The Alphabet (di D. Lynch, 1968)


Il cinema di David Lynch (di cui ho parlato spesso in questo blog... sarà forse il mio regista preferito?) è un tipo di cinema fortemente influenzato dall'arte plastica e visiva. Niente di strano, se si pensa il regista del Montana nasce come pittore e che si introduce nel mondo del cinema dalla porta di servizio, attraverso la videoarte rappresentata dall'ormai famoso Six Figures Getting Sick, vero e proprio quadro in movimento.

Oggi però vorrei parlare di The Alphabet, secondo cortometraggio dell'artista dalla trama pressoché indefinibile: in uno scenario onirico, quasi da incubo, una ragazzina a letto è perseguitata dalle lettere dell'alfabeto, che provocano in lei un vero e proprio malessere, fisico e interiore.

The Alphabet, come Six Fugures Getting Sick, è un ibrido distante dalla creazione cinematografica: un'opera sperimentale che combina animazione (da quella classica all'ormai famosa stop motion) a recitazione. Il risultato è un'opera surrealista che molto debito porta verso i quadri di Francis Bacon (pittore feticcio del regista) e che allo stesso tempo ricorda (forse per puro caso) i primi cortometraggi di Jan Svankmajer.

Il corto fu realizzato nel 1968 su commissione di H. Barton Wasserman, miliardario colpito dal precedente lavoro del regista, e dura solo 4 minuti. I temi trattati invece sono tanti e, seppur in maniera estremamente personale, sono quello dell'educazione, dell'istruzione, dell'apprendimento e, non ultimo, dell'infanzia.
Basta guardare il corto per rendesi conto di quanto per il regista questi siano temi negativi, temi che hanno sempre perseguitato Lynch e che furono alla base dei suoi inizi in campo cinematografico: basti pensare che il successivo cortometraggio The Grandmother e il suo primo lungometraggio, Eraserhead, trattano a grandi linee l'infanzia, i problemi legati alla crescita e il tema della paternità.

In The Alphabet viene mostrato, attraverso un uso del colore e del sonoro fortemente alienanti, il senso di appiattimento che un tipo di educazione primaria come quella americana provoca nei bambini. Un vero e proprio spartiacque tra l'infanzia e la vita adulta, rappresentato da una nenia come la filastrocca dell'alfabeto.
Per Lynch infatti il linguaggio alfabetico, nel modo in cui viene imposto, è insieme conformazione al contesto sociale in cui si vive e svilimento degli altri metodi di espressione, come appunto quello visivo. Niente di strano quindi che il regista abbia scelto come mezzo per esprimere queste sue convinzioni un tipo di espressione più vicina a quella pittorica e sonora.


Le lettere, nell'opera, diventano esse stesse esseri viventi, organici, autosufficienti, figli ma anche genitori di un essere organico più evoluto: l'uomo, futuro genitore ma, soprattutto, futuro maestro. L'alfabeto invece viene rappresentato con volto umano, un volto privo di occhi perché in realtà vuoto, senz'anima, ma dotato di bocca, simbolo del linguaggio, espressione di depravazione e corruzione. Tutto questo colpisce l'individuo, in questo caso il bambino, determinando in lui terrore e distruggendo ogni suo possibile futuro individualismo. La cosa avviene in maniera subcutanea, attraverso un esercizio di addomesticamento non dissimile, per meccanismo, dall'imparare a memoria (per l'appunto) una filastrocca.
Anche per questo Lynch descrive l'educazione come un'operazione inconscia, che ha in se tutte le caratteristiche dell'incubo: la protagonista del corto infatti è una bambina costretta a letto. L'atto finale di vomitare sangue è inequivocabilmente sintomo di disagio interiore, di una ferita provocata dalle istituzioni che si potrebbe rivelare mortale sulla individualità del bambino.

A metà strada tra racconto autobiografico (il sentimento di ribellione nei confronti della comunicazione vocale/scritta che colse lo stesso regista e lo portò ad abbracciare un tipo di comunicazione prettamente visivo) e biografico (l'idea del corto fu suggerito da un incubo della nipote di Peggy Lentz, all'epoca giovane moglie del regista e unica attrice nel film, che durante la notte recitò l'alfabeto urlando), il secondo corto della carriera di David Lynch è un'opera che non andrebbe spiegata ma vissuta, come tutta la cinematografia dello stesso regista. Il terrore di un'educazione alienante e conformante si rifletterà, più in là, sul terrore della paternità. Rimane intatta invece l'analisi sociale del regista, il suo analizzare il lato nascosto delle cose, i retroscena di una realtà mai chiara e proprio per questo mai banale.

“Per favore, ricordati che devi concordare con la forma umana”

dice ad un tratto la bocca, nel corto. Il messaggio è inequivocabile: ricordati di essere come tutti, le differenze nella società in cui viviamo non sono tollerate, la stranezza fa paura. Questa è la lezione che David Lynch non ha mai imparato.
Per fortuna.
Altrimenti non avremmo avuto i suo quadri, le sue musiche e, soprattutto, i suoi bellissimi film.

Qui di seguito c'è il corto, godetevelo e magari ditemi cosa ne pensate:


Trovato questa recensione anche sul sito www.filmscoop.it

Commenti

  1. Lynch e il suo cinema sono troppo intelligenti per la mia mente razionale.Mi colpiscono molto sia in positivo che in negativo,perchè mi mettono a confronto con i miei limiti di intellettuale megalomane e da strapazzo!
    Bella la poesia del post precedente,complimenti!

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  2. Io credo che il cinema di David Lynch sia un cinema a cui bisogna abbandonarsi. Un cinema percettivo, che coinvolge i sensi e attraverso loro quella parte dentro di noi chiusa agli stimoli esterni in modo diretto. Non va capito (almeno, non subito), ma vissuto.

    Un saluto e grazie per i complimenti.

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