Melancholia (di L. Von Trier, 2011)




"Umanità, non ne hai mai avuta, fin dall'inizio." (C. Bukowski)

Melancholia è l’ultimo lavoro di Lars Von Trier e, per uno che non ama alla follia il cinema del danese, forse il suo film più maturo. Peccato che quando è stato presentato al festival di Cannes, nel Maggio di quest’anno, è stato accompagnato anche dalle infelici parole del regista su Hitler e sul nazismo e da tutta la polemica che ne è conseguita. L’attenzione sarebbe dovuta essere tutta per quest’opera assurdamente meravigliosa. E l’avrebbe certamente meritata.

Von Trier racconta la fine del mondo. Lo fa però lasciando a casa i toni apocalittici che accompagnano solitamente questo genere di film e puntando l’obbiettivo della sua camera su due donne: Justine e Claire, le protagoniste.
La pellicola ruota attorno a queste due sorelle dal rapporto d’odio e amore, molto diverse una dall’altra, mentre la Terra è minacciata dall'imminente collisione con un pianeta: Melancholia.

Il film si apre nel migliore dei modi possibili: le note di Wagner accompagnano immagini e pose plastiche cullate dalla dolcezza della musica. Sembra quasi di osservare un quadro in movimento, arte visiva allo stato puro, dal tocco delicato che sfiora il cuore e l’anima. Malinconia. La fotografia è grandiosa e toccante e ogni lieve movimento è un soffio sulle ciglia immobili mentre gli occhi osservano estasiati. Otto minuti di bellezza prima che il buio cali sullo spettatore come l’ombra di un corpo celeste. Inizia il film: parte uno, Justine.

La prima ora di pellicola ha come protagonista la sorella più piccola della coppia proprio il giorno del suo matrimonio.
Tutto sembra essere perfetto e i due novelli sposi sembrano una di quelle coppie ideali da film hollywoodiano: belli e sorridenti, scherzosi e innamorati. L’ombra del disastro però lentamente inizia ad oscurare il sorriso di una Kirsten Dunst che tanto brava forse lo è stata solo ne “Il giardino delle vergini suicide”, di Sofia Coppola. Non si tratta, come sarebbe facile credere, del disastro planetario che si sta per abbattere sull’umanità, ma di quello personale della ragazza: la felicità messa in mostra come fosse una vetrina di Louis Vuitton è solo una parvenza, una maschera che nasconde un inferno personale che a tratti sfocia nella malattia. In realtà Justine non è malata, è solo sveglia e consapevole dell’insensatezza della felicità, che come l’amore è uno status mentale o, ancora di più, un’imposizione sociale.
Von Trier ci presenta quindi una situazione gioiosa in cui il seme del dolore è stato gettato già da tempo: la festa di nozze sembra iniziare sotto i migliori auspici ma, durante una serie di brindisi e discorsi in onore degli sposi, diviene pian piano un ring sui cui vengono messi in luce i germi di una famiglia malata forse ancor più della ragazza stessa: una madre scontrosa, dura e “contro” a prescindere e un padre bambino, immaturo e assente. Questa parte di film ricorda un'altra opera molto vicina al danese, il “Festen” di Vinterberg, membro del Dogma fondato da Von Trier. Una visione del sistema famiglia borghese dura e impietosa, tipica di molto cinema europeo.
Justine si rivela, pian piano, incarnazione del regista stesso: lunatica, schiva, alla ricerca di una pace che sembra poter trovare solo nel silenzio e nella solitudine. Questo perché lei sa. Lei è pienamente consapevole della propria imperfezione che è anche quella dell’umanità stessa, della gente che la circonda, di tutti quanti. Gli altri fingono ma lei non può, non ci riesce pur provandoci. Ed è questo che le causa il dolore più grande. Justine è al di fuori delle regole e proprio perché ne è fuori è una “malata”: lei è l’artista.


Diversa è sua sorella, Claire. Quasi materna con Justine, è la protagonista della seconda parte (e ora) di film. Claire è l’altro lato della medaglia, complementare e nella propria diversità indispensabile. Interpretata da una Charlotte Gainsbourg sublime e bellissima nelle proprie imperfezioni, Claire è protettiva e apparentemente meno impulsiva di Justine. Ha una vita normale, inserita nell’alta borghesia con un marito e un figlio. E’ proprio lei ad introdurre il problema del disastro imminente: la fine del mondo è vicina. Nessuno ci crede ma lei ne è spaventata. Claire è la certezza che crolla, come suo marito John la razionalità che vacilla. Rappresenta la piccolezza del genere umano, la sua inutilità nel grande disegno di cui si è sempre sentito perno. Von Trier spazza via la figura dell’uomo come centro della creazione con un nichilismo spiazzante e doloroso. Se Justine è la sua voce, Claire è la sua paura che prende forma.

“Io so tutto”, dice la ragazza interpretata dalla Dunst, essenza medianica tra il dentro e il fuori, tra il film e lo spettatore.  E poi ci sviscera la sua idea di umanità: siamo soli e quando l’essere umano non ci sarà più, nessuno sentirà la sua mancanza. Il regista ci schiaccia e noi glie lo lasciamo fare perché, ammettiamolo, è bello farsi schiacciare così. Perché le cose che dice le abbiamo pensate anche noi, almeno una volta nella vita. Siamo soli. Siamo piccoli. Siamo impotenti e disgustosi. Claire odia e ama Justine perché guardarsi in uno specchio può far male. E quando la ragione e la certezza falliscono, quando ci ritroviamo nudi ad aspettare di essere schiacciati dall’immensità rappresentata da un bellissimo pianeta azzurro, l’unico rifugio che ci rimane è la fantasia, l’unica creazione che ci compete. Il messaggio è chiaro: se c’è una via d’uscita per l’umanità, è l’arte. Non cambierà le sorti del nostro mondo, ma renderà l’ineluttabile destino meno doloroso.

Von Trier dirige al meglio, non rinuncia in qualche passaggio alla sua amata camera a spalla e ci delizia persino con un nudo perfetto delle Dunst, aiutato da una fotografia che non perde colpi. Il film è senza sbavature, non importa quanto sia lungo. E alla fine si rimane con una strana sensazione di impotenza e gli occhi umidi. Non vergognatevi: non capita spesso di vedere opere così.


Commenti

  1. Neppure io amo molto Von Trier.
    Eppure, sento solo parlare bene di sto film, che peraltro mi ispirava già prima che uscisse.
    Lo recupererò di sicuro.

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  2. Io lo consiglio senza se e senza ma... sicuramente uno dei film dell'anno assieme a Drive

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  3. Ho scritto ieri ,dopo tanto tempo che ci pensavo,un lungo articolo celebrativo di questo regista che amo alla follia.Una bruciante e razionale passione cinematografica che mi accompagnerà per tutta la vita.W Von Trier

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  4. Von Trier non è mai stato (e non sarà mai) uno dei miei registi preferiti, perchè i suoi film mi irritano e mi piacciono da morire senza una motivazione precisa. Questo qui mi è piaciuto da morire. Leggerò quel che hai scritto.

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