27 luglio 2015

The Canal (di Ivan Kavanagh, 2014)


L'ossessione è un disturbo ossessivo-compulsivo. L'ossessione è la fantasia che trae spunto dalla realtà e se ne nutre, che si fa forte di insicurezze, dubbi e frustrazioni, che cresce mano a mano che il cervello umano si auto-costruisce conferme. Uno stato psicologico attraverso cui il particolare diventa essenziale, il contingente necessario, il potenziale in atto.
E' pur vero che esistono vari livelli di ossessione e che tutti noi ci siamo ritrovati ossessionati da qualcosa, chi più, chi meno. Per alcuni potrebbe trattarsi di semplice ricerca della verità, ma non è così: spesso l'ossessione rifiuta la verità dei fatti e ci permette di trovare un comodo rifugio ad una realtà che recepiamo come ostile e difettosa.

A volte ad ossessionarci è un'idea. Una di quelle banali, che possono venire a chiunque, a volte sbagliata, altre no. Ad esempio: mia moglie/la mia ragazza mi tradisce. Da quel momento, nello stesso istante in cui quell'idea ci ha sfiorato, possiamo iniziare a leggere la quotidianità e interpretarla alla ricerca di indizi che la avvallino: un ritardo, uno sguardo, un messaggio sul cellulare ricevuto nel cuore della notte. E quell'idea fa male, diventa sempre più dolorosa man mano che iniziamo a convincerci della sua fondatezza. Eppure, anche così, non siamo ancora caduti nel patologico. Almeno finché la nostra mente non comincia a vacillare, senza più appigli, senza punti di riferimento. Ed è questo quello che succede a David, protagonista del film The Canal, opera prima del regista irlandese Ivan Kavanagh


Volendo potremmo definire The Canal un thirller, una storia di infedeltà coniugale o, come detto implicitamente all'inizio, il racconto di un'ossessione. Ma non si tratta solo di questo. Perché The Canal è anche un horror sovrannaturale, una ghost story. E, per parlarne meglio, da qui in poi avrò bisogno di ricorrere agli SPOILER.

David, come dicevo, crede che la moglie gli sia infedele. Non sappiamo da quanto, non sappiamo esattamente perché. Sappiamo solo che la coppia ha un figlio e che Alice fa spesso tardi a casa da lavoro, riceve sms notturni, si intrattiene con clienti anche al di fuori dell'orario di lavoro. Però dice a David che lo ama. Fa sesso con lui, il classico sesso di due persone che stanno insieme da un po', quello privo di particolari scintille e parte di una quotidianità consolidata. E' l'idea però che ossessiona David. Che non lo fa dormire la notte. Che lo preoccupa tanto da farlo uscire di casa per pedinare sua moglie. Attraverso lo sguardo turbato del protagonista noi leggiamo i comportamenti di Alice, la preoccupazione di David, il suo innocente flirtare con la collega Claire. E un po' pensiamo: lui ha ragione. Non ci piace il modo in cui Alice si comporta eppure non sappiamo che pensare. Sarà vero quel che percepiamo o è l'ossessione di David a condizionarci? Infondo capita di flirtare con il sesso opposto e se le cose non vanno oltre non c'è nulla di male. Non c'è nulla di male se lo fa Alice con il cliente Alex o se lo fa David con la collega Claire. Ma, ripeto, è evidente come quella del personaggio principale sia un ossessione e noi sappiamo di non poterci fidare dello sguardo di un ossessionato, soprattutto se coincide con quello del film.


