02 febbraio 2016

Due parole due su Dolls (di Stuart Gordon, 1987)


Dopo aver riguardato con piacere La Bambola Assassina, qualche giorno fa, non ho potuto fare a meno di ricordare che già un altro film sullo stesso argomento, uscito un anno prima rispetto al cult diretto da Tom Holland, aveva terrorizzato i miei sogni di bambino: ovviamente sto parlando di Dolls, diretto da Stuart Gordon e prodotto da Brian Yuzna
Chi non conosce Gordon e Yuzna è sicuramente un cinefilo dell'ultima ora e certamente non può definirsi un vero fan del cinema horror. I due sono stati infatti, per lungo tempo, campioni della serie B che conta, quella che nel sottobosco dell'orrore ha prodotto veri e propri gioielli indimenticabili - ma a volte dimenticati - educando centinaia di giovani registi e creando una connessione tra vecchio e nuovo, classico e contemporaneo. Stuart Gordon soprattutto si è imposto come maestro dell'horror rimanendo comunque al di fuori di certi meccanismi industriali/commerciali, mentre il suo amico e compare di tante avventure si è alla fine distinto più per le idee che nei fatti (dirigendo comunque quelle perle di Society e The Dentist).

Stuart Gordon è sempre stato coerente nelle proprie scelte e nella propria poetica, nella propria estetica oserei dire. Strettamente legato all'immaginario lovecraftiano, credo abbia sempre cercato di rappresentare non l'Altrove bensì gli effetti che l'Altrove ha sulla nostra realtà, sul nostro mondo, Un mondo dove niente è mai o bianco o nero, totalmente giusto o totalmente sbagliato, dove il concetto di morale o l'etica non sono mai ben definiti. Ma è in Dolls più che in altre pellicole che questa concezione si fa palese, il film in cui Gordon decide di riflettere apertamente sulle applicazione e le implicazioni morali nella vita di ogni giorno. Per farlo, il regista decise di utilizzare la forma favola, che più si presta a questo tipo di intenti, prendendo la realtà e isolandola in un contesto "altro", permettendo al fantastico di condizionarla totalmente.

29 gennaio 2016

Turbo Kid (di François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell, 2015)


Pollice: su

Credo che una delle più belle invenzioni di sempre si chiami Netflix. E non mi pagano per dire una cosa del genere, semplicemente la sto sperimentando sulla mia pelle. Ma forse non mi sarei sbilanciato così tanto se grazie a Netflix non fossi riuscito a vedere quel piccolo gioiello dell'anno scorso intitolato Turbo Kid. Che ovviamente io mi ero perso, ma che sono riuscito a recuperare in tutta legalità pur essendo inedito in Italia (nel senso che non è arrivato nei cinema, non c'è in DVD, non ha il doppiaggio in italiano: praticamente lo trovi ufficialmente solo su Netflix).

Se mi fossi perso un gioiello del genere non me lo sarei mai perdonato. Turbo Kid è il tipico film da lucciconi agli occhi, non semplicemente un omaggio agli anni 80 ma gli anni 80 che riprendono vita. Perché sì, è un film del 2015, ma è anche la fotografia di un periodo morto e sepolto su cui il trio di registi canadesi François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell pongono una pietra tombale e definitiva. Turbo Kid è gli anni 80 immortalati in una diapositiva post apocalittica fatta di citazioni e elementi tipici: cubo di rubik, sexy penne magiche, walkman, BMX e vecchi fumetti. Partendo dalla più semplice delle storie, concatenando azione e situazioni in un crescendo scontatissimo che non pretende in nessun modo di essere nuovo. Ce lo dice la voce narrante all'inizio: siamo nel 1997, ma il mondo si è fermato almeno una decade prima. Questo vuol dire che non sono mai arrivati gli smartphone, non c'è internet, che manca l'acqua, figuriamoci la benzina, e la rivolta delle macchine di Matrix non c'è mai stata, siamo fermi a quella del primo Terminator


In un mondo di terre desolate vive Il Ragazzo (The Kid) che raccatta oggetti e vecchie cianfrusaglie a bordo della sua bmx per poi rivenderle in cambio di acqua. Il Ragazzo vive tutto solo e idolatra un vecchio personaggio dei fumetti: Turbo Rider, ma un giorno incontra la giovane e strana Apple. E in un certo senso a causa di Apple il nostro giovane protagonista dovrà scontrarsi con il terribile Zeus, dispotico boss di questo mondo distopico, divenendo quello che ha sempre sognato di essere: un super eroe.

