22 luglio 2015

[Racconto] Il Corvo: un amore tragico


Inizio questo post col dire che non scrivevo un racconto da più o meno sei mesi. Finalmente ho ricominciato ma non credo che questo tentativo possa dirsi riuscito. Lo pongo comunque alla vostra attenzione, magari sperando in qualche consiglio. Nulla di originale: si tratta di una rilettura de Il Corvo di Edgar Allan Poe. Vi auguro comunque buona lettura.

IL CORVO: UN AMORE TRAGICO

“Ovunque andassi lui era lì che mi seguiva. Non so dire con esattezza se fosse reale o no, magari una mia paranoia, magari l'eco di qualche mia fantasia sublimata dall'alcol e della febbre. So solo che, da che parte e parte mi girassi, lui era lì. E io avevo paura. Perché mi spaventava. Mi metteva una paura fottuta...”

La piazza gremita di gente e lui lì, le mani nelle tasche, l'antivento abbottonato fin sotto il mento e il cappello calcato sulla testa, a guardare verso l'alto, verso quel palazzo lì o quel grattacielo un po' più in là, verso il campanile o l'insegna del Burger King, le palpebre socchiuse per proteggere gli occhi dalla pioggerella fitta e la mente che vacillava, il sapore della birra attaccato al palato. Il ricordo, quel ricordo lontano come un'eco che lui chiamava ancora Eleonora.
Era Dicembre. Uno di quei Dicembre non abbastanza freddo da essere già inverno. Pioveva e tirava vento ma le temperature stazionavano tra i diciotto e i venti gradi. Non abbastanza, si ripeteva lui. Non era mai abbastanza. Sarebbe stata meglio un po' di neve, il giardino ricoperto di bianco, il cane un po' eccitato, un po' impaurito e loro due stretti sotto le coperte: lui ed Eleonora.
Allontanò con fastidio quell'immagine dalla sua mente con un gesto della mano; non aveva il tempo, in quel dove e in quel quando, di pensare a lei. A quel che sarebbe potuto essere. A quel che non era stato. E intanto si guardava intorno e non vedeva nulla. Non vederlo lo intimoriva, più per l'idea che se lo fosse immaginato o peggio, inventato di sana pianta, piuttosto che per l'idea che potesse essere proprio dove lui non guardava. A spiarlo con quegli occhietti neri come la notte, più neri del caffè senza latte, scuri come il petrolio o i buchi neri. Da qualche parte, in alto, tra i rami di un albero spoglio o, magari, su qualche antenna dei terrazzi incatramati.

La prima volta in cui si era accorto di lui stava facendo la doccia. Usava farla con la finestra aperta, poiché il bagno dava sul giardino sul retro del palazzo e lui era rimasto tra gli ultimi ad abitare lì, un complesso di case popolari dall'intonaco a pezzi e i balconi avvolti da reti protettive. Il posto giusto per la persona che si reputava: un rudere, un reperto archiviato, il ricordo di qualcosa di bello perduto per sempre. Era così che usava definirsi, no? L'idea di quel che sarebbe stato ma che non avrebbe mai potuto. Se qualcuno glielo avesse chiesto, lui avrebbe risposto in tutta onesta che si sentiva fuori tempo massimo. Eppure, fino a poco tempo prima, era riuscito ad attaccarsi alla vita con le unghie e con i denti: per lei, perché almeno lei dava senso al caos che deturpava il suo universo. Finché poi l'appiglio non era venuto a mancare. E, una volta rimasto solo, si era accorto di quanto fosse diventato come un congiuntivo per un adolescente: inutile. Forse per questo il corvo lo aveva trovato: si dice che quel tipo di animale abbia il compito di traghettare i morti dal regno dei vivi nell'aldilà. Lui non era vivo da quando Eleonora non era più, morta una sera di cinque mesi prima, e finalmente il corvo era venuto a prenderlo. A questo aveva pensato quando lo aveva visto per la prima volta mentre lo guardava da un lampione fulminato, dritto verso di lui nudo e insaponato, prima di gracchiare e volar via.
Da quel momento in poi l'uccello era tornato a fargli visita quotidianamente: sul balcone di casa, sul balcone disabitato di rimpetto al suo, sulla tettoia sopra il portone. E poi ancora, perché dopo pochi giorni il corvo aveva cominciato a seguirlo ovunque, o così era parso a lui che se l'era ritrovato alle calcagna durante le ore della spesa, mentre andava a lavoro o durante le passeggiate serali ai margini della città. Quasi lo pedinasse, quasi sentisse il suo odore. Animali troppo intelligenti perché si trattasse di un caso.
Fu così che iniziò a cercarlo ovunque andasse. Che iniziò a sentirsi osservato e che fu preso dalla mania di scrutare l'orizzonte, i tetti dei palazzi, i tralicci elettrici e tutto quello che di alto lo circondava. Fu così che si ritrovò sotto la pioggia a chiedersi se fosse lui ad essere impazzito o se i demoni avessero davvero preso forma e avessero cominciato a dargli la caccia.