Persino quando David scopre la verità, quando coglie sul fatto Alice, noi non siamo sicuro che quella sia l'oggettività dei fatti. La conferma l'avremo da un altro personaggio, un poliziotto che indaga sulla scomparsa della donna. Quando lo sguardo di David non si sovrappone più a quello della macchina da presa scopriamo la verità che si cela dietro l'ossessione: Alice tradiva suo marito da ormai un anno ed era pronta a lasciarlo. Alice, il cui cadavere verrà trovato nel canale che da il titolo al film, è la vittima ma allo stesso tempo la colpevole. E rimarrà colpevole per tutta la durata del film, anche se persino un bambino che abbia visto tre o quattro pellicole in croce capirebbe che si tratta di uxoricidio. Perché sì, è stato David ad ucciderla e niente di quel che vediamo potrà convincerci del contrario. Eppure, nonostante le colpe del protagonista, nonostante l'atto terribile di cui sappiamo si è macchiato, non riusciremo mai ad avercela veramente con lui. Ancora una volta lo sguardo soggettivo che coincide con quello del personaggio viene a coincidere col nostro, soprattutto quando la mente di David smette di vacillare e crolla definitivamente. E' quello il momento in cui, privo di appigli alla realtà, l'uomo sostituisce un'ossessione ad un'altra, rimuove il trauma, confeziona una bugia e la sostituisce alla verità, pronto a tutto pur di avvallarla. 


Il cinema è forse il mezzo più adatto per rappresentare un'ossessione. Per rappresentare la follia. Attraverso immagini che si tingono di onirico, surreale, di incubi e di fantasmi. Gli stessi fantasmi che non capiamo, fino alla fine, se abitino la casa di David e della sua famiglia, teatro in passato di atroci delitti, o la mente malata del personaggio. Un uomo che precipita sempre di più in un vortice di pazzia, paranoia, ansia. La ghost story si fonde talmente bene con il dramma psicologico da lasciarci insicuri fino alla fine. L'unica, vera sicurezza ci viene data da determinati parametri che il film rispetta alla perfezione. Da una certa sensazione di già visto: Kavanagh (anche sceneggiatore) si nutre di idee e ispirazioni che hanno fatto grandi tanti altri film: Strade Perdute, The Orphanage, Shining, The Ring, L'Uomo senza Sonno solo per citarne alcuni. E alla fine The Canal non ha nulla di originale, nulla di stupefacente. A vincere, in questa pellicola, è la claustrofobica sensazione che tutto stia andando in una direzione e che noi non possiamo far nulla per evitarlo, arrivati come siamo a coincidere con David, pur riconoscendone la crescente follia. Per questo The Canal funziona e ci mette a disagio, non ci spaventa ma ci deprime, ci stritola. Ci fa sentire sporchi. Per questo Alice ci appare in un certo senso più mostruosa di suo marito, anche lei vittima di una bugia (la sua) ma capace di intendere e di volere. La vittima diviene carnefice e il carnefice la vittima ancora troppo innamorata di sua moglie. 


Kavanagh non si accontenta di girare un classicissimo thriller. Per questo sfrutta l'idea dei filmini in 8mm (già vista in Sinister) ma non cade nella trappola del found footage, alterna momenti assolutamente weird a scene oniriche sporche e cattive, cade nel surreale ma torna sempre ad una narrazione lineare e, appunto, classica. Alla fine cede alla tentazione del j-horror ma gli si perdona anche questo per la potenza immaginifica con cui rappresenta un pre-finale coi fiocchi. 

Alla fine dei conti The Canal può non piacere, non soddisfare quel bisogno di assistere a qualcosa che non sia derivativo, qualcosa che ci coinvolga attraverso lo stupore. Ma sfido chiunque ad arrivare all'ultima scena e a non rimanerne colpito. Io ho provato un vero, maleodorante malessere. Sfido chiunque a non rimanere stupidi di fronte alla cura certosina con cui ogni personaggio, anche i più secondari, venga trattato. Che si tratti del pianto accusatorio di una madre, dello sguardo spaventato di una tata o del reflusso gastrico di un poliziotto ostinato. E alla fine l'ossessione di un uomo che ha fatto qualcosa di troppo terribile da accettare ci pervaderà e ci rimarrà dentro. Come fantasmi in una casa che ha visto troppa infelicità e troppo dolore.


2 commenti:

  1. Per me un pò troppo derivativo e già visto, nonostante idee interessanti ed un finale non male.

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    1. A me ha colpito davvero positivamente. Nonostante si capisca tutto dopo 5 minuti

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