19 giugno 2014

La paura, l'horror e... Paranormal Activity (Parte 4)


Le ultime tendenze dell'horror contemporaneo sono state (e sono ancora) senza ombra di dubbio il found footage e il mockumentary. Due modi, che spesso coincidono, di far soldi vendendo al pubblico ciò che il pubblico stesso si aspetta, la sensazione di calarsi nel film stesso attraverso l'unico organo realmente coinvolto e realmente coinvolgibile (in attesa di nuove tecnologie), ovvero l'occhio umano. E' un po' quello che l'industria ha sempre tentato di fare con lo sviluppo della tecnologia 3D, ma al contrario: provare a coinvolgere lo spettatore non attirandolo nel film ma spingendo il film stesso nella terza dimensione, nel nostro "mondo". Mentre quello di cui voglio parlare oggi parte dal presupposto che la soggettiva di una camera da presa possa coinvolgere lo spettatore portandolo all'interno del film e che un documentario spacciato per vero possa trasformare la finzione stessa in realtà.

Eppure credo sia meglio chiarire di cosa parliamo quando vengono fuori questi due termini: found footage e mockumentary.

Il primo, lo dice il nome stesso, è un filmato ritrovato ma, in ambito cinematografico, indica quei film realizzati con una pellicola preesistente, attraverso video ritrovati che poi vengono montati e proposti al pubblico. Video di videocamere private, di cellulari, camere di sorveglianza, nastri abbandonati, pellicole professionali inediti. Tutto materiale di terze parti, di seconda mano, poi rielaborato e riproposto a mo' di collage o di ricostruzione storica. Una tecnica vecchia quanto il cinema utilizzata spesso da videoartisti e videomaker underground ma che è stata spesso utilizzata come pretesto cinematografico per proporre video falsi ma spacciati per veri, per dare veridicità ad una pellicola, per colpire lo spettatore al basso ventre facendogli credere che l'incredibile sia possibile e l'impossibile probabile.



Il mockumentary invece è semplicemente il falso documentario. Eventi fittizi vengono fatti passare per reali, opere di fantasia fatte passare per realmente accadute. Ovviamente nella forma è un documentario a tutti gli effetti, ma la sostanza è altro perché non parla di fatti o cose realmente accadute o esistenti. E, per sua natura, spesso mockumentary e found footage vengono a coincidere: il primo è il genere cinematografico, il secondo la tecnica (o la forma) con cui realizzarlo. Se parliamo, infatti, di (finti) documentari basati su riprese preesistenti, allora il found footage viene in suo soccorso. Altrimenti si può ricorrere alla semplice ricostruzione storica (finta anch'essa) e, se parliamo di (finti) documentati in presa diretta, basta una semplice camera a spalla. Anche il mockumentary non è un genere nuovo visto che i primi esempi risalgono alla seconda metà degli anni '60, ma è stato negli ultimi anni che di questo modo di far cinema si è appropriato il genere horror. Ma approfondiremo questo argomento più in là.

Quindi il found footage, tecnica alla base di un certo tipo di cinema sperimentale, col tempo è stato piegato ad uso e consumo del finto documentario: video di seconda mano o di terze parti, spesso creati ad 'oc (e quindi falsi) per dar veridicità al documentario che racconta storie di fiction. Altrimenti il "video ritrovato" può essere un vero e proprio metodo per raccontare storie di fiction attraverso l'occhio del videoamatore. Quindi parliamo di due tecniche complementari che non devono per forza coincidere e che sono state spesso utilizzate nell'ambito del cinema di denuncia, di quello satirico o della commedia "impegnata". Lo scopo è ovviamente quello di dare forza oggettiva alla soggettività del videomaker o del film-maker, alle sue idee o alla sua denuncia. 


Una cosa molto simile aveva sempre cercato di farla il cinema horror. Con le riprese in soggettiva, cercando di coinvolgere lo spettatore ma allo stesso tempo di imprimere una sorta di oggettività alle scene mostrate: se una scena di omicidio è "raccontata" attraverso lo sguardo del killer, non solo allo spettatore sembra quasi di essere coinvolto nell'azione (coincidendo il suo sguardo con quello del mostro) ma sembra quasi che la scena mostrata ne guadagni di veridicità. Allo stesso tempo c'era sempre stato il tentativo di dar forza agli orrori narrati facendoli passare per fatti realmente accaduti anche quando non lo erano. Per esempio, il primo Non Aprite Quella Porta venne fatto passare per un film basato su una storia vera e ciò rese la pellicola ancora più sporca, cattiva e paurosa per gli spettatori dell'epoca, nel '74. Se considerate l'argomento e il fatto che internet non esisteva, capirete come una visione del genere potesse rivelarsi terribile e la finzione impossibile da smascherare. 

I primi però ad utilizzare il mockumentary e il found footage in ambito "di genere" fummo noi italiani. Fu, nello specifico, Ruggero Deodato nel 1979 con il cannibal movie Cannibal Holocaust. Un film che fece storia e scalpore, che ancora oggi viene guardato con sospetto ma senza il quale, forse, nel 1999, non avremmo avuto The Blair Witch Project. Lo disse anche il regista americano Oliver Stone alla prima del suddetto lungometraggio (che gridò in sala "questo è Cannibal Holocaust"), non lo hanno mai ammesso chiaramente i due registi Daniel Myrick e Eduardo Sanchez che però raccontarono una storia di orrore nei boschi attraverso la tecnica del filmato ritrovato spacciando l'opera di fantasia per un vero documentario e prendendo in giro mezzo mondo. E, nonostante nemmeno io credo si possa parlare di plagio, questa è la dimostrazione che i corsi e ricorsi storici, nel cinema horror, esistano davvero. Intanto TBWP fece un sacco di soldi con un budget piccolo e misero e ai produttori venne il sospetto che quel sottogenere e quello stile potessero diventare una vera miniera d'oro. Per questo nel 2002 arrivò My Little Eye, che però di successo ne ebbe pochissimo. Per questo nel 2007 a Romero fu data la possibilità di tornare a parlare di zombie con Diary of the Dead - Le cronache dei morti viventi. Per questo lo stesso anno fu prodotto in Spagna REC, che ebbe un successo talmente grande da spingere gli americani, un anno dopo, a realizzare il remake (Quarantena), pari pari all'originale. 