Poi, tutto un tratto, la persecuzione finì. Ad un tratto del corvo non ci fu più traccia. Così, come non fosse mai successo, proprio com'era arrivato, l'animale se ne andò. E al suo posto arrivò lei.

Lei aveva lunghi capelli neri e la pelle chiara come zucchero. Alta, troppo alta per essere vera, con quel lungo cappotto che le arrivava alle cosce e il bavero rialzato a nasconderle le guance.

La prima volta che la vide fu per strada, in uno di quei vicoli bui in cui gli piaceva infilarsi per fumare qualche sigaretta in santa pace, lontano dal clamore dei negozi e dei passanti. Gli piaceva starsene lì, con le spalle contro un muro e la cicca tra le labbra, a scorrere i propri pensieri come una fossero una serie di diapositive consumate dalla luce. Di solito sceglieva quei posti dove non passava mai nessuno, ma se pure gli capitava di incrociare qualche anima persa come la sua non aveva poi tanta importanza: non era dai reietti come lui che voleva stare lontano, in fondo loro erano tutti vagabondi alla ricerca senza fine di un posto dove stare.
Solo che, quella volta, di lei non si era accorto. Non troppo lontano da casa, si era seduto sul marciapiedi e come al solito aveva cominciato ad assaporare l'odore di polvere e il rumore lontano dei clacson e non aveva notato che lei era lì, a pochi metri da lui. Non un sospiro, né un sibilo o una parola sussurrata tra se e se. Niente. Alla fine era stato il caso a far si che la vedesse: il caso o chi per lui, perché aveva girato la testa proprio nell'angolo in cui lei stava immobile e quasi non gli prese un colpo.
Quella volta non aveva fatto altro che osservarla, mentre lei non l'aveva degnato neanche di uno sguardo. Ma la cosa non lo aveva stupito. Lo stupì invece quando, in un altro luogo, un altro giorno, la rivide. E poi ancora, ancora e ancora, quasi avesse iniziato a seguirlo, quasi avesse preso il posto di quel corvo che fino a qualche giorno prima lo aveva perseguitato.
E il bello era che, nonostante i ripetuti incontri, lui non aveva mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola e levarsi quel nuovo tarlo che aveva cominciato a dilaniarlo dall'interno.

Fu lei, invece, a parlargli.

A pensarci a posteriori, non avrebbe saputo spiegare esattamente quel che successe quella sera. Ricordava solo che gli si era avvicinato alle spalle, gli aveva preso una mano e l'aveva costretto senza sforzo a girarsi verso di lei. Finché lui non si era perso nei suoi occhi e il buio lo aveva avvolto.

