13 giugno 2016

The Invitation (di Karyn Kusama, 2016)


LA TRAMA: Will viene invitato dalla sua ex moglie Eden ad una cena con i vecchi amici di un tempo. Eden però, tornata dopo un lungo viaggio in compagnia di un nuovo marito, non sembra più quella di una volta. Si respira un'aria strana in casa, la vecchia casa di Will, quella dove suo figlio, tanti anni prima, è morto. Cosa vorrà Eden? Perché è tornata? Chi è suo marito e chi sono le strane persone che adesso frequentano casa sua?

IN POCHE PAROLE: Karyn Kusama torna al cinema e lo fa come nessuno si sarebbe mai aspettato: con un film teso, bello, inquietante. 99 minuti in un crescendo di alienazione, ossessione e disagio. Ci si lascia intrappolare, da The Invitation. Si rischia di perdere il senso dell'orientamento, risucchiati da un vortice di dolore e disperazione, ossessioni e paure. 

The Invitation ha il potere di ipnotizzare lo spettatore, che sa già cosa aspettarsi e resta in attesa di una soluzione evidente, con tutte le sue aspettative di volta in volta negate, fatte a pezzi. E' proprio tale evidenza e tale negazione ad accrescere l'immedesimazione con Will, il protagonista, di cui arriviamo a mettere in dubbio le facoltà cognitive ma a cui non possiamo negare tutta la nostra compassione e complicità.

LATI POSITIVI: ben scritto e ben girato, ogni sequenza è in grado di suscitare sensazioni contrastanti nello spettatore, di mettere in dubbio le sue sicurezze e di inquietarlo. Finale potentissimo e ambientazione azzeccata.

LATI NEGATIVI: attori non convincenti, nulla di originale sotto il sole, si sa già che piega prenderà il film.


APPROFONDIMENTO:

The Invitation gioca con i senso di estraneità. Quello di un uomo nella sua vecchia casa, con i suoi vecchi amici, con la sua ex-moglie. Ma non solo. Si tratta dell'estraneità tra esseri umani, quelli che un tempo reputavi amici ma che poi i casi della vita hanno allontanato. E davvero, vorremmo che quell'antico rapporto fosse sopravvissuto al tempo che passa, alle esperienze, al dolore. Ai cambiamenti. Ma è impossibile. E allora quelle stesse persone che un tempo reputavi la tua famiglia, sono altra cosa, altra gente, ciò in cui è impossibile riconoscersi. Resta solo l'apparenza a cui aggrapparsi, allora. Ma le cose non sono mai come appaiono. O forse sì? 
Will (interpretato da Tom Hardy Logan Marshall-Green) vive e respira questa estraneità. Torna in quella che un tempo era la sua casa e che adesso appartiene solo alla sua ex-moglie Eden e al suo nuovo marito. Ma non è più la casa di un tempo, nonostante sia rimasta identica. Come Eden non è più la donna che conosceva e amava. Nella stessa misura in cui tutti gli amici invitati per questa rimpatriata sono ormai sconosciuti con cui condividere semplici ricordi. Lontani come tutti gli esseri umani sono lontani tra loro. Assieme a Will c'è Kira, la sua attuale compagna. Ma durante il film, con il progressivo alienarsi del protagonista, anche Kira diventerà un puntino lontano, qualcuno di troppo distante. L'ennesimo estraneo nella vita di ognuno.


L'estraneità ci rende soli e affrontare il dolore da soli è la cosa più difficile del mondo. Soprattutto quando quel dolore deriva dalla perdita di qualcuno che non potrà mai essere un estraneo, forse l'unica persona al mondo ad essere l'eccezione in questo meccanismo: il proprio figlio. Ecco, quello credo sia il dolore emotivo più grande che qualcuno possa mai provare. Insostenibile. Un mostro che ti divora le viscere, che ti annienta, che ti rende un guscio vuoto. Non posso nemmeno pensarci, non posso nemmeno provare ad immaginarlo. Will e Eden hanno perso il loro bambino. Lui non è riuscito a superare la cosa, il dolore lo logora giorno dopo giorno. Lei invece sì. Grazie a una setta.

Ecco, è questo di cui si parla in The Invitation. Di dolore, di estraneità e di una setta. Facile quindi immaginare dove il film voglia andare a parare. Anzi, a dire il vero ce lo sbatte in faccia con la prima bellissima sequenza: Will e Kira, in macchina, investono un animale e Will è costretto a mettere fine alle sue sofferenze uccidendolo. Un atto di pietà che provoca dolore. Malessere. Ma a cui Will non si sottrae. Perché sottrarsi al dolore è deleterio. Il dolore è NECESSARIO, accettare di viverlo è l'unico modo per cercare di superarlo. The Invitation parlerà proprio di questo e una scena basta per spiegarcelo. Ci basta per capire che la setta a cui ha aderito Eden con il suo nuovo marito David non può portare a nulla di buono, che le cose degenereranno e a noi spettatori toccherà vedere come andrà a finire. Ma, nonostante questo, lo spettatore non subisce passivo. Il suo ruolo è attivo, ci sembra quasi di essere parte del film. A noi è concesso di metterci dal punto di vista di Will senza sapere (nemmeno lui lo sa) se la sua rientri nel campo della paranoia o se sia tutto giusto, tutto vero, tutto "reale". 


