30 agosto 2016

The Witch (di Robert Eggers, 2016)


Tornando a parlare di horror, mi ritrovo a parlare di un film che proprio horror non è. E se non fosse che, qui da noi, è uscito al cinema proprio un paio di settimane fa, mi sarei astenuto dal farlo, perché effettivamente non so bene cosa dire. 
Il mio approccio a The Witch, al di là del risultato finale, non è stato dei più semplici. Questo perché, quando sento parlare di film dell'anno, tendo ad alzare le sopracciglia. Non mi convince mai una definizione del genere. Poi qualcuno lo ha accostato a Babadoock e lì i miei dubbi si sono fatti più consistenti. Perché, per quanto io consideri The Babadook un buonissimo film, sono restio a chiamarlo capolavoro (ma per quanto riguarda Babadook, vi rinvio alla mia recensione qui). The Witch, in effetti, ha avuto effetti molto simili al film di Jennifer Kent, nel senso che mi ha alienato, mi ha affascinato, ma non mi ha convinto fino in fondo. Che poi, le due pellicole sono diversissime, hanno intenti diversi, trattano temi diversi. Solo che sono accomunate dall'etichetta di nuovo horror d'autore, l'esatto opposto di un prodotto alla James Wan qualsiasi. E sebbene apprezzi questi tentativi, mi sembra sempre che le cose girino a vuoto, mi sembra sempre di ritrovarmi con un prodotto che più che autoriale o sperimentale, mi appare automasturbativo. 


Parliamoci chiaro: The Witch mi è piaciuto. E' un bel film. Mi ha affascinato, esteticamente mi ha ammorbato. Ma non mi ha spaventato. Non mi ha angosciato. Non ha avuto nessun'effetto che, per quanto mi riguarda, un film horror dovrebbe avere sullo spettatore. Per questo non me la sento di limitarlo al reparto "film di genere". Non lo è, gliene bisogna dare atto, e il rischio di non piacere fa parte del suo DNA. Perché, parliamoci chiaro, questo film difficilmente può piacere ai non appassionati. Sicuramente a tante persone, in sala, avrà causato più di uno sbadiglio. Anzi, credo che andare a vedere un film come questo al cinema possa diventare un mezzo suicidio. Me li immagino già i ragazzini urlanti che rovinano l'atmosfera di cui The Witch si deve nutrire durante la visione. Allo stesso tempo però, ritengo questo film un lungometraggio da sala. Da guardare in religioso silenzio, immersi nel buio, col baratro che ti si apre d'innanzi. Questo perché l'opera di Robert Eggers (alla sua prima regia, ricordiamolo) appare come una favola riflessiva che si nutre delle angosce dei suoi protagonisti. Sei in tutto. In un contesto storico dell'America puritana dall'estetica bucolica. Nella sua opera (nel senso più completo del termine) Eggers opera un anacronistico salto nel tempo rappresentando il lato più estremo e conservativo (o estremamente conservativo) della religiosità campestre, del cristianesimo di frontiera, del protestantesimo violento, trasformandolo in un racconto folkloristico da cui il regista/autore si astrae, dipingendolo con spietato distacco intellettuale ma lasciandosi andare ad un'estrema catarsi emotiva. Quel che accade ai suoi personaggi, in altre parole, è relegato ad un contesto fantasioso ma i cui effetti sugli stessi vengono trattati con realismo addirittura esasperato. 


Il tutto procede poi, per accumulo, fino ad un finale in cui la componente fantastica esplode e la follia dilaga, permettendo quasi un passaggio delirante tra verità e finzione, tra reale e irreale. Il velo viene dimesso, il sipario sollevato: tremate tremate, le streghe son tornate. L'astrazione artistica prende il sopravvento ma cosa resta davvero? Oltre un lavoro certosino che non ho paura a definire filologico, oltre alla fotografia di un freddo nichilismo, in contrapposizione all'ardere degli animi di personaggi terrificanti, sgradevoli, violenti nella negazione di passioni che non riescono a domare, corrotti dell'esaltazione spirituale che fa a pugni con il loro lato più umano, più materiale? Tutto questo per dirci cosa, cos'è che esattamente ci ha voluto comunicare l'autore? Perché se era quello l'intento, se lo scopo era un prodotto autoriale, allora qualcosa deve pur rimanere, qualcosa deve pur risaltare tra le righe. Io non l'ho trovato. Forse è un problema mio. Non sono stato toccato né a livello intellettuale, né a livello emotivo. Solo il mio gusto estetico è stato solleticato, ma a me non basta, io cerco altro. Forse lo troverò nel prossimo film di questo regista, chissà.


10 commenti:

  1. Più o meno la sensazione che ha avuto anche mia moglie, mi riferisco al tuo giudizio. A me invece non è dispiaciuto affatto anche a livello di genere horror. Mi ha angosciato l'implacabilità del male

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    1. Ecco, sarò saturo ma non mi spaventa, né angoscia un film del genere. Quindi sì, bellissimo film, esteticamente mi è piaciuto tanto, ma poi boh, mi ha lasciato distante...

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  2. secondo me voleva comunicare l'atmosfera e le sensazioni che si potevano provare in quella terra e a quei tempi e con quella mentalità...

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    1. Sì, credo anche io. Solo che, personalmente, di conoscere quelle atmosfere e quelle sensazioni mi interessa poco, soprattutto se mi lasciano estraneo!

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  3. Per me voleva far vedere come il fanatismo può ottenebrare le menti, e in questo senso la paranoia messa sempre in dubbio funziona a dovere. Il problema è quel finale che esplicita tutto a togliergli potenza... il discorso col primo piano della ragazzina poteva essere in finale perfetto.

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    1. Sì, e credo che parte del problema sia proprio quello: perché nei finali poi bisogna diventare dichiaratamente horror? Succedeva pure in Babadook. Non capisco, quasi si voglia accontentare quella fetta di pubblico a cui è evidente il film non è diretto.

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  4. Concordo: un ottimo prodotto, lontano però da certe esaltazioni uscite qua e là in rete.
    Comunque, avercene.

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    1. Ma ad avercene eccome, questo è e resta un signor film!

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  5. Io ero tra le esaltatrici: Black Philip me lo sono sognato la notte:/

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    1. Io invece non ne sono per nulla restato toccato, quasi non mi riguardasse il film e i suoi argomenti.

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