Eleonora lo perseguitava nei sogni ed era una costante che non gli permetteva di riposare in pace. Era un fantasma, un'ombra, un ricordo e la sua disperazione. A volte lui le parlava ancora, ad alta voce, ma lei non rispondeva mai. Eppure sapeva che era lì. Il vento soffiava in quelle serate di Dicembre così lontane dall'inverno e sussurrava parole che lui non comprendeva. Se la immaginava, invece, tra le lenzuola del letto, piedi freddi contro piedi freddi, il suo sorriso e occhi verdi come fuochi fatui nella notte. Era bello finché non finiva. Poi il giorno arrivava e portava dietro di se il sapore del mai più.
Certe notti invece capitavano cose strane e al volto della sua Eleonora, si sovrapponeva quello della donna che aveva incontrato quella sera. La cosa lo turbava, ma in un certo senso mitigava il suo dolore. Altre volte immaginava il corpo di lei ricoprirsi di piume nere e poi trasformarsi in corvo, lo stesso corvo che per così breve tempo era stato suo compagno. “Nero come un prete”, penso sorridendo. “Padre, mi perdoni perché ho peccato”. Poi il corvo volava via e lui rimaneva lì, prigioniero della propria solitudine.

***

Quando si svegliò madido di sudore non capì esattamente cosa stesse succedendo. Notò subito che la notte era diventata più buia di quando fosse mai stata ma non ci fece caso: fu altro ad attirare la sua attenzione. Un ombra nera si stagliava sul fondo della stanza e, anche se non ne vedeva gli occhi, sembrava fissarlo.
“Eleonora?”, bisbigliò. Poi si strofinò gli occhi con il dorso delle mani ma l'ombra era ancora lì che sembrava muoversi lentamente verso di lui. “Mai più!” gli rispose una voce. La silhouette si mosse verso il lato destro del letto e poi, in un attimo, fu sopra di lui. “Eleonora!”, ripeté ancora una volta tentando di sollevare il busto dal materasso, senza riuscirci. “Mai più”, disse ancora la voce. La silhouette nera aveva lunghi capelli neri, come quelli di Eleonora. Avvicinò il suo volto senza lineamenti a quello di lui ma rimase ancora come una finestra aperta su una notte senza luna. Era come se quell'ombra non avesse consistenza, come non fosse un vero e proprio corpo ma solo un ammasso di atomi scuri, di aria fumosa. “Chi sei tu? Cosa sei? Non sei certo Eleonora tu, che rivedrò in un altro tempo e un altro luogo”, disse lui impietrito. Avrebbe voluto ma non era neanche in grado di urlare. “Mai più”, disse ancora la voce. E poi occhi verdi si spalancarono e lo inondarono di una luce che non avrebbe mai più visto di tale intensità. E quando lui capì, lei spalancò le labbra e gli mostrò i denti affilati che celavano, con la sua pelle di zucchero consumata dalle ombre. E quei denti si schiusero per chiudersi sulla sua gola, che gorgogliando sangue pronunciarono ancora una volta il nome di Eleonora. La tragica Eleonora che non era più e che con se aveva portato via quel poco di senso che il mondo aveva mai avuto. “Mai più!”, disse ancora una volta la voce di lei, ora macchiata di sangue. Poi un frustare di ali ruppe il silenzio della notte.

4 commenti:

  1. Cerca di essere più viscerale e meno empatico con l'eventuale "pubblico" Più così: "Lei aveva lunghi capelli neri e la pelle chiara come zucchero. Alta, troppo alta per essere vera, con quel lungo cappotto che le arrivava alle cosce e il bavero rialzato a nasconderle le guance" e molto meno così :" “Chi sei tu? Cosa sei? Non sei certo Eleonora tu, che rivedrò in un altro tempo e un altro luogo”, disse lui impietrito. Avrebbe voluto ma non era neanche in grado di urlare. “Mai più”, disse ancora la voce".
    Parlo ovviamente di composizione sintattica, scelta lessicale ecc....
    Nella prima frase tua riportata il cappotto non aveva bisogno del "lungo" , ne spiegavi già la proporzione dopo. L'effetto , se volesse essere quello della ridondanza con i capelli di prima, in questo caso di elide.

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  2. Solo un appunto sulla prima osservazione: il secondo registro è dovuto proprio all'ispirazione poeiana de Il Corvo, di cui il racconto vorrebbe essere un adattamento.

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  3. L'ultimo paragrafo mi ha fatto salir su dei brividi.
    (E non è un modo di dire, solo perchè si usa così)

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    1. Sinceramente l'ho scritto di getto quel finale, io lo odio :P

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