (di più perché andandoci in macchina ci si perde), salendo a quasi quattrocento metri, c'è un altro posto che meriterebbe di essere sempre ricordato e, soprattutto, visitato: si tratta di Craco, il paese fantasma.

12 agosto 2014

R.I.P. Peter Pan


Praticamente la mia vita si sta decostruendo. La mia infanzia, soprattutto. Crescere può significare anche questo: perdere quelli che erano i punti di riferimento di un passato che non tornerà mai più, magari acquisirne di nuovi. Ma poi resta il ricordo, quello sì, una specie di calore quando ripensi a quel che è stato e alle figure che ti hanno accompagnato. Da bambino soprattutto, quando anche i nani ti sembrano giganti.
Per chi cresce con il cinema, un film, un personaggio, un regista o un attore possono essere punti di riferimento. Pezzetti immortali della propria esistenza, che la compongono e la arricchiscono. Sembra stupido, infantile e idiota, ma è così. E quando alcuni di questi pezzi iniziano a mancare viene a mancare anche quel qualcosa, una stella luminosa del passato che si spegne e lascia solo il vuoto.
Un vecchio attore che ti ha accompagnato dall'infanzia all'età adulta è come un vecchio parente, il vecchio prozio di cui la mamma ti ha sempre mostrato le foto, che vive in America o in Australia e che conosci anche se non lo conosci.  Non lo hai mai incontrato, mai scambiato una parola o una stretta di mano, ma lui ogni anno ti mandava un regalo di Natale o di compleanno e di quelle foto ricordi il suo sorriso o magari gli occhi gentili.

Io sono cresciuto con Mork & Mindy ed Happy Days. Un po' fuori tempo massimo, perché quando ero piccolo io quei telefilm erano già "vecchi". Eppure li guardavo la mattina quando mi svegliavo, prima di andare a scuola. O il pomeriggio, prima di studiare. E li adoravo.
Alle scuole medie ricordo che ci portavano al cinema, qualche volta. Io avevo più o meno undici anni e ricordo che una volta ci portarono a vedere Jumanji. Era un cinema piccolo e scomodo ma, cazzo, era un cinema. E Jumanji è stato uno dei primi film che ho visto sul grande schermo. Cose del genere ti rimangono nella testa, non le puoi dimenticare. Ti condizionano per il resto della vita. Come mi ha condizionato guardare ogni Natale, più o meno tutti i Natali, Hook - Capitano Uncino, dove per me ci sarà sempre l'unico vero Peter Pan. E avevo la videocassetta da bambino, e l'avevo consumata per quante volte l'avevo mandata in play.

Oh capitano, mio capitano.

Restano, quei pezzi. I volti. E sei così abituato a vederli che pensi ci saranno sempre, lì, per sempre. In fondo è vero, impressi sulla celluloide ma poi, quando succede che uno di questi venga a mancare, ti accorgi che non è la stessa cosa. E per ogni pezzo che viene meno è come se il tuo passato cambi. Si destrutturi. Non si tratta proprio di dolore, si tratta di altro.
E tu ci rimani di merda. Non lo conosci ma ci rimani di merda. Non avresti alcun motivo, in realtà, ma ci rimani di merda. Succede tante volte e più diventi grande più succede, ma tu continui a rimanerci di merda.
E tu, che mi hai fatto piangere e ridere, mi mancherai un sacco, davvero. Il Re Pescatore, Mrs. Doubfire, Patch Adams. Mi mancherai come mancano i miti di un passato che non tornerà mai più. Riposa in pace.

11 agosto 2014

[Recensione] All Cheerleaders Die (di Lucky McKee e Chris Sivertson, 2013)


LA DONNA NEL CINEMA HORROR

Se c'è una realtà che ha preso piede negli ultimi anni coinvolgendo il cinema di genere e non solo, è sicuramente l'horror "femminista". Un controsenso in nuce se prendiamo per buono il fatto che l'horror, più o meno dalle sue origini, è sempre stato un genere sessista che ha visto nella figura della donna un corpo da sacrificare sull'altare del maschilismo. 
Eppure l'horror femminista esiste, ha assunto una certa rilevanza e non solo grazie a registi donne che hanno scelto di mostrare la loro versione dei fatti ad un pubblico finalmente pronto ad assimilare il cambiamento ma travalicando il grande schermo, divenendo fenomeno pop su quello piccolo: un prodotto come American Horror Story ha imposto in TV la figura eroica di una donna non più vittima e di certo non poi così indifesa. 

