22 luglio 2016

Bud Spencer Day - Lo chiamavano Bulldozer (di Michele Lupo, 1978)


Quando Bud Spencer è molto, ho salutato un altro pezzo di infanzia. E poi ho pensato: l'età adulta fa schifo. Sì, fa schifo. Fa schifo dover dire addio al bambino che ero e guardarlo morire - metaforicamente - pezzo per pezzo. Fa schifo il tempo che passa e che non lascia scampo. Il mio tempo e quello dei miei eroi. Mano a mano che loro muoiono (come è anche naturale che sia), il tempo di quello che ero viene meno. Alla fine, inutile piangersi addosso, l'unico modo che resta per neutralizzare - in parte - questo processo è "celebrare". 
Anche per questo oggi celebro, assieme agli altri colleghi blogger, Carlo Pedersoli, morto il 27 Giugno scorso. E parlo di un suo film meno in linea, rispetto ad altri, con il cinema che ha contribuito a rendere grande. Sto parlando di Lo chiamavano Bulldozer, del 1978

Addio Bud, questo post è per te!

Bulldozer, ex giocatore di football americano, finisce nel porto di Livorno con la sua barca in avaria. Qui incontra una vecchia conoscenza, il sergente Kempfer, a capo di un gruppetto di militare nella vicina base USA. Non intenzionato a far ripartire il vecchio rivale per una vecchia scommessa finita male, Kempfer sfida Bulldozer e un gruppetto di ragazzi locali ad una sfida a football americano. 


Nella mia mente non posso che associare il mitico Lo Chiamavano Bulldozer ad un altro film che Bud ha girato con Lupo e lo stesso identico staff circa quattro anni dopo: Bomber. Le analogie tra le due pellicole sono impressionanti: struttura quasi identica, stessa commedia a tema sportivo, stesso ruolo per il nostro eroe, protagonista burbero, dal passato di sportivo tormentato, dal cuore grande, che fa il culo ai cattivoni americani in terra nostrana. Stiamo parlando praticamente dello stesso film, con personaggi diversi e sport diverso. A differenza del successivo Bomber, però, ho sempre attribuito a Lo Chiamavano Bulldozer uno spirito più selvaggio, magari più dozzinale ma assolutamente più sincero. Il passato da sportivo di Carlo Pedersoli fa il resto, con un'ambientazione (ancora una volta) costiera, col mare che ricorda quasi i suoi trascorsi da nuotatore e pallanuotista. Forse sono fisime mie, ma ho sempre visto nel mare una componente essenziale di questi film e di quello recensito oggi in particolare.


C'è inoltre, ovviamente, la figura che Bud Spencer incarna, quello di gigante buono, di risolutore, di forza della natura che aiuta i più deboli a risollevarsi dopo le angherie dei più forti. Deboli che ricordano, alla lontana, il sotto proletariato di Pasolini ma in chiave più americaneggiante, in puro stile Lupi: i riferimenti alla commedia americana di Landis a Clark (gente che, guarda un po', ha fatto cinema di genere a tutto tondo, scivolando spesso e volentieri nell'horror) sono secondo me evidenti, con lo spirito goliardico che li accompagna. Riferimenti fusi al lato sportivo che ricorda, sempre alla lontana, Quella sporca ultima meta di Robert Aldrich, con le contaminazioni tra generi che secondo me fanno sempre tanto bene al cinema. Senza per questo mai rischiare di snaturalizzare un regista per me importantissimo e originale quanto il nostro, secondo me, è stato. 
Gigante buono, dicevamo, che dietro l'aspetto burbero nasconde un cuore grande. Gigante tormentato che alla fine trova il riscatto. Gigante forte che diventa il centro del riscatto di ragazzi senza speranza, più furbi che violenti. La violenza che viene cartoonizzata, che c'è sotto forma di botte da orbi ma che rappresentano uno strumento di difesa quando non si è in grado di rispondere alla goliardia degli scherzi.


Alla fin fine Lo Chiamavano Bulldozer è una commedia sportiva, sì, ma è la commedia di una volta, quella senza volgarità, con la violenza mai veramente violenta, con una morale. Un tipo di cinema "formato famiglia", che accontenterà i più grandi e piacerà ai più piccoli. E farà crescere una generazioni di giovani che ora sono un po' meno giovani e che ricordano ancora Bud Spencer come il loro eroe, come lo zio gigantesco e buono, come il gigante che punisce i più cattivi a suon di schiaffoni e cazzottoni divertenti. Non ti dimenticheremo mai, sappilo! Addio Bud Spencer, beans will never end...

