L'impero della mente: INLAND EMPIRE (di D. Lynch, 2006)


Quando uno parla di quello che gli piace, rischia di dover parlare di cose di cui sarebbe meglio non parlare. Però c'è il masochismo e una certa dose di egocentrismo e chi scrive - inutile negarlo - ne ha in abbondanza di entrambe. C'è l'amore, che ti fa fare cose cui non credevi possibile. Amare un film può essere come amare una bella ragazza (o un bel ragazzo), provi certe cose e non può spiegare il perchè: le provi e basta.

"E' ora di svegliarti, bella ragazza"

E invece no, perchè il cinema di David Lynch è un sogno senza fine, con i tratti dell'incubo, con l'atmosfera surreale di un mondo altro, altro da dove siamo noi, ma non poi così tanto.
INLAND EMPIRE, maiuscolo come il vero cinema, è stato l'ultimo film del regista del Montana, l'apoteosi, la chiusura di un cerchio aperto tanti anni prima con Strade Perdute e continuato con Mulholland Drive, ma che trova il proprio senso nel percorso di una carriera (e di una vita) intera. 

A Inland Empire, un quartiere residenziale alle porte di Los Angeles, una donna è nei guai. C'è un film maledetto, un marito geloso e un amore pericoloso. C'è un mistero che si dipana tra sogno e realtà.


L'impero della mente è un altrove in cui è facile perdersi, un rincorrersi tra scale dell'inconscio che ricordano tanto quelle di Escher. Il presupposto è quasi banale: come distinguere tra sogno e realtà una volta che il muro che separa queste due dimensioni è stato abbattutto? La risposta a questa domanda è altrettanto banale: non si può. Non c'è modo di riconoscere quello che è reale da quello che non lo è perchè l'ordine che noi diamo alle cose è una nostra libera costruzione mentale e questo Lynch lo sa bene, avendocelo dimostrato nei suoi film precedenti.

Facciamo un esempio e prediamo due oggetti: un oggetto A e un oggetto B. Se l'oggetto A noi iniziassimo a chiamarlo C, non cambierebbe di certo la natura dell'oggetto in se, eppure cambierebbe il modo in cui noi lo percepiamo, perchè l'uomo ordina il caos dando ad esso un nome. Ora, prendiamo l'oggetto B e chiamiamolo A: ecco che l'ordine dato al caos si dissolve e noi non siamo più capaci di distinguere quello che è da quello che non è. Il risultato è la follia. Nel sogno invece no, perchè un nome può voler dire tante cose e dietro un volto se ne possono nascondere tanti altri, in un gioco di maschere e di ruoli che si scambiano fino a perdere il senso di chi era chi e adesso non è più. Lucida pazzia, in pratica.
Il cinema, che di sogni è una fabbria, gioca proprio su questo. Una pantomima, un inganno. Eppure anche lì ci devono essere delle regole da seguire e rispettare per non perdere il senso della rappresentazione a cui stiamo assistendo. Per poter continuare a distinguere quello che è da quello che non è. 

Solo che a volte un artista se ne frega e Lynch, che con quelle regole ci ha giocato ma ha continuato a seguirle, decide di andare oltre. Di essere libero.


Nikki è un'attrice ed è stata scritturata per un film, Il Buio Cielo del Domani. Reciterà a fianco di Devon, un attore noto per sedurre le proprie colleghe, e sarà diretta da Kingsley, un regista incapace. Il Buio Cielo del Domani è però il remake di 47, film polacco maledetto poichè mai completato a causa della morte violenta di due attori.
Durante la lavorazione del film, Nikki si perde. Rimane intrappolata nel ruolo di Susan (il suo personaggio) e, nel tentativo di fuggire, scivola in altre realtà e in altri mondi assumendo altre identità, divendendo altro da se eppure rimanendo se stessa, sempre e ovunque. Perchè dietro il personaggio Nikki, dietro il suo nome, c'è un universo intero,  frammentato e vario, i cocci di un esistenza che messi assieme non possono che dar forma a qualcosa di caricaturale e falso, il particolare che nel tentativo di rappresentare il tutto lo svilisce. 

Viaggia, allora, Nikki, e lo fa attraverso un foro nella seta praticato con una sigaretta. Questo alla faccia di chi ha detto che INLAND EMPIRE non ha senso e che il suo regista si è perso nel proprio egocentrismo artistico: le bruciature di sigaretta, in gergo cinematografico, sono quei segni che compaiono sullo schermo poco prima della fine di un rullo. Il simbolo della fine di qualcosa, quindi, e dell'inizio di altro. Nel mezzo potrebbe esserci qualsiasi cosa e c'è gente che ci ha persino giocato, inserendo immagini subliminali e trasformando il mondo film, finito e compiuto, in qualcosa di trasversale. Lynch porta il tutto alle estreme conseguenze, determina l'indeterminato e trasfigura il sogno in una rappresentazione immaginifica. Per fare questo si approrpia di strumenti tipici della videoarte, quasi in un ritorno alle suo origini. 
Il risultato è un gioco di scatole cinesi, un viaggio tra lo spazio e il tempo che abbatte le barriere della percezione. Viaggio metacinematografico, tra l'altro, il punto più alto di una riflessione sul cinema e sul suo modo di confondersi con il reale rimanendo comunque finzione.

