The Believer (di Henry Bean, 2001)


La fuga da se stessi è una fuga dalle proprie radici. Quel che siamo, in fondo, non è altro che quel che nasciamo per essere. Il libero arbitrio è una frustrante presa per i fondelli. La libertà di scegliere è una libertà effimera perchè basata su un falso presupposto come la libertà intellettuale. Politica, retaggio culturale, istruzione istituzionalizzata, religione: strumenti oppressivi proprio perchè strumenti del potere. Oggi come ieri, fin dagli albori della società civile. 

Questo è il presupposto di base da cui vorrei partire per parlare di un film bello e poco conosciuto, una di quelle perle passate sotto silenzio forse perchè portatrice di idee e riflessioni tutt'ora scomode: The Believer, classe 2001, diretto da Henry Bean.

Daniel Balint è un ragazzo intelligente e colto lacerato da una contraddizone interiore: è infatti uno skinhead neonazista ma, allo stesso tempo, un ebreo. Daniel disprezza gli appartenenti alla sua razza e partecipa ad incontri con altri militanti militanti fascisti. Lacerato da dubbi e dolori essistenziali, dovrà presto fare una scelta soprattutto morale prima che ideologica.


Daniel è un ebreo. Il suo retaggio culturale è ben definito e il ragazzo, ancor prima di nascere, era già quel che avrebbe dovuto essere da adulto: nient'altro che un buon ebreo. Da tutto questo non può sfuggire se non in un modo, ovvero rifiutando proprio quel retaggio culturale che lo definisce come individuo. E qual è il rifiuto più netto se non quello di divenire l'opposto di quel che è, ovvero un naziskin? L'avversario, il lupo, l'odio. La negazione di un Dio prima che di un popolo.
Il percorso del protagonista è quindi un percorso di affrancamento iniziato nel periodo dell'adolescienza e che si rivela nel primo moto di opposizione, quello contro la tradizione e le scritture: la visione comune (rappresentata dal maestro rabbino) di un Dio che mette alla prova il proprio popolo per riaffermarne la predilezione si scontra con quella di Daniel, che legge il racconto di Abramo e Isacco come un'affermazione del potere della divinità sull'essere umano. Il popolo ebreo è il popolo prediletto perchè accetta un simile potere rinunciando alla propria onesta intellettuale e, quindi, alla critica. Atteggiamento che si è poi reiterato nella storia trasfigurando il popolo ebraico nella pecora e il potere che di volta in volta l'ha schiacciato nel lupo. E quale lupo più lupo ha schiacciato i figli prediletti del signore se non la Germania nazista?

Quello di Danny è un travestimento. La negazione di se stesso come ebreo lo priva della debolezza intrinseca del proprio popolo, trasformandolo da pecora in lupo. Una scelta di comodo: è più facile odiare che cercare di capire e mutare. E' più facile fingere di essere lupo che rimanere pecora ma alzare la testa. Il suo percorso diviene così una fuga, un girare a vuoto, reiterato anch'esso. Daniel non si allontana da Dio ne gli si avvicina, gli gira semplicemente attorno. Nel film tutto questo viene rappresentato simbolicamente con l'immagini di infinite scale che non portano da nessuna parte. In effetti la cultura ebrea guarda al suo Dio come ad una massima fonte di conoscenza: la vita è un percorso che porta a questa attraverso lo studio delle sacre scritture (la Torah). Tendenza a Dio e al completamento di se stessi. Eppure tale conoscenza, con il tempo, è divenuta passiva, scopo e non più veicolo. L'obbiettivo è diventato non il miglioramento dell'uomo che si avvicina a Dio ma la conoscenza stessa. 
L'utilità dell'atto conoscitivo viene criticata dal regista: se fine a se stesso, allora esso si reitera richiamando la stessa reiterazione del rito religioso (ma anche laico), vero oppio dei popoli nel suo tentativo di controllo sul fedele/adepto. Il veicolo di un potere che con Dio non ha nulla a che fare.


