Quarant'anni dopo la morte di Pier Paolo Pasolini


Oggi di quarant'anni fa è stata davvero una brutta giornata. O nottata, perché di notte si è consumato quello che il regista Marco Tullio Giordana ha chiamato "delitto italiano" nel titolo di un suo film dedicato all'argomento (Pasolini, un delitto italiano, 1995). E uno non deve essere necessariamente d'accordo con la "teoria del complotto" portata avanti, per anni, da alcuni amici di Pier Paolo Pasolini per ritenere quello del poeta/scrittore/regista/intellettuale italiano un delitto nazionale. Una perdita per il paese. Non perché Pasolini fosse più bravo di, speciale in confronto a o altre sciocchezze del genere. ma per il fatto che fosse un abile lettore della storia e della società nostrana, in grado di penetrare una realtà complessa, sporca e difficile, profonda e fugace come quella della nostra nazione. Uno in grado di anticipare avvenimenti intesi come conseguenze. Non si tratta di un potere medianico ma dell'abilità mediatica di leggere, comprendere ed esplicare meccanismi ovvi ma non così facili da scoprire. Ed è (era) questo o doveva essere questo il ruolo dell'intellettuale e dire che in quegli anni questo ruolo lo avesse assunto solo Pasolini sarebbe ingiusto. Al di là di questo, reputo Pasolini l'ultimo grande intellettuale italiano, l'ultimo vero, a rappresentanza di una categoria che oggi non trova più eredi. 

Quindi l'omicidio di Pier Paolo Pasolini ha costituito una perdita per tutti. Omicidio, sì, non "suicidio programmato" come qualcuno lo ha inteso. Non posso credere e non lo farò mai che un'artista decida di rischiare la vita in nome di un godimento fisico estremo quando sta portando avanti nella sua vita parallela di scrittore/regista un percorso ben chiaro. E infatti Petrolio rimane lì, incompleto, mentre Salò (l'ultimo suo film) fu presentato dopo la sua morte. "Suicidio programmato" avrebbe voluto dire, per Pasolini, coito interruptus e questo sarebbe stato antitetico al modo stesso di concepire il piacere dello scrittore di Casarsa. 


Invece Pasolini è stato ucciso. Se vittima di un complotto, di giovani rapinatori o delle sue stesse perversioni poco importa. E, al di là di qualunque semplificazione, la sua morte rimane un mistero (volutamente?) non svelato. Perché la legge dovrebbe far luce nell'oscurità di ogni legittimo dubbio ma così non è stato. E a me Pasolini manca, manca terribilmente. Perché quando lo studiai all'università cambiò il mio modo di fare "poesia", perché alcuni suoi film, tutt'ora, mi lasciano con un groppo in gola, perché è stato l'unico davvero in grado di scandalizzarmi e disgustarmi senza rinunciare (e anzi rafforzando) la profondità del suo pensiero. Condivisibile o meno, derivativo o meno. E' stato uno dei pochi in grado di infondere la propria personalità di uomo in un genere "impersonale" come il realismo italiano, è stato uno dei pochi e forse l'unico del suo tempo a determinare un percorso autobiografico in quella che è stata la sua produzione artistica in qualunque ambito, l'unico ha dar forza al proprio pensiero attraverso il proprio modo di essere, per quanto questa pratica possa essere vista negativamente. Ma proprio questo essere stato uomo/intellettuale senza soluzione di continuità ha permesso a Pasolini di andare oltre le ideologie abbracciate fino alla (auto)critica, di essere visto come depravato ma allo stesso tempo come santo illuminato, conservatore e innovatore insieme. Un ossimoro vivente.

La sua perdita è stata un duro colpo alla nostra cultura anche quarant'anni dopo la sua scomparsa e questo è innegabile. Le valutazioni poi sulla sua persona privata, sulla sua dubbia moralità, sulla sua depravazione - e chi le nega ha grandi problemi di onestà, non solo intellettuale -  lasciano il tempo che trovano e sarebbero da approfondire (come lo sono già state). Ma viviamo nella superficialità più pura: nel 1975 in molti non persero l'ennesima occasione per gettargli merda addosso, oggi invece c'è chi ancora non si vergogna di innalzarlo a ruolo di santo martire. Non so quale delle due pratiche sia più da biasimare. 

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