Sileni (di Jan Svankmajer, 2005)


Un po' di tempo fa ho parlato di Jan Svankmajer, regista ceco semi sconosciuto eppure geniale nel proprio modo di fare cinema. Avevo promesso che sarei tornato sull'argomento e ho deciso di farlo proponendovi una recensione di quello che secondo me è il suo capolavoro: Sileni.

Sileni è un lungometraggio del 2005, candidato persino agli Oscar come miglior film straniero, premio che non vinse in favore de Le vite degli altri. Un film sui manicomi, anzi no: un film sulla pazzia, come dice il titolo stesso (sileni, in ceco, significa pazzia)

Jean Berlot, giovane affetto da turbe psichiche ereditate da sua madre, al ritorno dal funerale di quest'ultima si imbatte in uno strambo nobiluomo francese, il Marchese che lo invita a passare la notte nel suo castello.
Lì si troverà a vivere esperienze stranianti e blasfeme, tra messe nere, orge, fino ad arrivare agli strani esperimenti del Marchese nell'esercizio del controllo della paura e alle teorie di uno psichiatra che crede nella totale libertà dei pazienti all'interno del proprio istituto. Il tutto intramezzato da scenette in stop motion, con come protagonisti pezzi di carne di animale.

"Signori e signore, quello che state per vedere è un film horror, con tutte le degenerazioni classiche del genere. Non è un'opera d'arte. Oggi tuttavia l'arte è tutt'altro che morta. Al suo posto ci sono delle sequenza in cui Narciso potrà riflettersi [...]"
(Jan Svankmajer - introduzione al film)

E' lo stesso Svankmajer ad introdurre la pellicola. Su sfondo bianco, il regista svela l'essenza dell'opera con estrema autoconsapevolezza del contenuto e del mezzo, senza per questo "snaturalizzare" la visione.
E' lui il primo ad affermarlo: "Sileni" è un film horror. E non solo perché affronta un tema come l'orrore del vivere moderno, ma perché lo fa attraverso uno specifico codice che è quello di genere, sì cinematografico ma influenzato profondamente dalla tradizione letteraria.

L'orrore di Svankmajer è l'orrore di Poe. Dallo scrittore americano il regista ha preso numerosi spunti, a partire dall'ambientazione gotica per passare al tipo di narrazione (molto attenta alla "grammatica"), dall'atmosfera onirica alla cifra stilistica. Una sorta di tributo che però travalica il modello cui si ispira per arrivare a risultati totalmente originali.
Il regista ci tiene a mettere subito in chiaro una cosa: Sileni non è un'opera d'arte. Al di là della forte connotazione autocritica (e autoironica), questa affermazione mette subito in chiaro quale sia l'intento principale di Svankmajer: il suo è un cinema che non vuole aspirare all'arte ma all'uomo, che scava nelle interiora dello spettatore invece di elevarlo.

"Cosa ci da la natura? Non è forse avida, distruttiva, crudele, capricciosa e profondamente insensibile? Non diresti che ciò che fa meglio è uccidere e smembrare? Non vedi che il male è il suo elemento naturale? Che usa la sua potenza solo per riempire il mondo di sangue, lacrime e tristezza?"
(Il Marchese, da una scena del film)

Altro modello, non meno essenziale alla poetica del cineasta, è il marchese Alphonse François de Sade (o più semplicemente il Marchese de Sade). 
De Sade, blasfemo ed eversivo, è il protagonista stesso del film, inserito in un contesto assolutamente fuori dal tempo, anacronistico come una carrozza sulle autostrade tra le campagne francesi.
Il Marchese è il cuore del film, non l'anima. Svankmajer prende le distanze dai suoi personaggi, astraendosi con la forza di un narratore onnisciente.
Il suo tentativo è quello di rappresentare ma non esplicare, mentre i suoi characters vivono di vita propria ma restano indissolubilmente legati alla "poetica della carne" codificata dall'artista ceco.