WhiteRussian - Bomber
Cuore di celluloide - Lo chiamavano Trinità 
Director's Cult - Io sto con gli ippopotami
GiocoMagazzino - Il soldato di ventura
In Central Perk - Cantando dietro i paraventi
Il Bollalmanacco - Non c'è due senza quattro
Pensieri Cannibali -  The Nice Guys 


19 luglio 2016

Notte Horror 2016: Frailty - Nessuno è al sicuro (di Bill Paxton, 2001)


Eccoci qui, fa caldo ma poteva andare peggio, è estate ma passerà presto (si spera), perché io odio l'estate. Non è sempre stato così però. Un tempo l'estate mi piaceva. Per vari motivi, tanti, i soliti da raccontare più uno, ovvero le nottate di film horror con le finestrone aperte e le luci tutte spente in casa, in attesa del film(accio) di turno da guardare su Italia 1.
Sono passati anni da quei momenti estivi tanto attesi. Anni che sembrano secoli. Ma oggi, nell'era di internet, sul web si ripropone la magia di quelle serate afose davanti la tivù. A farlo ci pensano i vostri cari blogger con la Notte Horror della blogosfera. Iniziativa giunta alla sua terza edizione, la prima a cui partecipa Combinazione Casuale. Per farlo però, io ho deciso di rivolgermi non ad un cult, non ad un classico, non ad un trashone delle decadi più proficue in campo di cinema dell'orrore, ma ad uno di quei piccoli cult di inizio millennio, uno di quei film sempre poco considerati che però, mamma mia, i brividi quando li vedi. Nel caso particolare, ho deciso di rivolgermi a Frailty - Nessuno è al sicuro, l'esordio alla regia di Bill Paxton nel 2001


L'agente Wesley Doyle sembrerebbe in un vicolo cieco riguardo le indagini sul celebre serial killer texano noto come Mano di Dio. Una sera compare di fronte a lui Fenton Meiks, che sostiene di conoscere l'identità del mostro: è suo fratello Adam, plagiato fin nella più tenera età da loro padre, convinto di uccidere demoni dell'inferno travestiti da esseri umani.

In un certo senso Frailty arriva in quel periodo del cinema horror in cui il solito giochetto "tutto vero/tutto falso" non era ancora riuscito a stancare. Perché funzionava ancora. Per questo il film di Paxton riesce benissimo ad apparire come un thriller per tutta la durata della pellicola, con la figura di un serial killer sviscerata dalle parole di suo fratello attraverso il racconto della loro infanzia. Per come viene gestito, lo spettatore non viene annichilito dal dubbio che quanto stia guardando sia vero oppure no, anzi, la prospettiva da cui la storia viene proposta fa pensare subito ad una storia di follia e violenza come potrebbe essere un qualunque fatto di cronaca attuale. Nonostante ciò, Frailty ha diverse carte da giocare, sfruttando l'incapacità dello spettatore di sospendere l'incredulità sempre e comunque, mantenendosi sul filo del rasoio senza cadere nella banalità e usando la violenza con abilità, senza diventare mai troppo estremo in una rappresentazione della pazzia volgare. Anzi, dalle diverse scene, dalle diverse azioni a cui i personaggi sono "costretti", traspare un dolore puro, quello di chi è convinto di essere dalla parte del giusto e per questo deve fare qualcosa che agli occhi degli altri appare sbagliata, amorale, terribile. 


Ovviamente però, Frailty è un horror che riflette sul concetto di follia intesa come capacità di guardare al di là delle apparenze in una realtà che sulle apparenze si basa, che sfrutta le maschere. E' un film sulla solitudine che questa "pazzia" porta, che ti estrania dagli altri rendendoti, appunto, estraneo tra i tuoi simili. Che alla fine ti spinge a fare quello che nessuno potrà mai ritenere giusto. I giovani Fenton e Adam non possono osservare il mondo dalla stessa prospettiva di loro padre perché lo sguardo di loro padre è unico e, nella sua unicità, diverso. Così ti rende la pazzia, al di là del suo sfociare in psicosi. Quel che viene dopo, la violenza, gli omicidi, l'orrore, sono diretta conseguenza dello stato alterato di coscienza, lo stesso che eleva certi individui. E' qui che viene giocata quindi tutta l'ambivalenza realtà/allucinazione: si tratta di una verità rivelata ad un prescelto o la follia che prende forma attraverso gli occhi allucinati di un'uomo affetto da una malattia? 
Essendo però il punto di vista spersonalizzato, esterno seppur interno ad un contesto, Paxton può giocarsela bene facendo sentire lo spettatore quasi al sicuro. Il tutto per arrivare a colpirlo quand'egli avrà abbassato tutte le proprie difese.


