16 novembre 2015

Knock Knock (di Eli Roth, 2015)


Non sono mai stato un grande estimatore di Eli Roth ma devo ammettere che il suo primo film da regista, Cabin Fever, è uno dei miei cult assoluti. Ma Cabin Fever è e rimarrà sempre un film a se, un prodotto che ribalta una certa concezione di film dell'orrore, che si fa meta-cinema senza rinunciare ad una certa coerenza narrativa ma, soprattutto, è un'opera sorretta dal genio di David Lynch (produttore esecutivo ma, sono sicuro, non solo). Che poi a molti faccia schifo non mi interessa, Cabin Fever scardina un certo modo di concepire l'horror movie e il teen horror prendendo spunto da opere come La CasaNon aprite quella porta, L'ultima casa a sinistra ed esasperando azione e reazioni.

Parlo del primo lavoro di Roth per arrivare all'ultimo, quel Knock Knock che da noi deve ancora uscire, passando per quello che c'è in mezzo. Perché Eli, l'amichetto di Quentin, ha portato avanti un determinato percorso fatto di citazioni e ribaltamenti, mantenendo intatto quell'atteggiamento grottesco, ironico ed esasperato per una decade ed oltre, non solo nei suoi film da regista. Questo dimostra che qualcosa al di là di splatter, violenza e situazioni impossibili c'è e c'è sempre stata.

Ma, appunto, arriviamo a Knock Knock, il suo film del 2015 (Green Inferno in realtà è del 2013) scritto a sei mani con gli amici di sempre Nicolás López (Aftershock) e Guillermo Amoedo.
Un horror, un thriller, un home invasion ma, soprattutto, un gioco scomodo e crudele che vede protagonista Evan Webber, ex DJ ora architetto di successo. Un uomo fortunato, che dalla vita ha avuto tutto: una moglie sexy e talentuosa, due figli sani e belli, una casa fantastica, soldi e successo. Il ritratto insomma di un uomo che il sogno americano se lo sta vivendo alla grande. Se non fosse che, un giorno, Evan rimane solo in casa. La sua famiglia va alla villa al mare ma lui no, perché deve lavorare. Il tempo e brutto, fuori piove, c'è la musica e c'è l'erba, il progetto va avanti senza intoppi ma, a un certo punto, suonano alla porta. Ed è così che Evan si ritrova davanti Genesis e Bel, due ragazze pronte a rivoluzionare la sua vita.



Knock Knock non mi ha convinto per niente. Dopo tutto il preambolo iniziale sembra quasi un controsenso ma credo che, a differenza di un Cabin Fever, dei due Hostel o del precedente The Green Inferno ci sia stato un passo indietro nel tentativo di fare un'ulteriore passo avanti. Come se il piede di Roth, già puntato sul nuovo scalino, sia scivolato facendo cadere all'indietro l'ormai affermato regista americano. E te ne accorgi già dalle prime scene, quando ci viene presentata l'allegra famigliola Webber, che a quella del Mulino Bianco le fa un baffo. Con la solita coppia sposata ma ancora innamoratissima, i soliti bimbi da copertina, la solita passione, il solito successo, la solita felicità a trentadue denti che tu sai già verrà rovinata, scardinata, fatta a pezzi. Lo sai ed è giusto che sia così, perché tutto il cinema horror si basa sul "ribaltamento". Il problema è come ci si arriva a questo ribaltamento e Knock Knock lo fa a mio parere male, anzi malissimo.

Home invasion, dicevo. A invadere la casa di Evan ci pensano due ragazze belle e disinibite, dai vestiti succinti e bagnati di pioggia e feromoni. Ora, di solito nei film horror sono le donne a subire la visita delle persone sbagliate o a entrare nella casa sbagliata e già così KK si propone di ribaltare i canoni di genere presentandoci una situazione capovolta. Noi spettatori, da un certo punto di vista, siamo ben consapevoli di questo, siamo sicuri che questo capovolgimento (concettuale, non narrativo) è già in atto e, in un certo senso, ci siamo già posti dal punto di vista del protagonista. Peccato che la situazione si sviluppi come nel peggior film porno (anzi, porno-soft, che è peggio) e che non ci sia l'ombra di ambiguità nella gestione dei personaggi. Personaggi macchietta, tra l'altro, sviscerati in dialoghi inutili e improbabili come improbabile è tutta la situazione. Noi lo sappiamo, è l'intento del regista, ma se io spettatore mi ritrovo a condividere il punto di vista del protagonista non posso poi farmi beffa del suo modo di agire e reagire, non posso ritrovarmi a ridere di me stesso e di scelte illogiche. A quel punto il ribaltamento concettuale anticipa quello narrativo e io SO già quello che succederà e non ci trovo nulla di divertente bensì molto di fastidioso.


