This Must Be the Place (di P. Sorrentino, 2011)



Cheyenne è una rock star in declino, celebre negli anni ottanta come leader del gruppo musicale dei Fellows. Da anni vive a Dublino con sua moglie Jane. Un giorno viene informato che suo padre, con cui non ha contatti da molti anni, sta morendo a New York. Parte così per gli Stati Uniti e inizia un viaggio alla ricerca di Aloise Lange, ufficiale nazista che ha perseguitato suo padre durante la sua permanenza nei campi di concentramento.

Il cinema di Paolo Sorrentino non è mai uguale a se stesso. Intendiamoci: le linee guida che lo rappresentano ci sono e sono evidentissime, ma mai una storia è uguale all’altra, mai un personaggio (per quanto imbrigliato in quelle stesse linee guida) e mai una situazione.
Il regista napoletano, tecnicamente ineccepibile e visivamente maturo già dal suo primo film, al suo quinto lungometraggio sbarca in America. Ad attenderlo lì c’è Sean Penn, il premio oscar, e Sorrentino ha scritto il film proprio attorno a lui, pensando a lui, puntando tutto su di un personaggio più che su una storia.Nasce così This must be the place.
Cheyenne è infatti il motore apatico attorno a cui tutto si muove, una sorta di calamita per le situazioni che lo porterà ad un viaggio esteriore ed interiore di crescita e presa di coscienza, verso se stesso ma anche verso il mondo che lo circonda e da cui si è isolato da anni in una sorta di esilio volontario. Il suo volto truccato è tutto un programma: ispirato a Robert Smith dei Cure, un Ozzy Osbourne triste e mite che si è isolato non solo nello spazio ma anche nel tempo, rimanendo imprigionato in un limbo tanto lontano dalla musica e dalla notorietà quanto dal normale evolversi della propria esistenza. Un bambino troppo cresciuto che si sente inutile e vuoto (come una piscina senza acqua) e in quel vuoto ci sguazza.


Il personaggio di Penn incarna una visione del modo quasi bukowskiana, quella dello restare fermi perché tanto le cose accadono lo stesso.
Fino a che una di queste non lo tocca direttamente: la morte del padre. Questo avvenimento (o, più in linea con il film, accadimento) riporta a galla i dolori e i rimpianti di una vita. “Quanti anni hai?”, gli chiede uno dei tanti comprimari macchiettistici che incontrerà lungo il suo percorso. Lui risponde “quanti ne riesci a vedere sotto tutto questo cerone e questo rossetto”. In effetti Cheyenne si è nascosto dietro una facciata, quella dei suoi anni d’oro, credendo così di poter nascondere e dimenticare tutto quello che si porta dentro, compresi gli anni lontani dal suo pubblico, dalla sua chitarra e da suo padre. Riconoscere i cambiamenti che sono avvenuti nella sua vita sarebbe come riconoscere il passare del tempo, l’approssimarsi della vecchiaia. Cheyenne vuole restare bambino. Non vuole invecchiare. Crede ancora di poter ottenere, rimanendo un bambino, l’amore di quel padre che tanti anni prima, quando era ancora un ragazzino, si era convinto per una semplice presa di posizione che non lo amasse. Non ha avuto figlie perché in quell’amore necessario e dovuto, non ci crede. Cosa che non ammette a se stesso per non accettare l’ennesima sconfitta.
Il viaggio alla ricerca del gerarca nazista che aveva perseguitato suo padre diviene così il pretesto per un percorso di formazione che porterà il nostro protagonista alla ricerca di se stesso, ad una crescita interiore e alla scelta finale che ne consegue. L’accettazione del tempo che passa, delle cose che cambiano, viene espressa eccezionalmente con la fotografia del corpo nudo di un tedesco cieco. La vecchiaia. La morte. Il motore di una vita passata e vissuta nel nome della vendetta diventa l’effimero scontrarsi con la propria debolezza.
Starà a Cheyenne in compito di affrancarsi dagli errori paterni per divenire uomo nuovo e interrompere il circolo vizioso dell’autonegazione e della distruzione.

Sorrentino dirige e ce ne rendiamo conto già dalle primissime inquadrature. Si parte dalla definizione del personaggio principale per poi passare a quelle dei personaggi secondari, visti attraverso l’occhio apatico del protagonista. Piani sequenza, carrellate che finiscono su primi piani per poi andare oltre. Un sussulto nel petto ogni volta che la camera si posa sul volto ceruleo di Penn, a cui basta un’espressione per esprimere un sentimento. Il tutto andando verso un road movie ispirato a Lynch e alla sua “Storia vera”  (come detto dallo stesso regista) ma che si ispira evidentemente anche a Wenders. Una serie concatenata di scenette con personaggi definiti un po’ più su macchiettistici e grotteschi che però sembrano slegate (alcune, non sempre) dal contesto. Questo crea un senso di disomogeneità che lascia perplessi, per quanto le stesse scenette possano essere di un’intensità sbalorditiva. Forse la più riuscita stilisticamente è quella con protagonista David Byrne nel ruolo di se stesso.
Che l’abilità tecnica di questo regista sia qualche spanna superiore a quella di molti suoi colleghi è indubbio, come non c’è dubbio che i dialoghi siano intelligenti e brillanti, pronti a sfociare nella risata o nella lacrima e che la fotografia (di Luca Bigazzi) sia grandiosa e perfettamente congeniale allo stile del regista tanto (e soprattutto) negli interni quando negli esterni. 


Quel che è mancato sembrerebbe essere stato però il coraggio. Forse Sorrentino si è lasciato confondere dai numeri di una grande produzione e dal suolo straniero su cui ha girato, bloccandosi, non permettendosi di osare. Il coraggio finale del protagonista, nascosto per anni da una depressione che non era veramente depressione ma solo codardia, rimane sulla celluloide senza traslarsi nella realtà.  Lo dimostra il ricorso al tema abusato (anche se solo di sfondo) del nazismo e della persecuzione ebraica, che si dissolve in un finale non in linea con il comune modo di affrontare l’argomento ma che da il via a momenti di buonismo un po’ indigesti che non ci si aspetta in un film del nostro.
C’è da dire che al di là di questi difetti che possono deludere chi segue da anni Sorrentino, il film fila via che è una bellezza senza un momento di noia nonostante la lentezza, aiutato da una colonna sonora (ad opera dello stesso Byrne ma che riassume un genere da strada molto snobbato in questi anni) forse tra le più belle mai sentite negli ultimi anni.
Un film da vedere e da godersi, che potrà lasciare un retrogusto strano ma che non si potrà trovare di certo insapore.   


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