ATTENZIONE, SPOILER

Perché poi, quando il racconto raggiunge il suo culmine, avviene il ribaltamento e il dubbio viene instillato attraverso poche scene che permettono la personalizzazione dell'orrore proprio quando il punto di vista arriva a coincidere con quello del "narratore". Lo spettatore, destabilizzato, si trova allora ad osservare la realtà dal punto di vista del "folle" e non riesce più a capire cosa sia reale e cosa no. Il colpo di scena funziona alla perfezione, la storia subisce uno scossone e da quel momento in poi è tutto in discesa: il thriller scompare a favore dell'horror puro, gli elementi sovrannaturali prendono il posto che compete loro e il cerchio si chiude alla perfezione: Felton non è Felton ma è Adam, l'unica vera Mano di Dio e non l'impostore che si era dimostrato suo fratello, contagiato dalla follia di un padre che folle non era mai stato se non agli occhi del suo stesso primogenito, mentre il secondogenito ne ha ereditato i poteri: quelli di riconoscere i demoni tra gli umani. 

Quindi gioco di scambi di identità che segue il gioco di scambi tra realtà e finzione, volti e maschere, il folle ed il prescelto. Ma non basta, non allo spettatore almeno, che ormai brancola nel buio. Insomma, è tutto vero eppure no? Ma non è intenzione di Paxton lasciarci col dubbio: l'horror è horror e alla fine viene tutti i nodi giungeranno al pettine.

FINE SPOILER


Frailty - Nessuno è al sicuro è uno di quei film capace di lasciarti col fiatone nonostante si prenda tutto il tempo del mondo per raccontarci una storia che più classica non si può: il bene contro il male, la figura del prescelto che si confonde con quella del pazzo invasato, l'orrore che dilaga nella provincia americana picchiata dal sole, nel solito Texas (chissà poi perché tutti i più grandi orrori sono ambientati in Texas). Un film sul filo della tradizione, classico nell'impianto ma efficace nella messa in scena, con un meccanismo ovvio ma usato così bene da risultare sorprendente. E, permettetemi di dirlo, con un Matthew McConaughey protagonista che per la prima volta lascia il solito ruolo da bellone del cinema americano risultando convincente, oserei dire perfetto. La storia di questo attore poi la conoscete tutti... Un buon film che non ha avuto i riconoscimenti dovuti, secondo me, nonostante il buon vecchio Sam Raimi lo abbia definito "il film più inquietante dopo Shining", James Cameron "un racconto di pazzia e di male puro" e il re del brivido Stephen King "un film pensato per tenervi col fiato sospeso". Frasi da strillone in locandina, ma in fondo, chi siamo noi per non essere d'accordo?

Non perdetevi gli altri appuntamenti a venire con Notte Horror, quello di sta sera alle 23:00 sul blog Director's Cult e gli episodi delle settimane passate sui blog The Obsidian Mirror


15 luglio 2016

Pillole Casuali: Emelie, Blacktrack, The Other Side of the Door, Visions, The Ones Below

Visto che non si fa in tempo a piangere dei morti che succede subito qualcos'altro di terribile. Visto che sì, attentati, morte e distruzione, quando capitano vicino a te, sollevano più domande, più paura, più dolore, ma poi riguardano tutto il mondo e non lasciano respiro. Visto che solo due giorni fa Combinazione Casuale era chiuso per lutto... non mi sembra il caso di continuare chiudersi nel proprio oculo e osservare il mondo da un oblò. Meglio ricominciare a scrivere, ricominciare a parlare, ricominciare con la parvenza di una vita normale. Vista l'occasione però, meglio lanciarsi in qualcosa di leggero. Ad esempio: nessuna recensione di un film in particolare, solo piccoli appunti su alcuni film guardati in questi mesi. Poche parole per pellicole che non ho apprezzato particolarmente e che non meritavano forse di più, almeno in giornate come queste, dove l'attenzione (e le riflessioni) dovrebbero andare altrove. Quindi ecco queste piccole pillole cinematografiche. Pillole Casuali.