Attenzione: presenza di SPOILER

Ecco, sì, fastidio. La sensazione premium durante la visione di Knock Knock. Un film che si permette persino di citare Arancia Meccanica. Dopo l'incipit alla Mulino Bianco e il ribaltamento concettuale in stile porno soft ci ritroviamo a biasimare un uomo che ha ceduto ai propri istinti e che, per questo, è divenuto protagonista di un gioco grottesco e violento, potenzialmente mortale, che mieterà vittime soprattutto tra le file degli "innocenti". E per che cosa? Per una denuncia psicotica da parte di due vendicatrici che vedono nel tradimento un peccato "mortale". Ovvio che sia tutto esagerato, sia tutto gonfiato, tutto portato ai limiti. Ma non per questo ho trovato meno irritante il modo di trattare un argomento del genere: qui di esagerato c'è solo l'atteggiamento di vittima e carnefici ma, alla fine dei conti, Eli Roth non si spinge mai oltre, tira il freno a mano quando dovrebbe premere sull'acceleratore, si spaventa, sembra abbia un po' paura e alla fine il suo stesso gioco non va da nessuna parte, non vale la candela, non di certo l'hype raggiunto con quello stesso ribaltamento narrativo tirato troppo per le lunghe. Perché lo sappiamo che ci sarà, sappiamo anche quale sarà, e quando avviene a circa metà del film siamo già stufi. Immaginate allora la delusione quando tutto ciò che poteva rialzare le aspettative diventa edulcorato da un paio di lolite psicotiche che ammazzano, distruggono e scopano ma alla fine non vogliono far altro che la morale e demolire la reputazione di un fedigrafo perché boh.


Allora Roth cade ancora una volta in quella trappola che aveva smontato un lavoro come The Green Inferno, in quell'incapacità di spingersi realmente oltre e di fare qualcosa di realmente oltre, cadendo invece in qualcosa di inverosimilmente vecchio. E con questo non critico il suo atteggiamento giocoso nei confronti di un cinema horror che lui ha sempre concepito come ludico (e che nei due Hostel, ad esempio, funziona benissimo): critico il fatto che i suoi ultimi film siano palloni che si sgonfiano ancor prima di cominciare a giocarci. E me lo vedo Roth lì, che sogghigna pensando "guardate adesso cosa vi combino" quando in realtà non riesce né a colpire, né a inquietare, né a far ridere fino ad un finale che è effettivamente un nulla di fatto, fino alla punizione che Genesis e Bel riservano ad un Evan che non ha imparato nulla e che di fatto non è nulla di così cattivo come ci si vorrebbe far intendere, ma non è nemmeno lo scherzo di bambine psicopatiche. Insomma, da un lato abbiamo un horror innocuo e dall'altro una comedy priva di umorismo perché, a mio parere, si prende troppo sul serio.

Alla fine Knock Knock si rivela un filmetto che può piacere o meno ma che al massimo verrà ricordato per la prova di un Keanu Reeves inedito e di due grandi gnocche come Lorenza IzzoAna de Armas, giusto per far girare la testa a qualche maschietto.

4 commenti:

  1. Anche per me un filmetto, il peggiore tra i lavori di Roth che ho visto.
    Oltretutto, ho trovato Reeves pessimo in questo ruolo. ;)

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    1. A me Reeves è pure piaciuto, mi è piaciuto il suo arrivare al limite ed esplodere, mi è piaicuto il suo prestarsi ad un ruolo non suo e forse dal punto di vista comedy mi è sembrato quello più in parte.

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  2. Non ho letto tutto perché devo vederlo e non voglio rovinarmi nulla, ma sei il primo che leggo che non gli è piaciuto molto, sai?

    Moz-

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    Risposte
    1. Io ne ho lette tre o quattro ed é vero, la maggior parte sono a favore. Ma davvero, a me é sembrato un film che non osa, che vorrebbe essere un horror ma non osa, che vorrebbe essere una comedy ma non fa ridere. Ovviamente opinione personale, la mia.

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