Non solo mazzate: JCVD (di M. El Mechri, 2008)


Piccolo preambolo: sono stato molto di parte nel recensiere questa pellicola, pur ponendola nella dimensione che gli è propria. Non voglio convincere nessuno che questo sia un bel film, dico semplicemente quel che penso. Non è quindi la recensione di un espertone, solo il punto di vista di uno che da piccolo venerava i film di Van Damme, che ha assistito al suo declino e che è stato contento di vederlo, in un certo senso, riabilitato. Ok, iniziamo.

Jean-Claude Van-Damme è un attore, regista, sceneggiatore e artista marziale belga. Dopo essere diventato famoso in patria come atleta e culturista, emigrò negli Stati Uniti nel 1982 deciso ad intraprendere la carriera di attore.
Il resto della storia è risaputo: Van Damme, in America, lavora in varie produzioni e partecipa a vari film in ruoli minori, svolgendo nel frattempo lavori di routine. Questo fino al successo commerciale di Bloodsport (conosciuto in Italia con il titolo Senza esclusioni di colpi) e all'arrivo di John Woo con il film Hard Target (1992).
Ad una carriera costellata da successi e film di dubbia qualità (la maggior parte per l'home video) si affiancano vari problemi di natura sentimentale (cinque matrimoni, due dei quali con la stessa donna), giudiziaria e di salute (l'abuso di cocaina e la depressione).

Lo stile di vita e il percorso professionale intrapreso portano l'attore belga a scomparire lentamente dai circuiti del cinema "che conta" e ad accettare ruoli di qualunque tipo, partecipando ad una decina di film, tra la fine del ventesimo e l'inizio del ventunesimo secolo, di basso profilo. Questa discesa "fino all'inferno" sembra interrompersi improvvisamente nel 2008, quando una produzione franco-belga decide di rilanciare la sua figura portandolo persino sul tappeto rosso del Festival Internazionale del Film di Roma, con la pellicola JCVD - Nessuna giustizia, in cui Van Damme recita (ebbene sì, recita) nel ruolo di se stesso.


Van Damme torna nella propria città belga di origine, inseguito da problemi finanziari e dalla fallimentare causa per l'affidamento della figlia, alla ricerca di tranquillità. Presentatosi in un ufficio per prelevare i soldi necessari a pagare la parcella del suo avvocato, rimane invischiato in un tentativo di rapina. I rapinatori, riconoscendo subito l'ostaggio, decidono di sfruttare la sua popolarità per negoziare con la polizia, che a sua volta crederà sia proprio Jean Claud l'artefice della rapina.

Il film è diviso in quattro capitoli e fonde con efficacia realtà e finzione. Parte come un biopic (o un mockumentary) ma sfocia ben presto nella commedia e nel dramma di un personaggio, per una volta, spogliato della propria aurea di star. Nonostante una fotografia satura, al limite del televisivo, e una sceneggiatura non priva di retorica, il sesto lavoro di Mabrouk El Mechri ha ricevuto un caloroso benvenuto da parte della critica internazionale, limitandosi invece ad un tiepido successo di pubblico.

La storia non è delle più originali, a metà strada tra Quel pomeriggio di un giorno da cani - citato ripetutamente nel film - e In fuga per tre, ma subito viene inserita in un contesto non molto frequente nel cinema, quello di una star nel ruolo di se stessa in una situazione totalmente "di fantasia" (quello che si è visto, con le dovute differenze, in Essere John Malkovich), nel tentativo di sferrare un attacco all'industria e ad altri uomini-simbolo di un certo tipo di cinema, di cui lo stesso Van Damme è icona.
Tra critiche poco velate a colleghi attori e registi (incluso colui che l'ha portato alla fama per poi "abbandonarlo", John Woo), tra situazioni al limite del paradossale e vere e proprie prese di coscienza (il monologo finale), l'attore belga si prodiga in un atto di sincera umiltà, spogliandosi delle vesti di star e abbracciando, per un attimo, un'idea di cinema visto non solo come macchina per far soldi.
Il risultato è un film che del tutto sincero non è (basti vedere i titoli a cui Van Damme ha partecipato dopo) ma che si allontana dai canoni a cui l'attore ci ha abituato nel corso degli anni.


