28 settembre 2015

Inside Out (di Pete Docter e Ronnie del Carmen, 2015)


Uno dei miei cartoni animati preferiti di sempre è Alice nel Paese delle Meraviglie. Rientra sicuramente nella mia Top 10, ma è un film Disney che non mi piace rivedere (e infatti non lo rivedo da anni). Alice nel Paese delle Meraviglie è un opera che semplifica il romanzo di Lewis Carroll da cui è tratto ma che ne potenzia alcune intuizioni agli occhi di un bambino, di fronte a cui si carica di perturbante.
Quello di Alice è una viaggio nella psiche umana labirintica attraverso il sogno, una sfida al bigottismo vittoriano e bla bla bla. Ma quando guardi il cartone della Disney non stai a pensare a tutte queste cose perché non riesci a mantenere uno sguardo razionale. Il film della Disney lo vivi attraverso le emozioni che ti suscita. Era il 1951, un altro modo di concepire il cinema, incluso quello d'animazione.

Adesso, 64 anni dopo, nel 2015, le cose sono un po' cambiate e lo dimostra il fatto che oggi e solo oggi può avere senso un film come Inside Out. Eppure, nell'ultimo capolavoro Disney Pixar, è intuibile la fine di un percorso iniziato tanti anni fa il cui punto di partenza è proprio Alice nel Paese delle Meraviglie. C'è un personaggio di Inside Out, Bing Bong, che è in parte gatto, in parte elefante e in parte delfino. La parte "gatto" è intuibile soprattutto dalla coda, che è identica a quella dello Stregatto. Pensandoci bene anche Inside Out è pensabile come "un viaggio nella psiche umana labirintica" della protagonista, solo che questa volta la visione si fa razionale perché quello diretto da Pete Docter e Ronnie del Carmen è la razionalizzazione del percorso emotivo. nonché il cartone animato più maturo della Pixar.


Riley è una ragazzina di 11 anni che vive uno stravolgimento della propria esistenza quando è costretta a trasferirsi con la famiglia dal Minnesota a San Francisco. Questo cambiamento provoca scompiglio anche all'interno del cervello della piccola, guidato (come quello di tutti) dalle cinque emozioni principali, Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza. Tra le altre cose le cinque emozioni devono anche amministrare il più complicato dei passaggi nella vita di una persona: quello dall'infanzia all'adolescenza. Riusciranno a gestire le cose al meglio o sorgeranno dei conflitti interni?

Una delle caratteristiche della Pixar che amo di più è la maturità con cui affrontata determinati argomenti. Sempre di Disney si tratta, ma della Disney è figlia adottiva, figlia stranamente più matura del padre affetto da un'incurabile sindrome di Peter Pan. Mai però mi sarei aspettato un tale livello di maturità e profondità, non perché di cartone animato si tratta ma perché non pensavo davvero fosse possibile: i prodotti della Pixar, in quanto Disney, devono soddisfare sia i grandi che i piccini, ma Inside Out è quel tipo di film che i più piccoli non capirebbero. Sui più grandi invece ha un terribile effetto nostalgico per quel periodo della vita perso per sempre che si chiama fanciullezza. Ad un certo punto, arrivati ad una certa età, quella parte di noi viene rimossa dal database: si tratta dei ricordi di cui possiamo fare a meno, del passato che assume minore importanza rispetto al presente e alle sue trasformazioni, del fare spazio a quel che c'è di nuovo. Nuove amicizie, nuove passioni, nuovi modi di concepire quel che conosciamo, dalla famiglia alla scuola al divertimento.