 "Se fossi immerso nella luce più totale, ti potrei dire quello di cui ho sempre avuto paura: la paura stessa!" 

Per affrontare la fine di un viaggio durato anni (e che spero apra le porte ad un nuovo percorso) Lynch si avvale della sua musa, Laura Dern (cosa ci abbia mai trovato in lei il Maestro è un mistero ancora più criptico di quello raccontato in questo film), di Justin Theroux, quasi a voler creare un nesso con Mulholland Drive, in cui Theroux ha recitato nei panni del regista Adam Kesher, e Jeremy Irons. Ma soprattutto si avvale del digitale, per la prima volta nella sua carriera.
Le musiche, di Lynch e del compositore polacco Krzysztof Penderecki, imprimono all'opera un senso claustrofobico di rara bellezza, rareffatte e sublimi(nari), anticipando le atmosfere che saranno proprie del primo disco del regista: Crazy Clown Time.


SPIEGAZIONE:

In questo caso dare una spiegazione ad un film non solo è inutile, ma forse addirittura controproducente: lo spettatore non deve far altro che abbandonarsi. In effetti una storia da raccontare c'è: potrebbe essere quella di una giovane donna intrappolata nel proprio senso di colpa (per essere stata la causa della morte del marito?) a cui tenta di sfuggire creando in sogno un catartico film nel film. Potrebbe essere la storia di un'attrice affetta da Sindrome di Stendhal che sprofonda nella propria affezione o quella di una schizzofrenica in terapia ipnotica, alla ricerca della vera se stessa tra tante identità. Il fatto è che non importa.


CONCLUSIONE:

INLAND EMPIRE è un'esperienza più che un film. Non importa come inizia e dove ci condurrà, è il viaggio quello che conta. Un viaggio in grado di terrorizzarci, farci piangere e sorridere. Noi spettatori ci perdiamo assieme alla protagonista, affrontiamo un percorso catartico e doloroso per arrivare in quel non-luogo le cui pareti sono quelle del nostro inconscio. Perchè noi siamo il vero teatro del bizzarro e dell'assurdo. Questo invece è solo un film, e lo dimostra il bellissimo e stranissimo finale.Può non piacere, farsi odiare ed essere indigesto, ma non importa finchè c'è gente libero di amarlo.

Ah, e se vi chiedete cosa diavolo siano quei conigli antropomorfi che ogni tanto compaiono, la risposta la sapete già, in fondo: quei conigli siamo noi.

"Mettiamo il caso che oggi fosse domani, lei neanche si ricorderebbe di avere un conto in sospeso da pagare… un azione, qualunque azione ha delle conseguenze… ciò nonostante, ci resta la magia!"

Commenti

  1. assolutamente d'accordo!
    e quando il viaggio è così spettacolare, difficile chiedere di meglio...

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  2. Che bello trovare qualcuno a cui è piaciuto. Credo questo film si possa amare o odiare, non ci sono vie di mezzo perchè o ci entri o no, senza colpe da parte del fruitore. Però se ci entri, oh, che mondo che ti si apre davanti...

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    1. Oddio, mo' lo voglio vedere! *_*

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    2. Se non lo ha già fatto ti consiglio il resto della cinematografia lynchiana, prima ;)

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  3. Quando sono uscita dalla sala, dopo aver visto il film all' epoca della sua uscita, mi sono chiesta se avesse ancora senso fare del cinema, perché Lynch lo aveva del tutto ammazzato.
    Che non è un commento negativo, anzi, l' esatto contrario. E non è un caso se poi lui stesso ha praticamente smesso.
    E' giusto che questo film non piaccia a tutti. Anzi, la stessa categoria di piacere o non piacere diventa sterile.
    E' sicuro che anche chi non lo ha apprezzato, non lo ha però dimenticato.
    Io ho rischiato le botte di chi avevo portato al cinema con me :D

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  4. In effetti questo film è un trip ma è anche un opera di decostruzione del cinema intero. Meglio così, mi verrebbe da dire: dalle macerie potrebbe nascere qualcosa di nuovo. Però non direi che Lynch, dopo questo, ha smesso: My son my son what have ye done, per quanto mi riguarda, è Lynch al 50 (forse 60) per cento.
    Non so se poi hai ascoltato il suo disco, ma credo quello sia un prolungamento vero e proprio del suo modo di fare cinema.

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  5. trovo che il film abbia del potenziale, ma é stato portato troppo allo stremo, presumo lynch ha reinserito in questo film quello che probabilmente avrebbe dovuto meglio dire ad uno strizzacervelli, anche perché di interpretabile c é veramente poco su molte ore di film, e anche qualsiasi interpretazione frazionaria sarebbe del tutto opinabile. in conclusione questo film ha rischiato veramente di riuscire ad aprirmi le porte dell'inconscio,,,,ma ho combattuto, e si....sono riuscito a finirlo.

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    1. Credo che l'estremizzazione del tutto sia stato proprio uno scopo. Certamente può lasciare storditi o addirittura escludere lo spettatore, ma è il prezzo della sperimentazione.

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