Il film ha apparentemente una struttura ciclica (si chiude nel modo in cui si apre) e si divincola su due piani: uno narrativo (la storia in sé) e uno metanarrativo (le sequenze in stop motion).
Essenzialmente è un racconto di formazione. Il protagonista Jean Berlot (interpretato da un credibilissimo Pavel Liska) viene presentato subito nei propri tratti essenziali, mettendo in luce il cuore del problema (suo e del film): la pazzia.

La pazzia di cui parla la pellicola è però una pazzia sociale, riflessa, un cancro che dal tessuto sociale si fa strada nel cuore (e nella mente) degli uomini, corrompendoli e divorandoli dall'interno. Berlot l'ha ereditato da sua madre come noi l'abbiamo ereditata dal vivere comune. Solo gli illuminati sfuggono a questa maledizione e nel film, ad essere illuminato, è il Marchese.

Il Marchese, in questo senso, è un eversivo: quella che sbatte in faccia al protagonista e a noi spettatori è una verità scomoda, una filosofia di vita anti-illuminista, sadiana, basata su una libertà radicale nell'assecondare gli istinti. Si pone nei confronti della natura come di una matrigna (ancora una volta la figura della madre) sanguinaria e crudele, mentre la presenza di Dio, incurante e sadico, diviene un accidente. Si tratta, insomma, della negazione di valori contemporanei, quali la ragione e la religione, in un sistema corrotto come quello in cui viviamo.


Il Marchese, maestro di vita, si pone nei confronti del giovane Berlot in modo intransigente ma paterno. Nel suo modo di fare distorto esprime concetti coerenti con parole sensate.
Assistito da un servo senza lingua (il regista?), introdurrà il ragazzo alla cura risolutiva del male sociale da cui anche lui è affetto, ponendo a confronto due stili di vita antitetici: quello secondo cui gli impulsi personali devono essere assecondati e quello che prova ad esercitare su di essi un (apparente) estremo controllo .
Il tutto in un divario che trova il suo punto di contatto nell'orrore del vivere contemporaneo, nella pazzia socialmente accettata che è quella consumistica e alienante (il corpo come merce di scambio in quel che non è altro che un supermercato globale).
Sarà proprio nel finale (tra i più assurdi mai visti sullo schermo) che le verità celate del film si riveleranno agli occhi dello spettatore.

Si prega, a chi non ha visto il film, di andare direttamente alle CONCLUSIONI, perchè quel che segue è SPOILER:

Il Marchese, pazzo che non solo è fuggito, ma ha sovvertito il manicomio in cui era rinchiuso, si rivela per quello che è. La sua punizione sarà quella di venir privato della propria libertà, non solo fisica ma anche di pensiero. E' l'illuminato messo a tacere dalla società in cui vive o il malato che viene curato? Non ci viene data una risposta ma solo altre domande, forse perchè una risposta vera non c'è. La ragione, cieca e dispotica, di certo non ci viene mostrata come salvifica, anzi. E alla fine allo spettatore non resta che chiedersi chi siano i veri pazzi.

____________


CONCLUSIONI

Svankmajer, con il suo classico appeal tra il freak e il dark-gothico, partorisce un'opera inquietante, un brutto sogno da cui sembra non ci si possa svegliare. Immerge lo spettatore in un mondo estraneo, contorto e crudele, dove la risposta giusta non è sempre quella più logica, il tutto scavando nella carne fino a toccare l’anima.

Il film è caratterizzato da primi piani inquietanti e dialoghi ipnotici. Le scenografie labirintiche funzionano soprattutto grazie ai contrasti e ai chiaroscuri, complice una fotografia sapiente nell'utilizzo delle ombre.
Il regista non rinuncia alla sua amata "animazione", in stacchi carichi di ironia e che svelano, quasi in un film nel film, la vera essenza di Sileni, mettendoci di fronte alla più schiacciante delle verità: siamo tutti vittime dello stesso ciclo biologico, animali imbavagliati dal nostro vivere sociale.