Costruito con stile polanskiano ma mai così lontano dalle tematiche polanskiane, il film di Karyn Kusama si nutre di disagio attraverso un meccanismo che permette una gestione dell'inquietudine crescente, tanto quella del protagonista quanto quella dello spettatore. Protagonista che si nutre delle proprie ossessioni, del proprio dolore, costantemente sull'orlo della follia o almeno, così sembra, così vuole farci credere la regista. Ed è proprio il dubbio ad alimentare un film serrato, con una manciata di attori e un'unica location. La paranoia di Will diventa anche la nostra, che ad un certo punto non sappiamo più se fidarci o meno del comportamento ossessivo compulsivo di un personaggio umano più che umano. Perché, pur sapendo che è tutto vero, tutto troppo strano, tutto troppi sinistro, ci comportiamo esattamente come i personaggi del film e facciamo finta di nulla. Perché percepiamo il disagio di Will e non sappiamo se poterci fidare di lui. Inquietudine/disagio espresso alla perfezione attraverso l'uso dei flashback (quasi un distorto filtro visivo che esplica chiaramente il senso di oppressione subito da Will e lo proietta su di noi). Perché la sfortunata Kusama è una regista coi controcoglioni la cui carriera non ne rispecchia il talento neanche per sbaglio. Una in grado di gestire un film potenzialmente noioso, esagerato ed emotivamente complicato e di spingerlo fino ad un finale che (niente spoiler, tranquilli) potentissimo e inquietantissimo. Esplicando il classico tema della perdita e del senso di colpa, tanto in voga negli horror di questi ultimissimi anni, con naturalezza o spiegoni, senza cadere mai nella trappola dei cliché.

Per tutti questi motivi The Invitation è un film che convince e, pur non facendosi ricordare come il film dell'anno, vince.

CONCLUSIONE: Un bel film, certamente non eccezionale, ma in grado di intrattenere e inquietare. Un horror come pochi.

11 commenti:

  1. Concordo con te, anche se gli attori - soprattutto il sosia di Tom Hardy, lì - non mi sono dispiaciuti. Un Perfetti sconosciuti horror, quasi, anche se Genovese, ripensandoci, fa molta, molta più strizza. :)

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    1. A me gli attori non hanno per nulla convinto. Tranne Logan Marshall-Green che mi piace parecchio. Ahahaha, il paragone conPerfetti Sconosciuti mi attizza, devo ancora vedere il film di Genovese e non vedo l'ora a sto punto :P

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  2. un buon horror però alla fin fine nulla di nuovo sotto l'albero.... :-)

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    1. Nulla di nuovo ma gestito benissimo. Infatti pur intuendo tutto, sono rimasto col fiato sospeso fino alla fine...

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  3. Sei il secondo, stasera, che finisce per "parlarmene" bene.
    Dovrò recuperarlo.

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    1. Ford, questi sono gli horror che meritano di essere visti e da Karyn Kusama non me lo aspettavo proprio! Guardalo e poi parlane anche tu :P

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  4. Me lo sono trovato sotto gli occhi più volte, ultimamente, ma non l'ho ancora visto. Dopo questa bella recensione hai usato un paio di parole magiche che mi hanno convinto!

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    1. Vorrei saper quali sono ste paroline. Polanskiano è una di quelle? Dai, voglio sapere cosa ne pensi, guardalo.

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  5. Tutto vero, condivido appieno la tua recensione!

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    1. Ne ero certo, questo è uno di quei film che ci piacciono assai ;)

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  6. Un film costruito su ambienti, stile registico e fotografia, è in realtà una storia con troppi personaggi e nessuno che lasci davvero il segno, per la scarsa analisi psicologica e il cast non proprio in palla. Alla fine la colpa di tutto ricade su un gay e una nera, gli altri sono in qualche modo giustificati perché dovevano allontanare un dolore atroce, erano inoltre gli ospitali padroni di casa (e non dovranno lottare per difendere la propria innocenza, chi è rimasto vivo ed ha ucciso invece sì) ... lascia un pericoloso messaggio subliminale che poi rimane impresso nella mente del pubblico
    http://www.filmtv.it/film/74924/the-invitation/recensioni/871630/#rfr:user-79089

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