26 gennaio 2016

Creed - Nato per combattere (di Ryan Coogler, 2015)


Pollice:su

Ponendosi di fronte ad un film come Creed, non credo sia possibile prescindere dalla saga di Rocky, come è ovvio che sia. Ponendosi di fronte ad un film come Creed però, siamo comunque costretti a vederlo come un capitolo a se e non come "un sequel" oppure "l'ennesimo sequel". In fondo questo "spin-off" non ha pretesa alcuna di continuare la storia del mitico Stallone Italiano cominciata tanto tempo fa, nel 1976, ma di cominciarne una nuova ad essa (col)legata. Non più con Sylvester Stallone alla regia, ma con Ryan Coogler, giovane cineasta alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, uno di quelli che arriva dal mondo del cinema indipendente e che debutta in quello "che conta" con sulle spalle il peso di una delle saghe più amate di sempre. Il nuovo che avanza e, piano piano, prova a divenire la costante. Tutte le cose nuove, però, necessitano di un passato alle spalle, di un punto da cui poter partire per poter cambiare. E Creed - Nato per combattere parte da Rocky per poter diventare altro.

Il giovane Adonis Creed, figlio illegittimo del mitico Apollo Creed, vuole seguire le orme paterne e farsi strada nel mondo della boxe senza affidarsi all'ingombrante nome di suo padre. Per questo chiederà l'aiuto di un vecchio, stanco e solo Rocky Balboa.

22 gennaio 2016

La Bambola Assassina (di Tom Holland, 1988)


Pollice: su

Non tutti i cult sono bei film e non tutti i bei film possono diventare cult. Questo non è un mio pensiero ma un dato di fatto. Eppure non è semplice essere oggettivi di fronte i film della propria infanzia o che hanno segnato una o due generazioni: quei film si amano a prescindere, siano belli o brutti, sotto o sopravvalutati. Uno di quei film, per me, è sicuramente La Bambola Assassina.  

1988: Don Mancini idea e scrive quello che sarà poi uno dei più famosi horror anni '80, dando vita a quella che sicuramente rimane un'icona, uno dei villain più importanti e conosciuti nella storia del cinema dell'orrore. Perché Chucky non è solo un bambolotto malvagio posseduto dall'anima di un serial killer, ma è un baby mostro politicamente scorretto, grottesco, ironico e sarcastico, un concentrato di cattiveria che non può però, in certi momenti, non strappare un sorriso e persino una sonora risata. Il primo capitolo di questo importante e redditizio franchising, diretto da Tom Holland, non voleva puntare tutto (come hanno fatto i successivi) sull'ironia, né voleva dare alla saga un'impronta horror-comedy: lo scopo di La Bambola Assassina era e resta quello di terrorizzare sfruttando uno dei topoi per eccellenza: quello della bambola maledetta. 

20 gennaio 2016

Buon compleanno David Lynch: 70 anni e non sentirli


Oggi è un giorno speciale, oggi non posso permettermi di parlare d'altro, oggi è il compleanno del più grande maestro del cinema contemporaneo, oggi compie gli anni il mio nume tutelare e il nume tutelare di questo blog. Ovvio, sto parlando di David Lynch.
Sinceramente non so come fare per festeggiare il mio regista preferito, credo che l'unico film di cui io debbo ancora parlare sia Dune e non mi va proprio di scrivere oggi del suo film peggiore. Ecco perché oggi ho voglia di pubblicare una semplice raccolta di sue foto, in modo tale da "dedicargli" la cosa più vicina alla sua arte. Tanti auguri David, 70 anni e non sentirli, in attesa della nuovissima stagione di Twin Peaks l'anno prossimo!




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