Emelie (di Michael Thelin, 2015)


Piccola pellicola di un regista sconosciuto, film che ho trovato moralmente disgustoso, non tanto per quel che viene rappresentato (niente di che) ma perché letteralmente gratuito. Sì, c'è una trama, una storia che giustifica il film stesso, ma le azioni di Emelie sono volgarmente inutili ai fini del suo stesso piano. La storia di una babysitter che si rivela un'impastore, un piano per riottenere qualcosa di ormai perduto, psicopatici che, nella loro psicopatia (con una direzione e delle motivazioni ben precise) si comportano da disgustosi e vili esseri privi di morale. Sembrerebbe, a questo punto, che l'unico scopo del regista fosse quello di colpire lo spettatore al di là di una storia che non regge, come rivela un finale insignificante, tirato per i capelli, in cui la tensione costruita con mezzucci e trucchetti va a farsi benedire. Per me bocciato: sono pochi i film in grado di irritarmi profondamente. Questo è stato uno di quelli.

Blacktrack (di Michael Petroni, 2015)


Film australiano dall'ottimo cast, diretto dal mediocre Petroni (quello de La Regina dei Dannati), con - tra gli altri - Adrien Brody e Sam Neill. Peccato che alla fine non si vada oltre il solito filmetto, oltre la mediocrità dilagante, oltre i soliti spaventi riciclati e le solite trame con colpo di scena finale che non sorprende più nessuno, buono solo a tirare avanti una storia che altrimenti sarebbe di una noia mortale. Pochi spaventi, per lo più in stile j-horror (sembra esserci una vera e propria citazione di Ju-on). A dire il vero non si tratta nemmeno di un horror, più che altro di un thriller sovrannaturale dai risvolti umani, che però non lascia il segno e si trascina per tutta la seppur breve durata. Dall'Australia mi aspetto, ovviamente, di più. Peccato, perché almeno inizialmente il film sembrava promettere bene.

The Other Side of the Door (di Johannes Roberts, 2016)


Ennesimo film sovrannaturale su (guarda un po') il tema della perdita. Cinema indiano/britannico che racconta di una madre che non riesce a sopportare l'idea della morte di suo figlio e che per questo, per vederlo almeno un'ultima volta, sfiderà il regno dei morti. Alla fine si tratta del solito film, con i soliti spaventi, senza un'idea originale che sia una. Certamente (da un punto di vista personale) gli spaventi funzionano bene, sono ben gestiti e non tutti basati sul jump scare. Il finale poi l'ho trovato particolarmente riuscito. Ma tutto quel che succede nel mezzo l'ho trovato dimenticabile.

Visions (di Kevin Greutert, 2016)


Arriva un horror originale con una bella storia e ottime idee. Un finale che francamente non ti aspetti, che ti colpisce inaspettato. Peccato che per tutta la durata del film si dorma. Non ci sono nemmeno veri e propri spaventi. C'è solo una donna incinta che si trasferisce in una casa dove sembrerebbero esserci le solite presenze... o è lei ad essere matta?
Non spenderei mai un'intera recensione su un film descrivibile con due parole (quelle che ho usato qui sopra). Perché alla fine, l'unica cosa che conta è il colpo di scena finale. Tutto il resto è fuffa e ce ne vuole per non toglierlo prima del tempo. Rimandato per maldestro tentativo di stupire.

The Ones Below (di David Farr, 2015


Thriller drammatico targato Gran Bretagna. Ancora una volta il tema della perdita, che ha stancato. Una coppia in dolce attesa conosce la nuova coppia che abita nel loro piccolo condominio bifamiliare. Non vi sto a dire altro per non rovinarvi la sorpresa, anche se l'andazzo è intuibile da subito. Non l'ho trovato malaccio, ma alla fine l'ansia che traspare e che cerca di riflettere sullo spettatore me lo ha fatto odiare. Stile europeo, una lenta discesa nella follia e nella psicopatologia. Niente di nuovo però sotto il sole, non solo a livello di trama quanto a livello di risvolti psicologici. 

