17 luglio 2015

We Are Still Here e l'horror che nessuno gira più


Scorpacciata di film horror in questi giorni e devo dirlo, mi mancava davvero. Come mi mancava, d'altro canto, il piacere di sentirmi spaventato guardando un film in casa, tra le rassicuranti pareti domestiche che lentamente paiono divenir aliene tra ombre, scricchiolii e vociare sommesso.
Ecco, per me l'ambiente ideale dei film horror è quello domestico, non l'ho mai negato e mai lo negherò: per sua natura la sala cinematografica è rassicurante, soprattutto per chi in essa ha sempre visto il proprio luogo preferito.

Il mio problema è che capita sempre meno: con sempre più difficoltà riesco a spaventarmi. Questo non significa che mi capitino sempre film horror pessimi, horror movie non vuol dire ad ogni costo "paura". Significa solo che è sempre più raro per me spaventarmi a meno che non si utilizzino i classici trucchetti da salto sulla sedia: non riesco a provare quella sensazione di straniamento, non riesco a vedere nel luogo reale in cui mi trovo un riflesso di quello fittizio che sto guardando. Non riesco a provare quella sana paura adrenalinica. Non riesco più a stupirmi. Indi mi pongo di fronte ai nuovi horror sempre con quel fare ipercritico e un po' cinico che magari chi mi segue avrà notato. E alla fine non me ne va mai bene una. E alla fine finisco per essere scontento anche di prodotti ottimi che magari aggiungono qualcosa all'immaginario horror contemporaneo (un esempio: Babadook). 


Poi, senza saperne niente se non che è piaciuto a gente di cui stimo il giudizio e la critica, mi metto a guardare We Are Still Here. Che ha una locandina stupenda e un regista sconosciuto, tale Ted Geoghegan produttore alla sua prima prova dietro la macchina da presa, una casa di produzione alle spalle che ogni volta mi mette l'ansia (non so mai se aspettarmi una vaccata o un gioiello) e degli attoroni che vorrei vedere più spesso (Barbara Crampton, Jack Nicholson Larry FessendenMonte Markham).

Dopo la tragica morte del figlio Bobby, Anne e Paul Sacchetti decidono di trasferirsi in una casa in campagna del New England per sfuggire al dolore della loro perdita. Eppure Anne, non ancora pronta a separarsi dal suo adorato figlio, sente la presenza di Bobby nella nuova casa.

La bellezza di un film come We Are Still Here sta nel fatto che non c'è assolutamente nulla di originale, nulla di nuovo, nulla di incredibile a cui aggrapparsi per poterlo definire un film riuscito. Allo stesso tempo però, l'opera prima di Geoghegan, è un film diverso dagli altri perché parla di qualcosa a cui nessuno sembrerebbe essere più interessato. Un'opera citazionista, vero. Un prodotto derivativo, ovvio, ma pur sempre un prodotto fortemente improntato ad un modo di fare horror snobbato dai giovani registi contemporanei, più interessati a fare il verso a James Wan che a studiare la storia del genere a cui hanno deciso di dedicarsi.
Per questo e altri motivi a me Ted Geoghegan ha ricordato un altro regista sui generis della scuola americana indipendente contemporanea, uno che (speriamo di no) sembrerebbe aver perso la strada ma che ha sfornato in vita sua almeno due pellicole memorabili: sto parlando di Ti West. E di West, in un certo senso, Geoghegan riprende le atmosfere, riprende quel silenzio assordante e quel modo di caratterizzare i personaggi che abbiamo imparato a conoscere in lavori come The InkeepersThe House of the Devil. O forse no. 


Geoghegan, autore anche della sceneggiatura, chiama i suoi protagonisti Sacchetti. Da loro un cognome italiano e non può essere una casualità. Non possono essere una casualità nemmeno quei rimandi ad un certo modo di fare cinema tipico dei primi anni '80 in Italia, né evidenti riferimenti e citazioni di un maestro nostrano come Lucio Fulci. Uno che (l'ho sempre detto e lo ripeterò sempre) più che un regista era un poeta, forse uno dei pochi che ha saputo essere lovecraftiano senza mai citare Lovecraft. Uno che, insomma, era un Maestro vero e non uno di quei registi di carta che ci ostiniamo a venerare nel nostro bel (?) paese.
Beh, il regista di We Are Still Here non solo cita Fulci, ma dimostra anche di averlo studiato alla perfezione. Dimostra di aver ben chiara l'evoluzione di un genere dai primi anni fino ai giorni nostri e costruisce un horror serrato, pauroso e ben fatto, artigianale ma girato con professionalità, senza sbavature e, soprattutto, con pochissimi trucchetti. Si permette persino di cambiare registro un paio di volte, non appare mai didascalico e dimostra di aver fatto sua la lezione dell'ultimo grande film horror che ci aveva parlato di cinema horror: Quella Casa nel Bosco


 We Are Still Here è un film di neanche '90 minuti che, seppur non aggiunga nulla a quanto visto fino ad oggi in campo horror, mi ha stupito e convinto. Mi ha spaventato. E' riuscito a farmi sobbalzare e urlare. Casa mia, duramente e dopo la visione, non è stata più la stessa ai miei occhi e alle mie orecchie. Ma soprattutto We Are Still Here è un film fortemente lovecraftiano, con uno dei finali più belli degli ultimi anni e con una forte componente splatter (limitata al finale) che mi ha gasato incredibilmente. A molti non sarà piaciuto e ci sta, ma per me è un'opera promossa che, tra le altre cose, parla di perdita in maniera pacatissima. E di come perdere qualcuno voglia dire perdere un pezzo di se stessi e, in fondo, nei meandri dell'oscurità che ci caratterizza, la ragione. 


5 commenti:

  1. Il paragone, o forse no, con Ti West mi ha fatto venire voglia di cercarlo! ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Guardalo, per me merita assolutamente e anche se non ti dovesse piacere credo troveresti almeno qualche scena apprezzabile

      Elimina
  2. Grrr! Io lo sto cercando da settimane ma non lo trovo, si vede che non ho i canali giusti. :-P

    RispondiElimina
  3. La tua recensione mi ha convinto a vederlo. Ho questo e "The House of the devil", me li guardo entrambi non so ancora in che ordine.

    RispondiElimina

... e tu, cosa ne pensi?

Potrebbe interessarvi anche questo?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...