Steve Jobs (di Danny Boyle, 2015)


A me Danny Boyle non piace. Sì, lo so, è dura trovare qualcosa o qualcuno che mi piaccia e in effetti mi sento spesso come uno di quei vecchi brontoloni che trova il pelo nell'uovo di qualunque situazione, persona, nomi, cose, città, animali. Ma per me la carriera di Danny Boyle (e il suo successo) è stata tutto un errore e non mi piaceva affatto l'idea che la regia del film oggi recensito fosse stata affidata a lui. Perché a me, stranamente, Steve Jobs è sempre piaciuto. Non l'ho mai considerato un genio, né un grande uomo: per me Jobs era un piccolo uomo in tutta la sua umanità, uno stronzo assoluto, bipolare, megalomane/egocentrico. Una di quelle persone che però ha cambiato il mondo attraverso folli visioni a cui nessuno avrebbe dato retta se non fosse stato per quel magnetismo che trasudava, per quel desiderio di rendere reale la propria immaginazione, di trasfigurare la realtà attraverso il proprio pensiero.

E' ovvio quindi che io non abbia fatto salti di gioa scoprendo che Danny Boyle era stato scelto per la regia di un film dedicato a uno dei miei miti, lo vidi come la classica persona in grado di rovinarmi la festa. Perché è strano, ma ad uno dei più influenti uomini di questo e del passato secolo, nessuno aveva ancora dedicato un film come si deve. Di certo non c'era riuscito Joshua Michael Stern nel 2013, perché il suo Jobs fu di una mediocrità imbarazzante. 
Per fortuna la sceneggiatura era stata affidata a Aaron Sorkin, colui che scrisse The Social Network nel 2010, biopic dedicato ad un'altra figura gigantesca e influente come Mark Zuckerberg. E infatti la cosa interessante di un film come Steve Jobs (2015) è la sceneggiatura che costringe l'opera in tre atti, con un'organizzazione della messa in scena quasi teatrale, in un dietro le quinte che accompagna Jobs pochi minuti prima di tre importanti presentazioni: quella del primo Macintosh del 1984, del NeXT Computer del 1988 e dell'iMac del 1998.
Quel che dovrebbe essere un biopic diventa così qualcos'altro, quasi la trasfigurazione di un personaggio in uomo, uno sviscerare elementi biografici attraverso la forma del dialogo, del botta e risposta, del logorroico scambio di battute alternato a flashback e intermezzi "informativi" con il riepilogo di comunicati stampa e strilli giornalistici. 



Quel che ne risulta è una figura problematica, ingombrante ma estremamente affascinante, non un uomo che tenta di essere stronzo ma uno stronzo che non se ne accorge neanche, che manipola, controlla, pianifica e perde lo stesso controllo che aveva pianificato di avere. E questo avviene con le grandi figure della sua vita: con l'ingegnere Andy Hertzfeld, con l'amico co-fondatore della Apple (e vera mente del progetto) Steve Wozniak, con l'(ex) amministratore delegato John Sculley e con la figlia Lisa. Senza dimenticare il rapporto decennale con Joanna Hoffman, sorta di grillo parlante di Jobs. Scambi di battute rapide o lunghissimi, avvitati su loro stesso in giochi di parole e riferimenti interpersonali, tutti avvenuti prima di momenti determinanti non solo nella vita di Jobs ma in quella dell'informatica mondiale, che portano alla luce problematiche umane, paure e ansie, rimpianti e rabbia. Perdono. Con quel grande piccolo uomo nevrotico che non desiderava altro che cambiare il mondo, probabilmente per il semplice bisogno di autoaffermazione. 
In tutto questo il magnetismo di un attore come Michael Fassbender si presta benissimo, dipingendo un personaggio che però resta distante da quanto ci aveva raccontato persino Walter Isaacson nell'unica biografia autorizzata (da cui il film è stato tratto, tra l'altro). Perché il Jobs raccontato nel libro Steve Jobs era sicuramente più eccessivo, estremo (nei comportamenti oscillanti), meno criptico e intimista di quello poi rappresentato nel film, che alla fin fine si scompone raramente (mentre il vero Jobs, si racconta, scoppiava a piangere o a urlare anche pubblicamente). 


E forse funzionano meglio i comprimari, perfetti nel loro ruolo di vittime/carnefici in una relazione complicata come quella che poteva esserci con un uomo come Jobs. Perfetta Kate Winslet, perfetto un inedito Seth Rogen, perfetti Jeff DanielsMichael Stuhlbarg. Loro, che danno volto a pedine della grande scacchiera che si ribellano all'immagine di pedine che il mondo (e lo spettatore?) ha di loro. Musicisti in un'orchestra a cui il direttore dona una visione d'insieme, ma in realtà veri artefici delle vittorie e sconfitte di un personaggio che, col tempo, è riuscito a coincidere con l'azienda che aveva fondato (e da cui era stato anche cacciato, ricordiamolo).
Alla fine la grande preoccupazione (mia) del film, l'unica vera preoccupazione rappresentata dal regista, scompare. Perché sì, Boyle ci mette del suo ma quasi non si nota e io sono contento così. Ma non posso ritenermi pienamente soddisfatto da un biopic che osa dal punto di vista formale ma non lo fa da quello espressivo: alla fine Steve Jobs non accontenta i fan di Jobs, che si ritroveranno con un personaggio per nulla descritto in modo agiografico, né chi come me si aspettava una raffigurazione più estrema di un uomo estremo. Come si suol dire: alla fin fine buono, ma si poteva fare di più.

Commenti

  1. Io, invece, non stimando né il personaggio né capendone di informatica, sono impazzito per i dialoghi fiume e per un Fassbender molto, ma molto più bravo del barcollante DiCaprio. Sorkin grandissimo. :)

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  2. Non male, molto meglio di quanto pensavo! La parte migliore del film è comunque Fassbender :)

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  3. vabè io un occhiata gliela do, a me Danny Boyle piace xD

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  4. Un film più di recitazione e di scrittura, che di regia, e e prime due per me funzionano alla grande. Non un capolavoro, ma comunque meritevole. Soprattutto per me che vado matto per i dialoghi come questo.

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  5. Anche per me, a sopresa, un signor film con un signor Fassbender. Sceneggiatura pazzesca.

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  6. non sono riuscita a vederlo perché nella mia città, la distribuzione è stata scarsa e breve...
    conto che, quest'estate, al cinema all'aperto ci sia la possibilità di un recupero

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