23 gennaio 2015

[Recensione eBook] Il Posto delle Onde (di Lucia Patrizi, 2014)


Lo ammetto: non sono un amante di letteratura e narrativa italiana contemporanea. Non che io non ne legga, semplicemente sono arrivato alla conclusione che troppo spesso mi lascia indifferente, senza sorprendermi, senza ammaliarmi. Perché con i libri tu (lettore) crei una connessione. Con le storie, con i personaggi, con lo stile. E' facile dire: questo romanzo/racconto/poesia mi piace, è scritto benissimo, è originale. Ma se quel romanzo/racconto/poesia non ti scava dentro, se resta lì bello in superficie e non riesce a fare la differenza, vuol dire che è venuta a mancare quel certo tipo di connessione. Al contrario, quando succede, vuol dire che hai trovato una delle opere della tua vita.

Stavo parlando, però, di narrativa italiana. Ecco, quello che ho scritto più su vale molto per la narrativa italiana contemporanea. Sia per quel che riguarda la regola, sia per quel che riguarda le eccezioni. Ad esempio, tra i romanzi della mia vita ce n'è proprio uno italiano, uno tra l'altro di un'autrice che conosco personalmente. E (meglio specificarlo) il fatto che io la conosca non inficia il mio giudizio. Perché, piuttosto che mentire, avrei preferito non parlarne. Invece sono qui e, pur non sapendo bene come fare, vorrei parlarvi de Il Posto delle Onde, di Lucia Patrizi.

21 gennaio 2015

[Recensione] Exodus - Dei e re (di Ridley Scott, 2015)


Oramai è chiaro: approcciarsi ad un film di Ridley Scott diventa sempre più difficile. Lo è almeno dal 2000, quando con Il Gladiatore iniziò a dedicarsi al peplum storico e a realizzare colossal in costume, mega blockbuster da milioni di dollari pronti a conquistare premi, pubblico e critica. 
Ecco, quando penso a Ridley Scott non posso far altro che chiedermi come il regista di capolavori come Blade Runner e Alien abbia potuto realizzare vaccate cosmiche quali Soldato Jane, Hannibal e Robin Hood. Come un uomo in grado di esordire con un opera (in costume) come I Duellanti sia caduto poi nella trappola Black Hawk Down (non un film brutto, intendiamoci) per poi tirar fuori lavori di incredibile delicatezza come Il Genio della Truffa o Un Ottima Annata. Di girare il film della rinascita (American Gangster) per poi tirar fuori quella cosa noiosa intitolata Nessuna Verità. Insomma, un vero e proprio mistero del cinema. E ricordo a tutti che io sono uno di quelli che rimase estasiato dalla potenza visiva di Prometheus (massacrato da chiunque) e prova imbarazzo durante la visione de Il Gladiatore (osannato da tutti) e che quindi non boicotta a priori l'ultimo Scott esaltando i lavori precedenti. Inizio solo a credere che il problema di quest'uomo, davanti a cui ti puoi solo levare il cappello quando si parla di "regia", siano le mega produzioni faraoniche in costume. E lo conferma con il suo ultimo lavoro, Exodus - Dei e re, del 2015.

Inutile mettersi a riassumere la trama: Exodus (come dice il titolo stesso) è l'ultima rappresentazione hollywoodiana dell'esodo degli ebrei dall'Egitto narrato nell'omonimo libro della Bibbia. Anzi, no. Exodus è la famosa storia di Mosè che da principe d'Egitto divenne antagonista de Il Faraone, suo fratello adottivo. No, nemmeno. Exodus narra la vendetta di Dio (quello ebraico) sull'Egitto dopo secoli di schiavitù del popolo eletto. Insomma, la storia la sapete, è trita e ritrita, può essere guardata da diversi punti di vista ma rimane quella. 

19 gennaio 2015

Da tavoletta degli spiriti a gioco della Hasbro: Ouija (di Stiles White, 2014)


Prima di mettermi a parlare di un film come Ouija ho dovuto pensarci non una ma almeno un centinaio di volte. Questo perché avevo girato a me stesso di non concedere più spazio sul mio blog a film come questo. Scrivere per passione vuol dire, infatti, scrivere di ciò che ci appassiona (in questo caso, di cinema) e una pellicola come quella diretta da Stiles White è tutto all'infuori che cinema. 
Proprio per questi motivi, quella di oggi non può definirsi una recensione bensì un'accozzaglia di informazioni e pensieri sparsi su un film che può essere riassunto con tre semplici parole: una vera cagata.