13 luglio 2016

Chiuso per lutto


Questa mattina niente post del mercoledì. Questi sono giorni di lutto, quindi cerco anche io il mio modo per rispettarlo, per stare vicino alle vittime, ai parenti delle vittime (alcuni potranno procedere con i riconoscimenti solo oggi) e a tutti i miei conterranei. Il lutto per una tragedia che ritengo impensabile nel 2016. Due treni che corrono sullo stesso binario, in direzioni opposte. Che per un errore umano si scontrano. Una distrazione forse, un semaforo non rispettato. Quante volte, in situazioni del genere, non mi sono curato potesse succedere? Perché non ci vai a pensare. Non credi che, nel futuro in cui ci troviamo, una cosa del genere possa accadere. Ma poi accade e il risultato sono tanti morti e tanti feriti. Tanto dolore e ulivi insanguinati.

Quindi, almeno per oggi, Combinazione Casuale rispetterà un lutto. Il lutto della mia terra, la Puglia.

Ah, un bel vaffanculo alle merde che sono riuscite a ridere di una tragedia facendo ancora una volta del razzismo tra nord e sud. Eccerto, qualche terrone in meno fa sempre piacere, no? Sì, andatevene a fanculo. Posso capire quelli che se ne sono sbattuti (post interminabili per altre tragedie e per questa il mutismo, ma vabbè), ma non quelli che hanno colto l'ennesima occasione per promuovere l'odio. Non ne rimango neanche sconvolto, ne rimango solo disgustato. 

A rileggerci domani o venerdì. 

11 luglio 2016

Land of Mine - Sotto la sabbia (di Martin Zandvliet, 2015)


TRAMANei giorni successivi la resa della Germania nel maggio 1945, un gruppo di giovani prigionieri di guerra tedeschi vengono inviati dalle autorità danesi lungo i confini della Danimarca con l'ordine di rimuovere più di due milioni di mine che i tedeschi avevano sotterrato nella sabbia lungo la costa. Con le loro mani nude i ragazzi sono costretti a svolgere questo pericoloso compito sotto la guida del sergente danese Carl Leopold Rasmussen (da wikipedia)

IN POCHE PAROLE: un film sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale guardati da una prospettiva diversa, quella dei vincitori in fase post bellica, in cui si capovolge il senso etico e morale mostrando l'orrore della guerra "ribaltato", dal punto di vista dei danesi sul carro dei vincitori piuttosto che da quello dei tedeschi sconfitti. Per questo il film danese di Martin Zandvliet si pone come condanna drammatica degli orrori che l'essere umano si ritrova a commettere se giustificato da un senso di rivalsa morale che però non fa altro che nascondere il desiderio di rivalsa su chi prima era il più forte ed ora si ritrova ad essere il più debole. In altre parole, vendetta.

Land of Mine - Sotto la sabbia si rivela un film duro e complesso in cui si provano a mostrare meccanismi scomodi, quelli che rivelano la natura crudele dell'essere umano. Fa sua la prospettiva storica dei vincenti e ci parla di uomini nella più semplice della concezione di questo termine. Un dramma (post) bellico sviluppato quasi come un thriller, che costringe lo spettatore a restare costantemente col fiato sospeso in attesa che la situazione sfugga di mano, preda di un senso dell'orrore profondo che tenta di giustificare senza mai riuscirci. Nella calda cornice costiera di una Danimarca battuta dal sole di un nuovo giorno, giovani (e innocenti?) tedeschi prigionieri di guerra si consumano nel dramma di un compito ingrato, una punizione inumana quanto i crimini di cui sono stati accusati. Ma può l'odio vincere ancora una volta? Può soffocare quel sentimento di umana compassione che alberga in ognuno di noi? Sembra chiedersi questo Zandvliet (sia regista che sceneggiatore) in questo piccolo film indipendente che, per una volta, rinuncia allo sguardo freddo e asettico dell'Europa del nord e ci regala un frammento di vita in una rilettura storica sconosciuta ai più ma non meno violenta e terribile di quel che hanno sempre preferito raccontarci. 

LATI POSITIVI: una sguardo atipico su un argomento solitamente affrontato da punti di vista consolidati. Film indi dal comparto tecnico che ho trovato ineccepibile.

LATI NEGATIVI: forse si fa leva troppo spesso sul senso di orrore dello spettatore, tentando di tenerlo costantemente sul filo del rasoio. Per alcuni potrebbe rivelarsi un film ricattatorio dal punto di vista emotivo, più puntato sul sensazionalismo che sul senso storico/morale della vicenda.

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