16 luglio 2014

I 5 luoghi più spaventosi (o inquietanti) del mondo


Il cinema dell'orrore è fonte inesauribile di paure. Anzi, no. Il cinema horror veicola le paure, amplificandole (spesso) e strumentalizzandole (ancora più spesso) ma, senza alcun dubbio, nel momento stesso in cui le amplifica se ne appropria. Si appropria di luoghi, miti, personaggi, leggende. Soprattutto di luoghi. Però (ce sempre un però, in questi post) la realtà può essere ben più spaventosa di qualunque pellicola dell'orrore. Un'ovvietà - basta guardare un telegiornale, leggere un giornale, internet o qualunque libro di storia per rendersene conto - eppure di questo spesso ce ne dimentichiamo. In fondo tendiamo a non badare a quel che abbiamo davanti agli occhi, soprattutto se si tratta di cose che possono spaventarci/infastidirci o inquietarci.

Detto questo, ce ne sono parecchi di posti veramente spaventosi, nel mondo. Io stesso, su Combinazione Casuale, ho parlato più volte di case infestate e luoghi - e città - abbandonati, di certo posti in grado di competere con la migliore ambientazione orrorifica. Eppure ci sono luoghi che più che paurosi sono veri e proprio centri di inquietudine e orrori. Posti divenuti tali non a causa di noncuranza o pregni di spaventose leggende ma che, per fisionomia naturale o grazie all'intervento dell'uomo, sono diventati terrificanti. E, permettetemi di aggiungerlo, anche incredibilmente affascinanti.


Ce ne sono tantissimo, dalla "porta dell'inferno" in Turkmenistanal (un cratere artificiale da cui fuoriescono vari tipi di gas a cui gli uomini tentarono di dare fuoco accendendo un fuoco che non è più possibile spegnere) al "cammino della morte" boliviano, una strada sospesa nel vuoto larga tre metri eppure a doppio senso, ma io ne ho scelte solo cinque. Cinque luoghi che vorrei tanto visitare ma che richiedono un bagaglio di coraggio non indifferente. Sempre che non siate cuor di leone che nulla temono e di nulla si spaventano. Cinque posti sparsi per il mondo che irradiano fascino spettrale e "infestati" da storie tutte da scoprire. Quindi questo post sarà un viaggio, un tour virtuale che magari vi spingerà a fare le valige e a partire. Oppure a restare ben lontani, al sicuro nelle vostre case. Chissà.

09 luglio 2014

[Recensione] The Double (di Richard Ayoade, 2013)


Il tema del doppio è affascinante. Inutile negarlo, altrimenti non avrebbe infestato tanta letteratura, tanto cinema ma, in un certo senso, un po' tutte le arti. Il doppio nella mitologia, il doppio nelle leggende metropolitane, il doppio nella psicologia, nel teatro, nella cronaca. Il doppio come presagio di morte per le culture antiche, il doppio (doppelgänger) nella cultura tedesca, sosia malvagio e spesso opposto alla psicologia dell'individuo. Ma anche il doppio come simbolo, rappresentazione, sdoppiamento psicologico conosciuto in termini tecnici anche dalla psichiatria moderna.

Il tema del doppio ha ispirato chiunque: artisti figurativi, grandi nomi della letteratura mondiale e di genere, narratori pop e registi più o meno famosi, più o meno a noi contemporanei. Volendo fare un nome a caso (ma poi non tanto a caso) potrei citare Fëdor Dostoevskij, lo scrittore russo che nel 1846 pubblicò sulle pagine della rivista Otečestvennye Zapiski il romanzo Il Sosia, storia di un membro della burocrazia nella Russia zarista che, ossessionato dalla propria inettitudine e dall'amore segreto e impossibile per la figlia del proprio superiore, scoprirà l'esistenza di un sosia identico a lui persino nel nome che lo comincerà a perseguitare e si rivelerà il suo opposto e il suo antagonista, nonché la sua rovina sociale.

Cito il romanzo di Dostoevskij non solo perché si tratta di uno dei più alti esempi del tema del doppio nella letteratura ma, soprattutto, perché ad esso si ispira la seconda prova cinematografica di Richard Ayoade (regista e attore britannico) intitolata The Double (2013). Un film dal cast d'eccezione nonostante il budget ridotto (Jesse EisenbergMia Wasikowska) che richiama alla memoria non solo l'Eraserhead di David Lynch per la sua ambientazione post industriale ma anche il cult Brazil di Terry Gilliam trattando il tema della burocrazia asfissiante in un mondo distopico dai colori spogli e dark. 

26 giugno 2014

[Recensione] The Sacrament (di Ti West, 2014)


Parlando di horror indi americano il primo nome che faccio spesso è Ti West. Un signor sconosciuto, uno che ha diretto però due tra le pellicole che ho trovato più spaventose e meglio riuscite degli ultimi anni: The House of the DevilThe Innkeepers. Quello che aveva preso in mano il progetto Cabin Fever 2: Spring Fever per poi abbandonarlo (in seguito ad attriti con la produzione) e lasciarlo andare alla deriva. Quello che si era accostato al found footage cercando di dargli una una "consacrazione" indipendente attraverso il manifesto antologico V/H/S senza però riuscire a lasciare il segno. Quel che ha fatto di veramente importante per la sua carriera, Ti West con V/H/S, è stato affiancarsi ad altre voci (e visioni) indipendenti americane, associando il proprio nome a personaggi come Brad Miska (l'attuale direttore della rivista/sito web Bloody Disgusting), Joe Swanberg ma, soprattutto, Adam Wingard ovvero il regista di You're Next.
Da qui parte poi una sfilza di nomi tutti legati a filo doppio tra loro e potrei citare Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (i registi de La Stirpe del Male), Simon Barrett (sceneggiatore e attore), Jason Eisener (di cui aspettiamo ancora un lungometraggio), Simon Rumley solo nel tentativo di fare qualche nome. In altre parole, i Mumblegore.

