NECROMENTIA e l'estetica horror (di Pearry Reginald Teo, 2006)


Ci sono film che tendono al nichilismo. O meglio, ci sono film che si auto-annientano ripiegandosi su se stessi, quasi a voler divenire metafora di quello che vogliono raccontare. 
L’horror, molto spesso, si presta a tale processo, per il semplice fatto che non ha bisogno di spiegare l’orrore ma può limitarsi a raccontarlo, lasciando le ragioni sullo sfondo.
In effetti l’horror è, come genere, l’essenza del cinema come arte: un genere totalmente (con le dovute eccezioni) estetico, che però sotto la superficie può nascondere un turbinio sotterraneo di riflessioni filosofiche, politiche o sociali.

Ad esempio abbiamo questo film, Necromentia, diretto da Pearry Reginald Teo (nato a Singapore ma trapiantato negli States) e presentato per la prima volta nel 2006 al festival di Cannes. Un horror dalle tinte dark-punk e dall’estetica barkeriana, fatto di carne e menzogne, magia e demoni vendicatori, tradimenti e amore.


Ma andiamo con ordine:  Hagen (Santiago Craig) vuole riportare in vita la propria donna. Travis (Chad Grimes) ha perso i genitori e si cura del fratello disabile. Morbius (Layton Matthews), un barista tradito da coloro che ha amato, torna dalla morte per vendicarsi.

Tre storie apparentemente indipendenti finiscono – come è ovvio che sia – per incrociarsi, confondersi e fondersi, fino ad annientarsi a vicenda, in un gioco al massacro arbitrato da Mr Skinny, demone filo-cenobita guardiano di un inferno forse mai rappresentato con tanto realismo.

Teo in effetti orchestra una storia che non sembra avere soluzione di continuità, nonostante con il passare dei minuti acquisisca sempre più senso e uno scopo. Ogni immagine viene caricata, tesa, portata agli estremi, sporcata di carne e sangue e privata di ogni patina che possa allietarne la digestione per i meno avvezzi, senza però divenire mai eccessiva. Le scenografie aiutano una fotografia livida e caustica a creare un’atmosfera asfissiante e fascinosa in cui personaggi grotteschi vagano come anime in pena, destinati ad una sofferenza senza via di fuga.


Eppure oltre l’estetica c’è di più, parafrasando una sciocca canzone italiana: Teo punta il colpo verso una società masochista, vittima dei propri demoni e, quindi, di se stessa. I suoi protagonisti sono uomini senza scopo dopo una perdita, che si trascinano verso il baratro a passo claudicante: drogati, necrofili o angeli vendicatori, pronti a vendere l’anima per riavere quel che hanno perso semplicemente perché non hanno altro, perchè non sono stati capaci di andare oltre. 

L’ansia del possesso. La paura della solitudine. Il dolore fisico come antidoto ai veleni dell’anima.

Il regista rappresenta un mondo sporco e senza speranza e lo fa traslandolo su un piano metafisico: l’inferno è sulla terra. Lo stesso inferno mostrato (la parte migliore del film) non viene più descritto come luogo di tormenti ma come metafora del mondo reale: un lungo tunnel sotterraneo che non porta da nessuna parte, i cui demoni non sono altro che umani perduti e auto negati.


Peccato che ad una forza estetica non da poco corrisponda una debolezza a livello di sceneggiatura che fa pensare ad un’occasione malamente sprecata: Teo cura l’aspetto estetico e i sottotesti ma sembra perdersi a livello di trama, rimanendo in fine sconclusionato, non riuscendo a mettere ordine nel marasma di problematiche sollevate e risultando debole dal punto di vista puramente narrativo: i buchi (anzi, le voragini) fanno perdere di forza ad una storia intrigante che finisce per assomigliare ad una serie di scene ben curate ma slegate tra loro. Sembra quasi di assistere ad una serie di cortometraggi collegati da fili deboli che pur non spezzandosi scompaiono nel grande piano narrativo che avrebbe meritato più attenzione. Peccato, perché alcune scelte e alcune idee facevano sperare veramente in altro (quella del demone maiale soprattutto, sporca e cattiva come poche).

Un’occasione sprecata, insomma, che però non inficia un lavoro sufficiente. Il talento c’è, ma bisogna imparare a canalizzarlo. Tutto il resto è un non-sense (e un citazionismo forse troppo marcato, da Lynch all'Hellraiser di Barker - prototipo dell'orrore fin dalla splendida locandina e dal titolo invitante - fino ad arrivare a Cronenberg, con un occhiolino al patinato torture porn per famiglie Saw) che si ripiega su se stesso lasciando annichilito lo spettatore.

Commenti

  1. A me questo Necromentia non dispiacque affatto, nonostante tutti gli innumerevoli difetti a livello narrativo che tu, giustamente sottolinei. E' un film che si basa quasi tutto sulla forza delle immagini. e come sai, io godo parecchio con questi film :D

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  2. Nemmeno a me è dispiaciuto, visivamente è un horror incredibilmente interessante. Ho cercato di essere il più oggettivo possibile mettendo in evidenza pregi e difetti. Fosse durato anche una mezz'ora di più sarebbe stato un film da capogiro.

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