JCVD appare come una vera e propria confessione, un mettere sul piatto le ultime cartucce a disposizione, ma anche un atto d'accusa nei confronti di un sistema che mette alla berlina la vita privata di chi ci (e lo) vive, che lo consuma per poi liberarsene senza pietà, che giudica e non accetta di essere giudicato e che, soprattutto, tende ad identificare un attore con il genere di film a cui partecipa: "È molto difficile per me giudicare le persone. Ed è molto difficile per le persone... non giudicare me, ma accusarmi.", dice un Jean Claude invecchiato e appesantito.
Un film con una struttura ad incastro, che si divincola tra meta-cinema, realismo ("Non è un film, è la realtà") e fiction in senso classico.
Mabrouk El Mechri dirige in modo impeccabile, non spinge troppo sul pedale della retorica e si concede qualche scena da antologia, a partire del bellissimo piano sequenza iniziale, passando per il già citato monologo dell'attore a tu per tu con la macchina da presa e arrivando al bello e coraggioso finale, amaro e niente affatto consolatorio. Fonde perfettamente ironia e amarezza ed equilibria le diverse anime del film, senza per questo scadere nell'autocompiacimento o nel barocchismo. Strano considerate le prove che aveva dato nel corso della sua carriera. Il risultato è un film che non rimarrà certo nella storia ma che a modo suo è un piccolo gioiello.

Van Damme, d'altro canto, dimostra una sensibilità e una capacità attoriale fino a questo momento impensabili. Certo, chiamarlo attore viene comunque difficile, ma si mette in discussione e ci concede la migliore interpretazione della sua carriera. Peccato vederlo poi tornare a recitare in film di dubbia qualità (Universal Soldier: Regeneration, Assassination Games e il film in preparazione I Mercenari 2, che visto il suo predecessore può fare ben sperare i nostalgici del cinema tamarro - come me).

Commenti

  1. Lo vidi proprio al Festival di Roma la prima volta e me ne innamorai. E' un film che fa riflettere molto, mi mise anche una certa tristezza addosso, ho proprio sentito la delusione di Van Demme, sembrava che si odiasse davvero per ciò che era!

    Faust

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  2. Io amo Van Damme.Non vedo l' ora di vederlo nel seguito de I Mercenari. Certo, questo film è un' altra cosa, è una specie di atto di coraggio e presa di posizione. Ci vogliono le palle per mettersi in gioco così, alla faccia di chi depreca gli attori action come semplici fantocci da crash test.
    AH, poi a me UNiversal Soldiers piace...

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  3. Non è un mistero la mia assoluta antipatia per van damme e i film tamarri.Che ce posso fa!
    Però questa opera mi incuriosisce assai.Sicuramente la guarderò con attenzione,visto che quanto pare è pure in italiano!

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  4. Questa pellicola mi ha sempre incuriosito, ma al tempo stesso non mi sono mai deciso seriamente a vederla. Intanto me la procuro, così appena chiama la vedo senza posticipare ulteriormente.

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  5. @cinefatti: in effetti fa persino un po' male sentir Van Damme lanciarsi in quel monologo autocritico e accusatorio. Non sono sicuro fosse totalmente sincero ma sicuramente è stato d'effetto.

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  6. @ilgiornodeglizombi: io amo Van Damme e ho visto tutti i suoi film, anche i più brutti. Questo è una cosa a parte ma forse fa ancora più piacere. E comunque il piano sequenza iniziale e spettacolare. Universal Soldier mi è piaciuto, sono i seguiti che mi fanno sorridere :P

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  7. @babordo76: questo non è il tipico film alla Van Damme. E' una cosa diversa e io lo consiglio a chiunque. Vedilo, si trova facilmente (e l'hanno passato in tv)

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  8. @Elio: vedilo e basta. Io ce l'ho, fa parte della mia videoteca privata, se vuoi te lo passo.

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  9. Credo che tutti i film di Van Damme offrano godibili scene di arti marziali, non esistono film belli o brutti, le arti marziali o ti piacciono o no. Ma comunque nella cariera di Van Damme ci sono stati film anche di sentimento come "Accerchiato", "In Hell - esplode la furia" ma anche "Lionheart" dove combatte in incontri di lotta clandestini per mantenere la cognata e nipotina. Van Damme come Chuck Norris o Bruce Lee ha dedicato un ntera cariera ai film di arti marziali, non deludendo mai i suoi fan, questo per me appaggante. Non serve l'oscar per essere una leggenda.

    JCVD, il mito della mia infanzia.

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    1. Da fan di Van Damme di vecchia data, posso dire senza problemi che un film è un film, che sia di arti marziali o no. E esistono film belli e film brutti, dipende da chi e da come siano girato/scritti. Detto questo, JCVD è uno di quei film belli dove lo stesso protagonista, all'interno di una fiction, ammette le proprie scelte sbagliate, cinematografiche e di vita. Questo non mette in dubbio il valore atletico di Van Damme, che da quel punto di vista è e rimane un grande.

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