Southbound (AA.VV., 2016)


IN POCHE PAROLE: horror episodico "a staffetta", con cinque episodi che si lasciano il testimone in un on the road atipico. Il primo e l'ultimo fanno quasi da cornice, creando un loop narrativo che ricorda quasi la ruota di una macchina, mentre i tre "all'interno" se la giocano slegati tra di loro ma con elementi comuni che creano coesione all'interno di un universo narrativo da incubo, narrato dalla voce di Larry Fessenden nelle vesti del DJ di una radio spettrale e nel ruolo di un caronte invisibile. Il risultato, secondo me, è un episodico solido, con ovviamente episodi più riusciti e altri meno, ma un livello generale medio alto. 

A produrre tutto c'è Brad Miska, quello della serie V/H/S, che chiama a raccolta cineasti più o meno conosciuti ma tutti imprescindibilmente indi: il collettivo Radio SilenceRoxanne BenjaminDavid Bruckner e Patrick Horvath. Quasi tutta gente che già aveva lavorato insieme, quasi una grande famiglia. Ed è proprio questo che sembra Southbound: un horror di famiglia, un viaggio in salsa gore per le lande desolate della provincia americana, un inferno che ricorda il nastro di moebius e che sembrerebbe avere come tema principale quello della perdita. Che poi sembrerebbe quasi l'unico tema affrontabile in un horror dal 2015 ad oggi, ma vabbè.

LATI POSITIVI: livello degli episodi medio alto, originale coesione interna, cartina tornasole del panorama horror indipendente americano.

LATI NEGATIVI: essendo un horror antologico, ci sono episodi "più" ed episodi "meno". La stessa dimensione del cortometraggio può apparire limitante.


APPROFONDIMENTO:

A me i film a episodi piacciono molto, soprattutto in periodo estivo, quando il caldo ti attanaglia le palle e concentrarsi su qualcosa, anche su un semplice film, diventa complicato. Se però abbiamo a che fare con un antologico, le cose si fanno automaticamente più semplici: una serie di cortometraggi permettono di gestire l'attenzione diversamente, stancano meno, e se ti trovi con un corto che non ti piace o che fa pena sai comunque che il supplizio durerà poco e che da lì a qualche minuto tutto sarà finito per poi ricominciare. Anzi, per me un film (horror) antologico è un inizio reiterato, un costante rewind che mi permette di riazzerare le emozioni. Per alcuni l'antologico è il simbolo della mancanza di idee o della mancanza di coraggio (quello di lanciarsi nel lungometraggio), ma per me ha la stessa funzione della raccolta di racconti: immediato, quasi una cartina tornasole di una situazione comune, "leggero" (per i motivi che ho spiegato prima), estemporaneo. E poi diciamolo, è molto più facile sperimentare con una storia di pochi minuti che con una di un'ora e mezza/due ore. 

Fatto questo dovuto preambolo, arriviamo a Southbound. Southbound io lo definisco il figlio bastardo della serie V/H/S. Stesso produttore/ideatore, stesse menti alla regia, stessa dimensione indi. Stessa atmosfera, per quanto mi riguarda. Solo che qui non siamo nel magico mondo del mockumentary, siamo invece in un inferno on the road classico tanto nella forma che negli intenti. O nei temi. 

Sono in macchina. Fuori è chiaroscuro. Non capisco se il sole sia già tramontato o debba ancora sorgere. Sono solo e non mi piace: c'è qualcosa di sbagliato nella strada che sto percorrendo. Forse anche per questo vado a tutta velocità. Il telefono non prende, non c'è campo. Non si vede nulla, ma all'orizzonte c'è una città lontana, spettrale. Mi fa paura. Il silenzio è assordante, palpabile, riesco quasi a respirarlo. Sono a disagio. Accendo la radio ma non c'è una frequenza una che vada bene. Non in questo posto. Sembra quasi di essere entrato nel culo dell'inferno, di percorrerne l'intestino basso. Giro la manopola, la rigiro. Niente, niente, niente... ecco. Una voce calda e luciferina mi investe. Immagino sappia anche di zolfo. Mi dice che quella è radio southbound e che lui è Larry Fessenden. Scoprirlo mi spaventa e mi tranquillizza allo stesso tempo. Perché adesso so cosa mi aspetta e, proprio per questo, ho paura. Una paura fottuta.

