The Woman (di L. McKee, 2011)

 
Il mondo dell'horror è un mondo strano. Da sempre (ma non c'è da vergonarsene) ha rubato a piene mani da cultura, folklore e tradizione. Il cinema horror, soprattutto, ha tratto alcuni dei suoi soggetti più significativi da opere letterarie più o meno riuscite, cercando di tradurne le parole in immagini.
Nel mondo dell'horror, uno scrittore come Jack Ketchum vale una miniera d'oro. Oro metaforico, ovvio. Dalla sua bibliografia ben quattro romanzi sono stati adattati per il grande schermo e il risultato non è mai stato insoddisfacente: da The Lost a Red, passando per l'insostenibile The Girl Next Door e arrivando a Offspring, uscito direttamente per l'home video in America nel 2009. 
Nel 2010 è stato prodotto però un altro film ispirato all'universo di Ketchum: sto parlando del The Woman girato da Lucky McKee, sequel (ma non un vero e proprio sequel) di Offspring, di cui riprende uno dei personaggi (in realtà l'unica sopravvisuta della famiglia cannibale protagonista del film).

Christoper Cleek, avvocato e padre di famiglia, ha una passione: la caccia. Durante una consueta battuta entra in contatto con una donna selvaggia che vive nel bosco vicino alla sua casa. Una volta catturata e segregata in cantina, Chris decide di provare a civilizzarla con l'aiuto di tutta la sua famiglia. Ma ovviamente la famiglia Cleek non sa con chi sta per avere a che fare.

Descrivere la trama di The Woman è importante quanto inutile. Importante perchè mette in luce il nucleo narrativo del film stesso, che coincide con uno dei tòpoi tipicamente ketchumiano (la donna vittima di violenze), evidenziandone la sinteticità. Inutile perchè non basta ad esprimere la particolarità di un film come questo, caratterizzato da una regia pressocchè perfetta e narrato con abilità non comune.
Vorrei partire da quello che secondo me è un dato di fatto: tanto Ketchum quanto McKee sono artisti trasversali nel panorama horror attuale. Entrambi difficili da etichettare, entrambi alla ricerca di strade e percorsi non comuni. Il loro incontro artistico (che risale hai tempi di Red) equivale all'intrecciarsi di originalità e intensità diverse ma forse complementari.


Il film, alla sua prima apparizione sugli schermi americani, scatenò una marea di critiche poco velate. Tra le tante, l'accusa di misoginia, completamente infondata se si guarda con occhio critico alla filmografia del regista, che ha sempre riservato alla donna un posto di rilievo, soprattutto morale, rispetto all'uomo.

In The Woman la figura della donna viene scissa in due. Da un lato "la femmina", nella sua concezione più primitiva, rappresentata da la donna, un essere "umano" allo stato brado, preda dei suoi istinti ma per questo libera dalle convenzioni sociali, che caccia per mangiare e attacca per garantire la propria sopravvivenza. Dall'altro la moglie (e quindi la figlia), sottomessa alla società civile e alle sue convenzioni (rappresentate dal marito padre/padrone, figura ormai abusata nel cinema) che da complice dell'orrore diviene, in un ultimo moto di consapevolezza e orgoglio, prima ribelle e poi martire.

Allo stesso modo nel film vengono rappresentate due concezioni di male estremamente diverse tra loro: da una parte quello naturale, un male profondo e arcano, che non si nasconde dietro una facciata di perbenismo sociale e non risponde ai paramentri di giusto e sbagliato; dall'altra il male moderno, che si nutre di tradizioni e regole, che si cela nel vuoto culturale di cui si nutre. Emblematico in tal senso è che Chris, rappresentazione di questo tipo di malvagità, è un avvocato, un uomo di giustizia e che la sua eredità sembra essere raccolta ben volentieri da suo figlio, un bambino.

Quel che McKeen (e Ketchum, coosceneggiatore col regista) pensa sembra essere chiaro: la tanto sbandieratà società civile, dietro un alone di rispettabilità, perpetua barbarie antecedenti alla civilizzazione stessa. In fondo è la stessa società che perpetua il proprio potere a discapito delle donne, dopo secoli di emancipazione ancora visti come oggetti sessuali, delle minoranze, dei più deboli, di chi non può difendersi.  

McKee è un regista minimalista eppure dotato di sensibilità non comune (lo ha già dimostrato nel bello ma imperfetto May), un narratore nato ben consapevole dei mezzi che utilizza e in grado di utilizzarli al meglio.
Il suo film non ha assolutamente niente di didascalico, narra senza il compiacimento di molti horror attuali e procede con ritmo lento ma costante fino al sollevarsi definitivo del sipario che nasconde, agli occhi dello spettatore, l'orrore. Quello vero. 
Quella che inizialmente potrebbe apparire come una storia banale e incoerente mostra via via che ci si avvicina al bellissimo e sanguinoso finale (e non spegnete prima dei titoli di coda), la propria perfetta architettura. I personaggi stessi, inizialmente poco realistici, acquisiscono spessore col passare dei minuti, rendendo perfettamente coerenti gli strani comportamenti iniziali.


La rappresentazione di un vero e proprio inferno familiare è senza sbavature, priva di voyerismo e basata per lo più sull'ansia e la violenza psicologica. 
Per questo e per altri motivi (due a caso? le perfette prove degli attori e il montaggio) questo film fa veramente male. Un male intimo, quasi crudele. La totale empatia che proviamo nei confronti della vittima ci porta ad odiare i suoi carnefici, dimenticando la natura stessa della persona (ops, personaggio) che stiamo compiangendo. In The Woman non ci sono "buoni" o "cattivi", tutti i personaggi sono colpevoli o disumani, tutti hanno un loro lato oscuro.
A fine visione è quasi impossibile non sentirsi sporchi, macchiati, desolati. Scarnificati. 

Perchè, mi chiederete allora, dovreste vedere questo film? Perchè è bello nella propria imperfezione estetica, perchè tecnicamente è perfetto, perchè mettere alla prova se stessi a volte è utile e fa bene.
E se non vi basta c'è anche la bellissima colonna sonora, che accompagna con distacco rock le crudeli (e crude) immagini della pellicola. Non so cosa si potrebbe chiedere di più.


Commenti

  1. Che bravo ragazzo che sei. il figlio che ho sempre desiderato.

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  2. Ahahahah, figlio mi sembra un po' esagerato :D

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  3. Nell'ultima parte del film ho dovuto girare la testa dall'altra parte più e più volte. Ho il terrore di essere mangiato vivo, ma questo non mi ha impedito di amare profondamente questo film e tutta la dualità che descrivi tu!

    Sicuro è che a notte ebbi pure gli incubi! T_T

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  4. @ilgiorno degli zombi: anche io, dentro :D

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  5. @cinefatti: sì, l'ultima parte è di difficile digeribilità, ma il film è fantastico e sono contento venga apprezzato e lo sia stato anche da te...

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