Un atipico Road Movie: Una Storia Vera (di D. Lynch, 1999)


Oggi parliamo di un road movie e quando si parla di road movie, in molti (tutti) pensano subito a Easy Rider. Normale direi, perchè quello è stato il primo grande r-movie della storia del cinema. Eppure è una cosa che mi fa incazzare, perchè a me - possano perdonarmi gli dei del cinema -  il film di Hopper (R.I.P.) non è mai piaciuto più di tanto.
No, non parlerò di Easy Rider, perchè quando io penso al road movie penso automaticamente a Una Storia Vera (The Straight Story).
Che palle, direte voi, ci parla un'altra volta di David Lynch. Sì, dico io, perchè questo è il mio blog e parlo di quel che pare (e piace) a me. Che poi, questa volta il lynch in questione è quello da tutti definito il più normale, quasi ci fossero storie standard e storie "strane" da raccontare, ma soprattutto il meno personale tra i film del regista.

Alvin Straight è vecchio e malato. Vive in un piccolo paesino con la figlia disabile e ha troncato da tanti anni i rapporti con il fratello Lyle per non si sa quale antico litigio. Quando scopre che Lyle ha avuto un attacco cardiaco, decide di raggiungerlo prima che sia troppo tardi. Partirà così per un lungo viaggio attraverso l'america a bordo di un tagliaerbe.


Tratto da una storia vera, come recita il titolo (quello italiano perde però il gioco di parole di quello originale), The Straight Story è il secondo road movie del regista del Montana (il primo era stato Cuore Selvaggio). Eppure The Straight Story è anche tanto altro: se con Cuore Selvaggio lo spettatore veniva trascinato in un viaggio senza ritorno nell'anima nera degli Stati Uniti in una sorta di Heart of Darkness pulpeggiante, Una Storia Vera scivola lento e placido tra le strade di frontiera di un paese contradittorio. 
Parliamo di un percorso iniziatico, che penetra il mondo dando un senso alla sua mancanza di senso. Percorso di morte, forse, perchè trova il proprio inizio nella fine, in Alvin disteso sul pavimento, impotente, colpito da un malore. Se nel momento dell'ultimo sospiro si ripercorre la propria esistenza in un lampo, il nostro protagonista ne riattraversa le tappe essenziali alla ricerca del se stesso sepolto nella memoria.


Il primo aggettivo che mi viene in mente quando ripenso a questo film è "lento". Molto spesso (soprattutto nel cinema), lento è sinonimo di noioso, brutto, sonnolento. Questo perchè tutto intorno a noi è immobile nel frenetico vivere contemporaneo; perchè, in pratica, siamo prigionieri della velocità, come se ci trovassimo in bilico sul guard rail di un'autostrada: immobili, impotenti, ciechi. La lentezza invece trova il tempo di farci riflettere, perchè è quando ci fermiamo che abbiamo il tempo di comprendere quel che abbiamo attorno, di cogliere l'ordine del caos. 
In Una Storia Vera la lentezza è associata al mezzo di trasporto che Alvin sceglie: un tagliaerbe. Da lì è in grado di cogliere il mondo nel suo procedere inesorabile, quasi si astraesse dal suo fluire. Allo stesso tempo riesce a guardare dentro se stesso, riflettendosi in ogni frammento di umanità che incontra per strada. L'america si scopre sonnolenta ai suoi occhi, rivelando la propria essenza fatta di campi di granturco e cittadine di provincia, di segreti all'ombra di un sorriso e rimpianti in grado di divorare l'anima dell'uomo più forte se subdolamente riuscissero ad insinuarsi nel suo cuore. 
Lynch si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, indugia nel silenzio e costruisce castelli di immagini in quello che potrebbe essere un interminabile piano-sequenza. Guardando il suo film sembra quasi di tornare a respirare dopo un periodo interminabile di apnea, quasi fossimo emersi dal mondo e per due ore ci accontentassimo di guardarlo dalla finestra.


Il secondo aggettivo che mi viene in mente pensando al film è "dolce". Non quella dolcezza stucchevole alla Walt Disney ma una dolcezza avvolgente che sboccia dal dolore. 
Alvin non è una persona dolce, lui è stato forgiato dal fuoco della guerra e piegato dal dramma dell'alcolismo. Alvin è dotato di una calma appresa con l'esperienza, ma che con la dolcezza non ha nulla a che fare. Sua figlia Rosie, invece, è dolce. Lo scopriamo nelle lacrime che versa persa nel ricordo di quella vita che le è stata strappata via (i figli), nell'affezione per il padre, nelle chiacchiere sincere scambiate con la cassiera di un supermercato. 
La pioggia che accarezza i campi è dolce, quanto e più del sole che li colora. Il lento procedere del trattore, la notte passata in un cimitero ricordando un'infanzia dura e felice. La vita e la morte che per un attimo si incontrano e si fondono sotto le stelle, nel momento in cui vien voglia di ridere e di piangere allo stesso tempo. Il rimpianto del passato, che nel costante fluire diventa irrecuperabile, e la speranza di essere ancora in tempo per il futuro, anche se solo per un istante.