Ecco, a parole mie, cosa ha rappresentato per me questo film. Credo renda bene l'idea. Per renderla al meglio però, forse dovrei raccontare nel dettaglio ogni singolo episodio di questo horror. Ma non lo farò. Semplicemente dedicherò qualche secondo del mio e del vostro tempo ad ogni episodio.


Tutto inizia con The Way Out, del collettivo Radio Silence, che poi dirigerà anche l'ultimo dei cinque. The Way Out è un on the road diurno che ci mostra due uomini che fuggono da qualcosa in un loop spazio temporale. I mostri sono bellissimi, le scene splatter pure. Non si capisce una fava di quello che succede e del perché, ma questo corto ha il grandissimo pregio di creare l'atmosfera giusta e di darci il benvenuto in questo viaggio da incubo.


Poi c'è Siren, di Roxanne Benjamin (che abbiamo già conosciuto nei primi due V/H/S), che dirige uno dei migliori episodi raccontandoci di tre ragazze di una jazz band alle prese con uno sfortunato autostop. In Siren avvertiamo forte la sensazione weird di trovarci nel posto sbagliato, al momento sbagliato, nella solitudine delle isolate e sporche strade di provincia. Un viaggio da incubo narrato con freddezza e cattiveria. 


Subito dopo è il turno del più bel corto tra i cinque, The Accident di David Bruckner (anche lui collettivo V/H/S) che ci racconta della beffarda avventura di un uomo che, dopo aver investito una ragazza, decide di fare la cosa giusta. Il weird, in The Accident, si fa prorompente così come lo splatter. Finalmente ci inoltriamo in quel dedalo di vie infernali che è Southboud, con un ritmo alto e una tensione palpabile. Un corto ammorbante ma non morboso, di una cattiveria disarmante. Crudele. 


Poi tocca a Jailbreak, l'episodio più debole ad opera di Patrick Horvath (che infatti ha girato The Pact 2 e con V/H/S non centra niente) perché confuso e per nulla chiarificatore, nonostante sembrasse avesse l'intento di esserlo. Un uomo, alla ricerca di una donna, non avrà paura di affrontare l'inferno e i demoni che lo abitano. Jailbreak ha molto dell'horror anni '90 tra John CarpenterRobert Rodríguez, strizza l'occhio a Clive Barker ma non può fare a meno di ricordarci il j horror. Troppe contaminazioni, troppa voglia di dire e mostrare senza spiegare, alla fine sembra quasi un viaggio a vuoto nonostante l'indubbio fascino.


Infine si arriva a The Way In, un home invasion sempre dei Radio Silence ma anche il racconto prequel di The Way Out. Una famiglia viene attaccata da inquietanti uomini mascherati. L'unico difetto di questa conclusiva trance è quella di mostrarci i mostri che avevamo già visto nel primo segmento. E visto che di indi si tratta, è ovvio che i soldini fossero troppo pochi per avere effetti speciali decenti. Ma vabbè, fa nulla.

CONCLUSIONI: alla fine, per me, Southboud è un riuscitissimo horror antologico dall'estetica anni '90, con influenze letterarie e cinematografiche che però si diramano nel tempo e nello spazio tra i già citati Carpenter e Barker e arrivando al sempre sia lodato Lovecraft, a The Twilight Zone e chissà quali altre influenze che non ho percepito. Io ci ho trovato anche una certa omogeneità, non sempre scontata in prodotti come questo. Poi è ovvio, alcuni cortometraggi funzionano meglio di altri e delle riflessioni sulla perdita davvero non se ne può più, ma visto per quello che è, questo horror collettivo non potrà non soddisfare. Anche se, magari, lo consiglio più agli amanti del genere.

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