In lungo e in largo, la figura della donna ha rubato spazio a quella machistica dell'eroe senza paura o a quella del cattivo più spietato: film come The Devil Reject, American Mary, Denti, Jennifer's Body ne sono la dimostrazione, sorvolando sulla qualità imbarazzante degli ultimi due. 
Certo, quando parliamo di horror femminista parliamo di piccoli passi nella giusta direzione, una sterzata rispetto al passato (non privo di esempi importanti) che se sfruttata a dovere potrebbe portare ad un vero e proprio capovolgimento, ma non è questo il luogo più adatto per parlarne, primo perché si tratta di un semplice blog, secondo perché non ho le competenze adatte per farlo in maniera esaustiva.


Se dovessi fare, però, il nome di due registi che più di altri (e più di tante donne) hanno rappresentato questo cambio di tendenza, parlerei di Neil Marshall e Lucky McKee. Due registi indi (il primo inglese, il secondo americano) che hanno posto al centro di molte loro opere la figura di una donna figlia della disperazione, pronta a rinascere dalla violenza e dal proprio sangue, certe volte rappresentazione di una forza primitiva, al di là del bene e del male. Anzi, a dirla tutta entrambi i registi sono riusciti a privare la figura della donna di quei connotati sessisti di per se, dotandola di una sensualità e femminilità conturbante, che trascende culi e tette e di cui molti altri registi, donne comprese, non sono ancora riusciti a liberarsi.

McKee in film come May, The Woods o The Woman, è stato capace di spogliare la donna da ogni cliché, di renderla libera e potente ma pur sempre donna, così distante nel suo universo da quello del maschio, pur sempre vittima di quest'ultimo (e del dolore) ma in grado di negare ogni presunta uguaglianza - la stessa presunta e tanto auspicata uguaglianza che, quella sì, trovo sessista e atta ad appiattire le differenze che ci rendono tanto distanti e così complementari - alla ricerca di quell'individualità che la rende unica.
Dirò di più, Lucky McKee ha sempre dipinto la donna come una creatura magica, con in se il segreto della creazione che le dona un potere (e una forza) sconosciuto al maschio. La donna strega (Heather Fasulo di The Woods), la donna/selvaggia rappresentazione della natura (The Woman), la donna/madre vittima e carnefice (May). Tutti elementi che ritroviamo nell'ultimo lavoro del regista, All Cheerleaders Die del 2013, remake del suo primo film low budget (2001) in compagnia del socio e collega Chris Sivertson, regista di quella chicca intitolata The Lost.


Peccato che All Cheerleaders Die sia un film che mi ha colpito poco e mi ha lasciato ancora meno, lontano anni luce dalla profondità di cotanta citata filmografia. La storia di Maddy Killian, insicura ragazza di 17 anni, e del suo piano per rovinare la vita a Terry, capitano della squadra di football. Per fare questo Maddy avrà bisogno dell'aiuto della squadra cheerleader. Solo che le cose non andranno come la ragazza aveva pensato... o forse sì?

08 agosto 2014

[Classifica] Cinema e Serial Killer: una Top 10


Ed eccomi come promesso a parlare di film dedicati a serial killer. Non necessariamente killer seriali realmente esistiti ma film dedicati a questa figura a metà strada tra tragisquallida realtà e il mito. 