Ma Una Storia Vera è anche un film sul senso di colpa, il più classico dei temi lynchiani alla faccia di chi dice che questo è il film meno personale del regista (solo perchè non ci sono sequenze surreali? No, ci sono anche quelle). Tutti i personaggi della pellicola sono afflitti dal senso di colpa, a partire dal protagonista per arrivare all'ultima delle comparse. Perchè la sensazione di aver sbagliato, la certezza di non poter rimediare e la paura di essersi macchiati per sempre accompagnano l'uomo per tutta la sua esistenza. Si può scappare - letteralmente e metaforicamente - o decidere di affrontate il proprio Io. Questo perchè siamo esseri maledetti dal nostro stesso sangue, dai ricordi che ci imprigionano in un mondo che per quanto corra non riesce ad andare avanti. Guardare negli occhi i propri demoni e reggere lo sguardo, quello l'unico modo per farlo. 

L'incontro col fratello Lyle è l'ultima prova che Alvin deve superare prima di potersene "andare". Scoprire se stesso negli occhi della persona che allo stesso tempo gli è stata più vicina e più lontana. "Non ricordo neanche il motivo per cui abbiamo tanto litigato" racconta ad un prete. Non che il vecchio cerchi assoluzione da un uomo di chiesa: quella l'ha trovata nell'interminabile viaggio/purgatorio che è l'America, così uguale e così diversa, unica e molteplice. Solo che parlare con chi decide di ascoltarlo è liberatorio e Alvin non è uomo che parla tanto.


Alternando momenti di rara forza struggente a attimi di comicità mai grottesca, il film finisce quando il viaggio giunge al termine: Lynch non vuole indagare sulla destinazione, era il percorso che gli interessava, lineare proprio come il film è stato girato - in sequenza. Ad incorniciarlo la splendida fotografia di Freddie Francis e le musiche perfette del fido compagno Badalamenti
The Straight Story è intenso e scava nel petto dello spettatore fino a raggiungere il suo cuore. Fa male, ma addolcisce il dolore con una carezza. Lento e dolce, è un film sulla vita e sul modo di affrontarla. Alla fine sarà impossibile non amare il nostro vecchio protagonista interpretato da un Richard Farnsworth alla sua ultima interpretazione (destino beffardo) prima della morte.

Forse manca quel gusto per l'eccesso a cui il regista ci aveva abituato, quello sguardo truce sul lato più cupo dell'esistenza, ma non ne sentiamo la mancanza. Per un attimo abbiamo guardato il mondo (e noi stessi) con occhio nuovo.


Commenti

  1. Ma se ti dico che questo è il mi Lynch preferito tu mi picchi e non mi vuoi più bene?
    E sono convinta anche che, come dici tu, sia un film personalissimo, magari lineare, ma denso di tutti gli elementi tipici del regista.
    Ah, e comunque, dato che hai scritto una recensione così bella, io ti perdono che non ti piace Easy Rider perché sei giovane e innocente

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  2. decisamente d'accordo su easy rider, film sorpassatissimo, tanto per usare un termine da strada :)

    se penso a un road movie a me viene in mente piuttosto il posto delle fragole di bergman, tanto per andare sul classico, o questo una storia vera.
    un film tra i più toccanti, ma per fortuna mai ruffiano o stucchevole alla disney come dici, mai visti.

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  3. @ilgiornodeglizombi: ma non si capisce che questo è anche uno dei miei Lynch preferiti? Ma io sono di parte e li amo tutti, persino un po' Dune.

    E comunque Easy Rider mi fa addormentare ogni volta... e dire che l'ho visto anche di mattina.

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  4. @marco: Il Posto delle Fragole non l'ho mai considerato un road movie, però adesso che mi ci fai pensare... :)

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  5. devo recuperarlo ma il regista merita assolutamente

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  6. @Luigi: tutti dovrebbero vedere questo film. Dovrebbero inserirlo nei programmi scolastici

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  7. @ilgiornodeglizombi: perchè Dune... perchè... cioè, Dune... no, Dune non ce la faccio, se non fosse per come sono rappresentati gli Harkonnen non lo terrei nemmeno in videoteca

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  8. Bravo France'. Una pellicola meravigliosa. L'aggettivo che viene in mente a me, invece, è "avvolgente, e quando la guardo mi demolisce emotivamente ogni volta. Bello bello bello.

    Poi vabbè, gli occhi di Farnsworth sono devastanti.

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  9. Demolisce emotivamente ma ti da quel vago senso di speranza. Quella che non ha avuto Farnsworth quando a tu per tu con la morte, si è tolto la vita.

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