Quel Bar Sotto il Ring (di Hugo Bandannas, 2015)

Quel Bar Sotto il Ring, di Hugo Bandannas. 2015.
Edito da Malavena Edizioni in formato eBook.

A volte leggi cose che vanno per i fatti loro, nel senso che non ti appartengono, sono mondi alternativi che caso mai sfiorano o si incontrano/scontrano con il tuo, hanno una loro storia e un loro percorso che definirei alieno. Ma le leggi comunque, perché una cosa effettivamente non sai di che natura è finché non te la vivi, e qualcosa ti lasciano, rielaborato dalla nostra realtà che la fagocita per non esserne fagocitata. Sono quelli i casi in cui una qualunque opera scritta - limitiamoci a questo, oggi - ti lascia qualcosa, non dico necessariamente qualcosa di positivo o negativo. Intendo un bagaglio accresciuto. E ciò non ha nulla a che fare con la qualità della cosa letta. 

Conosco Hugo Bandannas per vie virtuali da ormai... tanti anni! Non mi sono mai soffermato a definirlo, di certo non come persona, men che meno come "artista". E concedetemi l'utilizzo di questo termine: molti evitano di scriverlo associandogli chissà quale significato positivo, ma io credo non ci sia nulla di positivo nella parola artista. Non c'è nulla di positivo nel lavoro creativo, non c'è nulla di positivo nel lavoro in generale. Per questo, fermo restando che Hugo è un artista (nel senso più generico del termine) non ho mai perso tempo a definirlo nello specifico. E quando ho letto Quel Bar Sotto il Ring mi sono ritrovato con un romanzo breve che andava per i fatti suoi. Forse perché di boxe non so nulla se non quello che ho "imparato" guardando RockyToro Scatenato e tutto quel tipo di cinema, o leggendo Rocky Joe o ascoltando da bambino i racconti di chi di quel mondo aveva vissuto gli anni d'oro. Quindi, per me, è stato come entrare in una realtà alternativa. 

C'è da dire che, in Quel Bar Sotto il Ring la boxe è prima una scusa, poi un metro di paragone. Sicuramente una metafora. Perché Bandannas, attraverso le parole del suo personaggio/protagonista profeta the Marvelous, ci parla di vita di provincia, della provincia, dei sobborghi. Di musica e sport, di cosa voglia dire affrontare uno scontro e perdere, vincere, perdere di nuovo. Spiegandoci che non è vero che quel che non ti uccide ti rende più forte, non sempre almeno. The Mavelous parla e si lascia andare in un trip imprevedibile quanto un incontro di pugilato sul quadrato. Hugo si interscambia con il suo personaggio alter ego. Lui è uno che scrive sperimentando o sperimenta scrivendo, che cambia e racconta attraverso un flusso di coscienza allucinato che si alterna con vere e proprie inquadrature in soggettiva, creando veri e propri scambi e cambi, non so se da associare ai round sul ring o a una fusione fusion tra programma radiofonico, programma televisivo e, appunto, il romanzo tra Hemingway e Joyce. Sul limite del citazionismo estremo accompagnato dalla parola come colonna sonora in una sorta di progressive che vorrebbe essere jazz ma non ci riesce. Non che la cosa sia un limite, perché sperimentare vuol dire anche tentare e non riuscire o non tentare e tirar fuori qualcosa di sublime. 

Allora Quel Bar Sotto il Ring alterna la testimonianza flusso di un protagonista che guarda con sguardo perso al mondo limitato dai propri orizzonti e testimonia la propria verità profetizzando passato e presente. C'è poi l'autobiografismo che scaturisce dall'ovvietà di metterci se stessi in un'opera d'arte (ancora una volta, intesa in maniera neutra quale lavoro creativo), poiché qualsiasi cosa si racconti lo si fa con lo sguardo di chi scrive. E potresti anche ritrovarti in un viaggio allucinato perché il mondo tratteggiato da Hugo è alieno essendo un mondo filtrato. Ma, appunto, a volte leggi cose che vanno per i fatti loro e l'unica soluzione, quando le incroci, è viverle e provare a fagocitare, per uscirne con qualcosa in più. Quel Bar Sotto il Ring, quel qualcosa te lo lascia. Quindi vuol dire che, forse, ne vale la pena. 

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