Parliamo quindi di un gruppetto che, lentamente, sta provando a conquistare un'importante fetta di mercato cercando, allo stesso tempo, di mantenere intatta la propria attitudine indi. Due cose difficili da fare già prese una alla volta, soprattutto quando parliamo di sfornare lavori di un certo livello qualitativo. Qualità che, fino ad ora, è sicuramente venuta a mancare e, mi dispiace dirlo, non troviamo nemmeno nell'ultimo lavoro di West, il tanto atteso The Sacrament presentato il 3 Settembre scorso al Festival di Venezia. Film in cui, quasi cercando di dare continuità formale al proprio lavoro, sceglie la strada del found footage e del mockumentary. Scelta che non è sbagliata di per se ma che si rivela catastrofica nel momento in cui West dimostra di abbandonare la propria continuità stilistica e tematica, dando vita ad un lavoro anonimo e assolutamente mediocre.

19 giugno 2014

La paura, l'horror e... Paranormal Activity (Parte 4)


Le ultime tendenze dell'horror contemporaneo sono state (e sono ancora) senza ombra di dubbio il found footage e il mockumentary. Due modi, che spesso coincidono, di far soldi vendendo al pubblico ciò che il pubblico stesso si aspetta, la sensazione di calarsi nel film stesso attraverso l'unico organo realmente coinvolto e realmente coinvolgibile (in attesa di nuove tecnologie), ovvero l'occhio umano. E' un po' quello che l'industria ha sempre tentato di fare con lo sviluppo della tecnologia 3D, ma al contrario: provare a coinvolgere lo spettatore non attirandolo nel film ma spingendo il film stesso nella terza dimensione, nel nostro "mondo". Mentre quello di cui voglio parlare oggi parte dal presupposto che la soggettiva di una camera da presa possa coinvolgere lo spettatore portandolo all'interno del film e che un documentario spacciato per vero possa trasformare la finzione stessa in realtà.

Eppure credo sia meglio chiarire di cosa parliamo quando vengono fuori questi due termini: found footage e mockumentary.

Il primo, lo dice il nome stesso, è un filmato ritrovato ma, in ambito cinematografico, indica quei film realizzati con una pellicola preesistente, attraverso video ritrovati che poi vengono montati e proposti al pubblico. Video di videocamere private, di cellulari, camere di sorveglianza, nastri abbandonati, pellicole professionali inediti. Tutto materiale di terze parti, di seconda mano, poi rielaborato e riproposto a mo' di collage o di ricostruzione storica. Una tecnica vecchia quanto il cinema utilizzata spesso da videoartisti e videomaker underground ma che è stata spesso utilizzata come pretesto cinematografico per proporre video falsi ma spacciati per veri, per dare veridicità ad una pellicola, per colpire lo spettatore al basso ventre facendogli credere che l'incredibile sia possibile e l'impossibile probabile.

10 giugno 2014

[Recensione] Maps to the Stars (di David Cronenberg, 2014)


David Cronenberg non è più Cronenberg o forse non lo è mai stato. Perché passando da un film all'altro, da una fase all'altra, il Canadese si è evoluto/trasformato rimanendo sempre se stesso, passando dalla sua poetica in embrione al compleanno della Nuova Carne, dall'analisi della stessa alla sua evoluzione psico-fisica e, in seguito, metaforica. Passando, nel frattempo, da uno stile all'altro, da un budget all'altro, dalla serie B molto più vicina alla Z fino al cinema più impegnato (M. Butterfly, Crush) e poi più (o meno) commerciale di A History of Violence e La Promessa dell'Assassino. Per finire, negli ultimi anni, nella trappola di un qualcosa di obliquo e sfuggente, difficilmente inquadrabile persino come made in Cronenberg. Ovviamente sto parlando di A Dangerous Method e Cosmopolis, ma anche del nuovo Map to the Stars, ultimo (per ora) capitolo di un ultima fase a braccetto della Prospero Pictures, l'UFO da cui l'alieno Cronenberg può osservare e permettersi di criticare la patria che lo ha adottato (in questo caso definitivamente) ma che lui non ha mai smesso di considerare (probabilmente) una matrigna.

La famiglia Weiss, della California del sud, Sta vivendo il famigerato sogno americano. Sanford Weiss è un famoso terapista televisivo, sua moglie Cristina Weiss si occupa della carriera del figlio Benjie, giovane star della TV. La coppia ha un’altra figlia, Agatha, che a insaputa di tutti è appena tornata in città, misteriosamente sfregiata. Agatha stringe amicizia con un autista di limousine e diventa l’assistente personale di Havana Segrand, un’attrice ossessionata nel voler interpretare il ruolo che fu della madre nel remake di un grande film del passato. Madre che, in qualità di fantasma, continua a turbare la sua vita.

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