14 settembre 2016

[Poesia] Rincorrendo all'infinito


Come avrete facilmente notato, in questo inizio settimana non sono riuscito a pubblicare nessun post, nessuna recensione, nessuna opinione su film e affini. In verità il mio mood umorale non è dei migliori, dovendo affrontare talune problematiche e non di un'unica tipologia. Parlando potabile, vuoi per il lavoro, vuoi per la mia vita privata, vuoi per determinati progetti "professionali" apparentemente arenati, il mio umore è precipitato sottoterra.

Detto questo, da qualche giorno a questa parte ho ricominciato a scrivere e sto curando anche uno speciale per il blog che spero di far uscire per questo fine settimana. Ciò che vi propongo oggi, invece, è una poesia. Inizialmente l'ho pubblicata sulla pagina Facebook del blog ma in questi ultimi giorni l'ho ripresa e l'ho "completata". Questa che vi propongo è quindi la sua versione definitiva, che però ha una particolarità: ho immaginato una poesia in moto perpetuo, una poesia che non finisce e nel suo infinito esistere vive di ciclicità. Lo so, è una stronzata, ma è così che mi si è evoluta tra le mani ed è così che ve la propongo.   

Come fai? 
Non che ci sia ancora
molto da dire, alla fine:
si resta così,
un mistero per tutti,
anche per se stessi. 
Ma è questa la domanda
che ripeterei all'infinito
a un dio (se mai esistesse)
sicuro di non ricevere risposta
e passando l'eternità, 
così,
cercando di comprendere 
il senso di tutto,
il motivo
per cui - alle volte - 
mi sento così triste
- alle volte -
o altre in cui ricordo 
una felicità lontana
che non ricordo 
di avere mai provato.

Solo allora resterei immortale
e l'immortalità
mi annichilirebbe
annientandomi
nel tentativo di comprendere
(anche se non posso),
per tentare di essere intero
e non più solo metà,
sicuro di sapere
- pur avendola dimenticata -
la risposta
alla domanda che rimane ancora
quel che faccio a te
per un'ultima volta
anche se tanto so già
che non risponderai.

Come fai? 
Non che ci sia ancora
molto da dire, alla fine:
si resta così,
un mistero per tutti,
anche per se stessi. 
Ma è questa la domanda
che ripeterei all'infinito
a un dio (se mai esistesse)
sicuro di non ricevere risposta
e passando l'eternità, 
così,
cercando di comprendere 
il senso di tutto,
il motivo
per cui - alle volte - 
mi sento così triste
- alle volte -
o altre in cui ricordo 
una felicità lontana
che non ricordo 
di avere mai provato.

Solo allora resterei immortale
e l'immortalità
mi annichilirebbe
annientandomi
nel tentativo di comprendere
(anche se non posso),
per tentare di essere intero
e non più solo metà,
sicuro di sapere
- pur avendola dimenticata -
la risposta
alla domanda che rimane ancora
quel che faccio a te
per un'ultima volta
anche se tanto so già
che non risponderai.

(e così, all'infinito)

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