Il mockumentary e il found footage divennero il modo per investire pochi soldi e rischiare di guadagnarne tanti o, più semplicemente, l'unica possibilità per piccoli registi squattrinati di girare qualcosa di interessante a poco prezzo: lo fecero Michael Costanza nel 2002 con The Collingswood Story e gli italiani Federico Greco e Roberto Leggio con Il mistero di Lovecraft - Road to L. nel 2005. Senza ottenere clamore alcuno, né fama, ma producendo opere di qualità e con delle idee. Ancora prima (1992) lo avevano fatto Rémy Belvaux e André Bonzel con quel capolavoro dal titolo Il Cameraman e l’ Assassino. In quegli anni non si poteva ancora parlare di moda. Per iniziare a parlare di moda dovremo aspettare il 2007, anno di Paranormal Activity

Ecco, Paranormal Activity. un film che con pochissimo riuscì a guadagnare così tanto da convincere tutti che quello fosse "il modo". Il modo per far cinema nonostante non ci fossero né i mezzi né le capacità tecniche. Il modo per fare soldi. Il problema è che un film come PA, nonostante io lo trovi realmente spaventoso, non è cinema. Non c'è tecnica, c'è solo una videocamera lasciata a riprendere spaventi preconfezionati. E quello non è cinema, non è horror, è un semplice luna-park degli orrori con mostri, demoni e fantasmi pronti a farti "booo" e a farti prendere un colpo. L'orrore e il terrore che non vengono indotti o subliminati ma che ti vengono sbattuti in faccia, a volte imposti. E allora il mockumentary (e il found footage) divennero il modo migliore per fare moneta e per uccidere il cinema vero. Il rifugio per gli incapaci oltre che per i "senza fondi".


Con questo non voglio dire che ogni film del genere sia spazzatura, solo che si è abusato di qualcosa di buono fino allo sfinimento, riciclando idee e metodi per cadere nel nulla. Se ne sono accorti anche  Paco Plaza e Jaume Balaguerò che dopo il successo dei primi due REC hanno deciso di abbandonare la tecnica: Plaza addirittura sembra condannarla o decretarne la morte proprio in REC 3, rompendo la camera a spalla dopo l'introduzione del film. Eppure sembra che anche i più valorosi registi indi si stiano buttando nel genere per elemosinare un po' di successo, basti guardare i due V/H/S che vorrebbero essere veri e propri manifesti del found footage o l'ultimo lavoro di Ti West, che abbandona la sua poetica e il suo stile per girare l'insulso The Sacrament (di cui parlerò più in là) che però potrebbe essere anche l'unico suo film di cui si ricorderà il popolo non-cinefilo. 

Alla fine, negli ultimi anni, il mockumentary è diventata l'unica vera proposta possibile. Perché non serve sapere che cosa si stia facendo per girarne uno. Certo che, quando dietro la macchina da presa c'è chi sa fare il suo mestiere, le cose cambiano: lo ha dimostrato il veterano Barry Levinson con The Bay, lo hanno dimostrato tanti piccoli e sconosciuto registi che hanno saputo dire la loro, anche in altri generi (Neill Blomkamp con District 9Matt Reeves con Cloverfield, Europa Report di Sebastiàn Cordero, Chronicle di Josh Trank). Sono state prodotte vere e proprie perle e cito a memoria il mockumentary Lake Mungo e The imposter, finti documentari che sembrano documentari a tutti gli effetti.


Ma alla fine, quando parliamo di found footage, mockumentary o tutte e due le cose insieme, non possiamo che sospirare e aspettare che questo momento passi. Perché di roba interessante ce n'è tanta anche a livello commerciale, ma viene soffocata da questo modo di fare horror che orma mai non piace più a nessuno. Bisogna solo aspettare che l'industria se ne renda conto. Corsi e ricorsi storici, no?

FINE

2 commenti:

  1. Leggere il tuo articolo mi ha riportato alla mente i tempi delle superiori, in cui internet era ancora un privilegio per pochi e qualcosa di ancora mediamente sconosciuto. Certo, noi eravamo molto più smaliziati di chi negli anni '70 si è trovato davanti un Non aprite quella porta oppure un Cannibal Holocaust, tuttavia il dubbio che il documentario fosse vero, anche se non l'avremmo ammesso nemmeno con noi stessi, c'era ancora.
    Ora i tempi sono cambiati, le "frodi" si smascherano in quattro e quattrotto.
    Per questo mi sembra che found footage e mockumentary siano abbastanza inutili ora come ora e, purtroppo, dannosi.
    Come hai detto tu, sono pochissimi i registi che, in questo modo, riescono a coinvolgere il pubblico ed annullare la separazione tra quel che passa sullo schermo e la realtà, il resto sono solo wannabes che sperano di fare tanto guadagno con pochi soldi e questa è una presa per i fondelli ancora più grande rispetto a quella portata avanti da Hooper o Deodato all'epoca.
    Speriamo davvero che questa moda passi o l'horror rischierà la morte, senza zombi che tengano a riportarlo in vita!

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    1. Ecco, stiamo vivendo già questa sorta di standardizzazione. Speriamo che passi, come tutte le altro. Altrimenti la vedo dura.

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