(questa recensione, in forma più approfondita, è presente sul sito di cinema www.filmscoop.it)

Commenti

  1. questo film mi terrorizza e mi respinge. E' che io da illuminista del cazzo, vengo sempre presa a schiaffoni da certe opere.
    Comunque sileni è un capolavoro e la tua è una bellissima analisi

    RispondiElimina
  2. Io non sono "illuminista" ma "romantico", eppure questo film mi fa lo stesso effetto. Forse perchè i capolavori sono schiaffoni violenti ma che celano un'innate dolcezza.

    COme sempre, grazie per le tue belle parole.

    RispondiElimina
  3. Recensione accurata per un film stupendo.
    Dovessi stilare una classifica di Svankmajer, però, avrei serie difficoltà a scegliere il primo posto tra il Faust, i cospiratori - chiamo così Conspirators of Pleasure, perché ci tengo molto - e Sileni.
    Certo è che Sileni è quello che lascia il più ampio margine di discussione una volta finito di vederlo, perché mescola non solo il caratteristico piacere per gli occhi e le orecchie - la ricerca sui rumori è eccezionale nell'opera omnia - ma anche contenuti di rilievo. Indagare l'uomo, scavare nelle interiora dello spettatore come hai ben detto. Interiora vive, che si muovono come la lingua che accompagna da sempre il regista.

    RispondiElimina
  4. Credo che la mia scelta di mettere al primo posto di una ipotetica classifica dell'opera del regista ceco proprio questo film sia anche di comodo. I modelli sono Poe (lo scrittore che mi ha fatto innamorare della letteratura) e de Sade, che crea un punto di contatto con Pasolini (la scena dell'orgia blasfema, soprattutto) . Per me è come un invito a nozze. Da dire ce ne sarebbe troppo, soprattutto per un blog. Spero di poter approfondire parlando ancora di Svankmajer.

    Ti ringrazio del commento, torna a trovarmi.

    RispondiElimina
  5. a me potrebbe sadicamente piacere per un'altra ragione,visto che non sono solo illuminista,ma anche un convinto sostenitore della ragione e anche della ragione di stato.Per cui il finale che ho letto,non mi dispiacerebbe.Mettere le redini a chi pensa di poter essere altro.
    Comunque è già in lista,sicuramente mi piacerà di più rispetto al sopravvalutatissimo la vita degli altri,(ok,lo dico senza vergogna:patteggiavo per la stasi!)

    RispondiElimina
  6. Questo film merita e meritava molto di più di quello che ha ricevuto... peccato che la gente sia c(i)eca e che le major vincano (quasi) sempre. Vedilo, è un consiglio spassionato.

    RispondiElimina
  7. Mi fa piacere vedere cosi' tanti commenti...

    Il film e' splendido come tutta l'opera di Svankmajer...

    Anche "il piccolo Otik" mi e' piacuto parecchio.

    Mi e' capitato settimane fa di trovare ad un mercatino delle pulci di Brussels, una -quasi identica- copia della scatolina di ceramica porta ciuccio che compare in Jabberwock ! stavo per comprarla ... ma non ho osato tanto... Ho preso solo le bamboline in pasta vitrea che nello stesso corto vengono mangiate dalle bambole...


    Viva Svankmajer.

    RispondiElimina
  8. Speriamo il suo nome non rimanga un grosso punto interrogativo per la maggior parte delle persone. Grazie del tuo commento.

    RispondiElimina
  9. Insomma, devo vedermelo davvero questo film. Se non altro per l'impegno evidente investito nel recensirlo. Dì la verità, lo hai fatto per mettermi alle corde e costringermi a vederlo. Si sono un po' egocentrico.

    RispondiElimina
  10. Cioè, devi ancora vederlo? Io pensavo avessi già rimediato a questo errore... non stare d'avanti al pc... guardalo... dai, guardalo...

    RispondiElimina
  11. Grande recensione che condivido in pieno 😉👍...ps sono Luca della pagina recensissimo di instagram. Ma dimmi un po', pure tu scrivi anche su filmscoop 😆?

    RispondiElimina
  12. Eheh pure io ho iniziato lì, e qualche commento ogni tanto ce lo lascio ancora ��.

    RispondiElimina

Posta un commento

... e tu, cosa ne pensi?

Post più popolari