Twixt (di F. F. Coppola, 2011)


Il sogno come rivelazione, fulcro dell'attività creativa, ponte verso l'altrove e verso se stessi. Il sogno come energia irrazionale che alimenta i meccanismi contorti della ragione.
Francis Ford Coppola, il regista de Il Padrino e Apocalypse Now (ma anche del Dracula di Bram Stoker) arriva nel 2011 con un horror/non-horror che trova le sue origini nel sogno, alla maniera di Robert Louis Stevenson. Si tratta del suo ultimo film, il misconosciuto Twixt.

Hall Baltimore è uno scrittore di romanzi horror, uno Stephen King di serie B in piena crisi creativa che durante il tour per la promozione del suo ultimo romanzo giunge a Swan Valley, piccolo e misterioso paesino che in un passato non troppo lontano ha vissuto il trauma di una pluriomicidio/strage di bambini. Lo sceriffo della cittadina è Bobby LaGrange, aspirante scrittore che racconta a Baltimore la storia della misteriosa morte di una ragazzina uccisa con un paletto di legno conficcato nel cuore. Una serie di strani sogni condurrà Hall al romanzo della sua possibile rinascita.


Questo strano caso di Hall Baltimore è un film atipico a partire dal titolo (inizialmente Twixt Now and Sunrise, in seguito abbreviato in Twixt), girato nel lato più oscuro della California e caratterizzato da un 3D interattivo. Twixt significa "tra" ma non è ben chiaro quali siano i due opposti in mezzo ai quali si inserisce: sogno e realtà, verità e finzione, bene e male. Probabilmente si tratta solo di una parodistica esternazione del mondo interiore del regista/autore, quasi una confessione al crepuscolo, ma di certo la natura del film è dualistica e sperimentale nel senso più convenzionale del termine, perchè gli estremi ben definiti all'inizio del "gioco" via via si confondono e quel "tra" smette di esistere prima di un finale tra i più ironici e soghignanti degli ultimi anni.
In effetti l'ultima fatica di Coppola è un gioco vero e proprio e per questo può essere confuso con l'esercizio di stile, sbilenco e raffazzonato perchè "costruito" in corso d'opera, montato a seconda delle reazioni del pubblico in proiezioni preliminari. Ma al di là di quanto il film possa essere brutto o poco riuscito, sta di fatto che è sincero e nasconde sotto il proprio stile un nucleo di dolcezza che quasi scalda il cuore e sicuramente tiene incollati alla poltrona per tutti i suoi 85 minuti.


Baltimore è uno scrittore di romanzi economici, uno di quelli senza passione o ispirazione e in cambio tanti problemi economici, alla ricerca nell'alcol della soluzione alla propria incapacità di mettere insieme due parole che non suonino banali. Il suo unico desiderio è scrivere qualcosa di personale, forse l'ultimo modo per liberarsi dal senso di colpa e da un passato traumatico che lo perseguita. L'occasione non è l'idea germinale seminata nel suo inconscio dall'assurdo sceriffo LaGrange (Bruce Dern) ma un sogno profetico in cui compare V, misteriosa tredicenne profetica anche lei per via del nome che si porta dietro (Virginia) e che richiama Edgar Allan Poe, nume tutelare e alter ego del protagonista. Anche qui due opposti, da un lato accomunati dalle rispettive donne bambine della loro vita, dall'altro differenti per attitudine artistica, una basata sull'istinto e l'esternazione del proprio marasma interiore, l'altra sull'applicazione scientifica della parola e sulla razionalizzazione della struttura narrativa. In realtà si tratta di un omaggio e una critica all'horror (letterario e cinematografico) moderno e contemporaneo. Si tratta di un modo nuovo per affrontare la propria indipendenza artistica e di rinnovarsi senza rinunciare alla tradizione, un modo per cercare il vero se in un'industria soffocante. Un prevalere del conflitto interiore sul conflitto (e il mistero) alla base del film stesso.


Coppola porta avanti un percorso cominciato tanti anni fa. Il suo è un viaggio interiore ed estetico che attraversa generi diversi, dalla favola gotica al weird, dall'espressionismo al mistery. Riprende la figura del vampiro già affrontata con successo tanti anni prima e la rielabora in maniera del tutto personale, ammiccando all'estetica da b-movie. Il suo modo di fare cinema riflette sul cinema stesso, ma si basa su punti di riferimento fissi, come l'uso del colore che a qualcuno ricorderà Sin City ma trova origine nel ben più originale (e precedente)  Rusty il Selvaggio. La fotografia di Mihai Malaimare Jr. traduce perfettamente questa neccessità postmoderna di rappresentare la realtà. 
Chiariamo: come ho già detto Twixt non è un film bello, né del tutto riuscito. La colpa è dell'inconsistenza della trama che si perde nel non sense, ma anche della parodia fin troppo evidente e di un attore protagonista come Val Kilmer (che ricorda lo sfatto Mickey Rourke di The Wrestler). Per fortuna riequilibria la situazione una burtoniana Elle Fanning, giovane promessa. Anche per questo, forse, non ha potuto godere di una distribuzione e ha fatto il giro dei festival, compreso quello di Torino 2011. 
A me però è piaciuto, perchè c'è qualcosa di caloroso in questo film, qualcosa di sincero e genuino che fa bene e fa riflettere. Lo sguardo sognante di un vecchio/bambino nel bel mezzo della sua altra giovinezza che guarda con nostalgia a un passato che non c'è più, che non può (e non deve) più tornare. Mai più.




Commenti

  1. sottoscrivo.
    film confuso e non del tutto riuscito, eppure sincero, vero e, soprattutto, vivo

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  2. Sì, vivo. Aggiungo che film così, ogni tanto, nella carriera di un regista, fanno bene al cinema.

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  3. Per una volta sono d'accordo con il Cannibale.
    E sottoscrivo completamente il tuo post.

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  4. E' bello trovare un film "minore" e imperfetto che mette tutti d'accordo :D

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  5. ma un grande autore può permettersi un film minore?E il film è un amico o un'opera,conta davvero la sincerità?
    ^_^

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  6. Aspettarsi capolavori sempre e comunque è deleterio, un "autore" grande o piccolo deve seguire il proprio percorso ed è quello che mi aspetto. Per questo parlo di opere "sincere", che non vogliano prendere in giro, che abbiano un loro senso e che non tradiscano un percorso. Poi chiariamo come la penso: uno spettatore deluso o scontento ha tutto il diritto di criticare opera e autore, ma l'autore ha anche il diritto di fare quel che crede, prendendosene poi la responsabilità.

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  7. Io adoro questo "nuovo" Coppola che finalmente fa come ca..o gli pare! Comunque, imperfetto ovviamente, ma vivissimo, come scrivi in questa bellissima recensione.

    Ale55andra

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  8. Questo Coppola piace anche a me. Ho sempre amato il coraggio soprattutto di chi si rimette in gioco (e uno come lui poteva benissimo non farlo).

    Grazie Alessandra, benvenuta.

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