Quando allora l'atto conoscitivo diventa utile? Quando la conoscenza diventa veicolo, tendenza all'atto pratico ma, soprattutto, critico. Quando dà la possibilità di avere una scelta e di sfruttare il libero arbitrio. E' questo che, lungo il suo percorso, Daniel dovrà capire. 


Il personaggio, interpretato da un immenso Ryan Gosling (oggi onnipresente ma all'epoca utilizzato col contagocce), che fin dall'inizio della propria carriera aveva dimostrato il suo enorme talento, è un tormentato. Ispirato al realmente esistito Daniel Balint, membro attivo dell'American Nazi Party, è un character rappresentato in maniera estremamente vivida, mai banale e ricca di sfumature. Un ragazzo dilaniato dall'amore verso una cultura ricca e affascinante e dall'odio verso un popolo imprigionato nella propria immobilità e impotenza, strumentalizzato dal potere. Un ragazzo che si fa delle domande a cui tutti dicono non c'è risposta: le cose stanno così, bisogna solo accettarle. La ricerca di una scelta, di una verità pratica, di un'identità che sia solo sua e che gli appartenga in quanto Daniel e non semplicemente in quanto "buon ebreo" lo porterà al tragico e angosciante finale, che ovviamente non sto qui a rivelare. 

The Believer (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival), pur non essendo un film perfetto, è straziante nel suo modo quasi violento di colpire lo spettatore. Distante miglia e miglia da altri prodotti simili, è una critica e autocritica (il regista è ebreo) che dimostra grande intelligenza e abilità visiva. L'argomento, seppur delicato, viene affrontato con sensibilità incredibile. Il risultato è un nodo in gola difficile da mandare giù.

"Non c'è nulla là sopra...", dice il rabbino a Danny mentre percorre correndo le scale della sinagoga. Forse è vero, ma si può davvero smettere di cercare?


Commenti

  1. Credo sia uno degli articoli più belli che abbia mai letto qui sopra, davvero complimenti. Un' analisi molto profonda di un film che non è facile per niente (e che infatti lo conosciamo in tre), spigoloso e che ti respinge anche, in molte scene, un film che ha il raro pregio di metterti di fronte a te stesso.
    E comunque ti lovvo.

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  2. Sì, però così arrossisco :P questo film non è fatto per il grande pubblico. Sinceramente sono contento non sia molto conosciuto, non è facile e non deve esserlo. E ti lovvo pure io.

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  3. ecco il terzo che lo conosce!
    Molto interessante come film,un'indagine sulla identità,sul sentirsi parte e non parte di qualcosa,davvero molto ben fatto.
    Poi hai già scritto benissimo tutto te,quindi diciamo solo una cosa:guardatelo!

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  4. Mi aggiungo io! Questo è stato il film che mi ha fatta innamorare di Ryan, uno di quei rari esempi a dimostrazione che la bellezza e la bravura non sempre sono in contrasto.
    Come dici tu, era immenso già allora e continua ad esserlo, nonostante sia superquotato. Speriamo che questa eccedenza non si trasformi in "scadenza"...
    Sono contenta che sia stato scritto di questo film! Non mi era mai capitato di leggerne su un blog 'cinefilo', sinceramente. Bravo!

    A presto - Frannie

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  5. @babordo76: è un'indagine sull'essere e il non essere in base all'appartenenza sociale, hai ragione. Credo che le sfumature di questo film siano tante e tutte interessanti. Grazie per il commento.

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  6. @Cinefatti: Ryan è uno di quegli attori a cui brillano gli occhi mentre recita. Sembra una sciocchezza me secondo me è vero: ha qualcosa di speciale che gli brucia dentro. Sono curioso di vederlo nel film di Cloney ma soprattutto nel prossimo di Refn.

    Contento che questo film sia piaciuto anche a te e che ti sia piaciuta la mia breve recensione, Frannie. Sinceramente credo che The Believer andrebbe nominato più spesso e credo che il successo che sta avendo il suo attore protagonista contribuirà a farlo (ri)scoprire.

    A presto.

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