Una delle cose che fa meglio Inside Out è riflettere su questi cambiamenti. Riflettere su come le emozioni siano parte di un circuito complesso ma logico, su come governino le azioni/reazioni di un individuo ma siano sottoposte a regole ferree. Come lavorano, le emozioni? Come si intersecano, come si scontrano? Quali sono le più importanti, le meno importanti, quelle inutili e quelle essenziali? Come sarebbe la nostra vita se provassimo solo gioia, come sarebbe se provassimo solo tristezza o rabbia? Che valore anno i ricordi, come cambiano a seconda della prospettiva, come influiscono su quello che siamo e quello che saremo? Affrontare argomenti del genere non è semplice, il cinema tende a regalare emozioni, non a descriverle, ed entrare nel meccanismo spesso vuol dire perderne il fascino.
Inside Out invece ci riesce benissimo, trascende i generi, diventa un on the road atipico che ricorda l'Odissea o il già citato Alice, riflette e fa riflettere, commuovendo senza scadere nel patetico e diverte con finezza fino (e durante) i titoli di coda. Ma credo che in un certo senso si vada oltre, perché ci sono momenti in Inside Out che trascendono nell'arte.


La piccola parentesi nel "reparto" immaginazione, tra castelli di carte pronti a crollare e fantasie da cestinare come sul desktop di un PC. L'inceneritore di pensieri inutili in cui avviene la vera e propria decostruzione di ogni fantasia, dalla più alla meno complessa. La fabbrica dei sogni, che monta i ricordi e li ricostruisce, e relega nel subconscio ciò che deve essere dimenticato. L'oblio, dove finisce l'inutile, la discarica di quel che non conta più al di là di quanto sia stato importante. Tutti momenti che trascendono il cartone animato ma che proprio in un cartone animato possono prendere forma. E risultare potenti e leggeri allo stesso tempo. Per questo guardare Inside Out è percorrere quel viaggio che i personaggi affrontano, divenirne partecipi più che semplici spettatori. Perché è il viaggio che si compie ogni giorno dentro di noi, quando rimuoviamo un'emozione essenziale per "sopravvivere" ad una vita che è gioa e dolore, rabbia e disgusto, paura il più delle volte.

Sì, capolavoro, molto probabile. Adulto perché, forse rivolto agli adulti o di chi approccia a perdere l'innocenza garantita dall'infanzia. L'affacciarsi a sentimenti profondi, alla complessità delle emozioni, l'impossibilità di ridurre tutto al bianco o al nero, alla sola gioia o alla sola tristezza. Eppure Inside Out pare affetto da un senso di incompiutezza che ti lascia con il magone in mano. Non doveva finire, Inside Out. Avrei voluto assistere a qualcosa di più, qualcosa di progressivo, perché è limitativa l'identità episodica di questo cartone. Si tratta di un "difetto" intrinseco al tipo di film stesso: noi vogliamo che continui, desideriamo che si vada avanti. Siamo così partecipi che non vogliamo che finisca. E' una sensazione che fino ad ora ho provato solo con i film di Miyazaki, quel "la storia continua" che noi non vedremo mai. Lo stesso finale di Inside Out non è un finale, è una reiterazione del film stesso che, in un certo senso, si conclude com'è iniziato. Meraviglioso ma davvero poco appagante. Un po' meno meraviglioso è il sentimento che mi ha legato ad uno dei personaggi principali, ovvero Gioia, per me irritante fino all'esasperazione. Ma sono inezie. L'unica certezza è che Inside Out è il primo del suo genere e forse, chissà, l'inizio di un nuovo percorso. Staremo a vedere.

6 commenti:

  1. Sono probabilmente l'unico al mondo (o quasi) a non averlo apprezzato in toto.
    Spunto originalissimo, animazione splendida, ma il potenziale è un po' sprecato, appresso a uno svolgimento convenzionale. Il film dell'anno, insomma, lo attendo ancora.

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    1. Sinceramente? Non è neanche così originale ma... è forse il pixar più profondo di sempre

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  2. Io concordo in toto.
    Film maturo e profondo, commovente e divertentissimo, una descrizione stupefacente della fine dell'innocenza e dell'infanzia.
    Bellissimo.

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    1. Bellissimo a dir poco, roba così profonda e ben fatta nemmeno te l'aspetti

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  3. Appena capisco cosa voglia la mia vita da me, corro a vederlo!

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