I mostri sono predatori, credo che questo sia un dato di fatto. I serial killer (come già detto qui) sono dei mostri, i veri mostri, e in quanto tali sono predatori. I più letali al mondo, perché l'essere umano è l'animale più letale al mondo e questo per due motivi. Il primo, perché si tratta dell'animale più intelligente. Il secondo, perché si tratta dell'unico animale che uccide per il piacere di farlo. Il serial killer è quindi un predatore letale, intelligente, che idea strategie e uccide non solo per un bisogno biologico (la fame, il dolore, la follia) ma perché facendolo prova a colmare un vuoto e ottiene piacere. Non a caso il modus operandi della maggior parte dei killer seriali è rituale, non a caso il mostro spesso lascia la sua firma sul luogo del crimine, non a caso le sue azioni sono dettate da bisogni sessuali distorti. Il mostro in questione può essere selvaggio, sanguinario e spietato ma non agirà mai in modo sconsiderato, così da mettere in pericolo la propria "attività". Inoltre il serial killer, a differenza di qualsiasi altro "predatore", è in grado di essere machiavellico e depravato allo stesso tempo. Insomma, il serial killer non è solo un mostro reale saccheggiato dal cinema (e dalla televisione: American Horror Story, Dexter, True Detective solo per fare qualche nome) ma il mostro che meglio di tanti altri si presta al cinema, e non soltanto a quello horror.


Ora, la mia intenzione è quella di fare una classifica di film dedicati a S.K. reali o immaginari che siano. Ma visto il numero infinito di film del genere, farne semplicemente una dei miei film preferiti sull'argomento sarebbe stato impossibile. Quindi ho preferito entrare un po' più nel particolare, scegliendo pellicole che hanno affrontato l'oggetto in maniera più... particolare, osservando la figura del killer seriale da un punto di vista "differente", a volte inedito. Aggiungo che si tratta di una classifica puramente personale, giusto per spiegare determinate mancanze. Ma bando alle ciance e iniziamo:

07 agosto 2014

Cinema e Serial Killer


Nella notte ancestrale delle mie paure, mi capita spesso di chiedermi quale sia il motivo per cui ho guardato e guardo ancora tanto cinema horror. Quale sia il motivo per cui mi lascio travolgere e spesso deludere da un genere sempre sul punto di morire e collassare, che si adagia spesso e volentieri su livelli di bellezza infimi e tecnica non all'altezza. La risposta che mi sono dato è che, a distanza di anni, io cerco ancora da questo genere di film una cosa sola: lo spavento. Non uno spavento meccanico e ludico, però, bensì quel tipo di paura catartica che qualcuno confonde ancora con il masochismo: "ehi, ma perché vedi gli horror se poi ti spaventi? Sei scemo?". E' ovvio invece che, avendo paura di una finzione, si esorcizza la paura più grande e reale della vita e del mondo. Ma c'è anche dell'altro, ad un livello ancestrale. Si tratta della possibilità di attuare un transfer, di proiettare sul grande (o piccolo) schermo i miei terrori inconsci. E quindi di affrontarli in un analisi psicologica spesso automatica.

Non mi fanno granché paura i mostri, non di certo quelli che cinema e letteratura ci hanno propinato per tanti anni. Oddio, un Cujo mi annichilerebbe se me lo ritrovassi di fronte, ma non sognerò mai un Sanbernardo idrofobo che mi insegue, e dopo aver visto Lo Squalo per la prima volta ho avuto qualche problema a fare il bagno, ma non sono mai arrivato a perderci il sonno. Se parliamo poi di zombie, licantropi o vampiri, allora l'interesse si sostituisce al terrore. Basta che teniate i clown lontani da me e io sui mostri ci rido sopra, insomma. 
I fantasmi, al contrario, mi terrorizzano. Spiriti, demoni e il paranormale più sottile. Capirete allora come un "film" come Paranormal Activity, nella sua pochezza, abbia la capacità di farmi a pezzi. 
E infine ci sono i seria killer. Ecco, i serial killer mi spaventano e lo fanno perché sono reali. E film come quelli dedicati a loro attingono dalla realtà, pochi cazzi. E allora non si tratta di paura di fronte allo schermo. Si tratta di ansia, di un brivido che mi corre lungo la schiena, di debolezza nei confronti della realtà.

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