Partiamo col definire quell'oggetto il cui nome fa da titolo del film: la tavola ouija. Una superficie liscia e piatta su cui sono incise (o disegnate) le lettere dell'alfabeto più quattro parole chiave: sì, no, ciao e addio. Su questa superficie un medium (in questo caso termine generico che indica chi fa da "tramite") o un gruppo di medium fa scivolare un altro oggetto attraverso cui seleziona lettere per comporre parole o frasi di senso compiuto. Ovviamente la scelta delle lettere non è arbitraria ma guidata dall'entità con cui il medium sta provando a comunicare. L'entità in questione non è mai specifica: può trattarsi di uno spirito, di un fantasma o di un demone. L'unica cosa certa è che tale entità viene attirata dal medium stesso che ne richiede la presenza invitandola e che, alla fine della seduta, lo accomiata mandandolo in pace. 

16 gennaio 2015

Gaming Casuale: To the Moon (2011)


Troppo spesso siamo abituati ad identificare un videogioco con la sua grafica. Nel senso che ci scordiamo di tutto il resto e tendiamo a guardare solo l'aspetto visivo di un'opera video ludica. Non dico che l'estetica non sia importante, ma mi dispiace che si sia persa quella voglia di approcciarsi ad un gioco da un semplice punto di vista ludico, tralasciando il comparto video, quello grafico. Parlo da persona cresciuta con i giochi da 16 e 32 bit, da bambino preda dello stupore di fronte a omini di megapixel che si muovevano su ambienti a una dimensione vivendo avventure spettacolari. Da persona che ha osservato il lento (ma neanche tanto) evolversi di un mondo molto simile a quello cinematografico. 

Siamo nel 2015. La next generation è già tra noi e sui nostri monitor scivolano immagini che ricordano più il cinema di animazione moderno che il buon vecchio Super Nintendo. Ma più si va avanti, più ci rendiamo conto che la magia sta venendo a mancare. Quell'atmosfera che calava nelle nostre stanze, quelle ore di divertimento, quel mondo le cui porte si spalancavano davanti i nostri occhi pieni di stupore.

Eppure non sempre è così, c'è ancora un modo di fare videogiochi che punta tutto sull'empatia con lo stesso. Che prova a ricreare quella magia dimenticata, che lascia perdere le innovazioni e riscopre l'amore per le storie e le sue meccaniche. Per questo, oggi, voglio tornare a parlare di videogiochi. Per questo oggi parlerò di To the Moon.

14 gennaio 2015

[Recensione] Big Eyes (di Tim Burton, 2014)


Quest'anno cinematografico sembrava dovesse partire con il botto. C'erano una serie di film che aspettavo con ansia, film che non ved(ev)o l'ora di andare a vedere, al di la di attori o registi, solo per l'amore che credo ogni appassionato di cinema provi per le storie.

Tra questi film, sicuramente, c'era Big Eyes di un Tim Burton che non azzecca un film diciamo dal lontano 2007, quando uscì il minore Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street, parentesi musical nella carriera di un regista che, pur avendo mantenuto sempre un suo riconoscibilissimo stile, ha provato strade di genere sempre diverse. Probabilmente strade sbagliate.
Lo devo ammettere, ad un certo punto della mia vita ho iniziato ad odiare Tim Burton. Ho iniziato ad odiare, ad esempio, il suo modo ossessivo compulsivo di avvicinarsi al cinema, l'incomprensibile matrimonio artistico con un Johnny Depp sempre più macchiettistico, l'incapacità di fare autocritica e di mettere in dubbio un percorso che si stava rivelando sempre più un vicolo cieco. Quest'odio mi ha portato a trascurare le ultime uscite cinematografiche del nostro, quel tanto bistrattato Dark Shadows e il riciclato Frankenweenie (di cui ho visto solo alcune scene) eppure non mi ha tenuto lontano dal cinema e da una pellicola come Big Eyes, la seconda incursione di Burton nel mondo del biopic. La prima è stata nel 1994 con Ed Wood, uno dei suoi film più riusciti e allo stesso tempo più lontano dal modo tipicamente burtoniano di fare cinema. Apparentemente. E ancora più apparentemente Big Eyes non è un film di Burton o, almeno, così hanno detto le stesse persone che fino a ieri criticavano tanto il regista per essere stato fin troppo burtoniano nei suoi film precedenti. Bah.

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