Demolition - Amare e vivere (Jean-Marc Vallée, 2016)


Sopporto poco le persone che vogliono "esistere" a tutti i costi. Quelle persone che hanno necessità di "essere" agli occhi degli altri, di apparire non nel senso inflazionato del termine ma nel senso di spiccare per doti che magari possiede e che per questo ha bisogno di evidenziare ogni momento. Non sopporto chi vuole essere brillante a tutti i costi, simpatico a tutti i costi, saggio a tutti i costi, sagace, disinvolto e così via. Non amo le battute sempre pronte e adoro gli attimi d'imbarazzo, quelli in cui non sai che dire e non dici niente o, al massimo, balbetti. Mi comunica un senso di naturalezza che credo stia lentamente sparendo, lasciando spazio alla comunicazione sintetica e al sintetismo in cui ognuno di noi è quel che oramai l'altro si aspetta.

Per lo stesso motivo, mal sopporto le opere d'arte (o d'intrattenimento) impostate. Quelle da intellettuale ad ogni costo o necessariamente indi, quelle che devono per forza aver qualcosa da comunicare o, al contrario, sono pronte a stupire ad ogni costo anche quando da dire non hanno un cazzo. L'autorialità per forza mi perplime, sarà che mi piacciono le cose ignoranti, anche. Che poi, obbietterebbe qualcuno, a me piace Lynch, a me piacque Only God Forgive, quindi non dovrei proprio parlare. Ma è diverso. Certe cose mi colpiscono a livello emozionale o intellettuale e quindi niente, magari ci trovo del genio. Ma non ci perdo molto a cambiare idea se poi si prosegue sulla strada dell'esagerazione a tutti i costi o del vuoto cosmico basta che sia “cool” (qualcuno ha detto The Neon Demon?). Ma sto tergiversando.


Parliamo invece di Demolition, girato da Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club) e interpretato da Jake Gyllenhaal e Naomi Watts. Un film che avrebbe potuto essere ma, secondo me, non è stato. Il motivo? Semplice: per me è l'esagerazione di cui sopra. Anzi, più che altro parlerei di esasperazione. Tutto, in Demolition, è esasperato, ingigantito, spinto. Parlo di sentimenti, parlo di metafore, ma anche di recitazione e sceneggiatura. Sembra quasi che lo scopo finale del film sia quello di colpire con una mazza emotiva lo spettatore tentando un processo di demolizione proprio come il protagonista, Davis, fa con la sua intera esistenza sconvolta dalla morte violenta e improvvisa della moglie.

La metafora che Demolition porta aventi, apparentemente, è quanto di più banale poteva essere: per ricominciare, a volte, bisogna ripartire da zero, ma l'unico modo per farlo non è distruggere ma “decostruire”. Nel senso che la distruzione indiscriminata, senza la comprensione dei meccanismi di ciò che distruggiamo, non ha senso. Demolire, comprendere e poi ricostruire, invece, è l'unica strada sensata. Per quanto sia banale però, quello che ci dice il film è sacrosanto. Perché, tra l'altro, non lo fa con la compostezza saggistica di chi ci vuole istruire ma con la violenza di una vera e propria lezione di vita, quella che subisce (e impara) il personaggio principale.
Peccato però che il tutto non avvenga con la naturalezza che ci si aspetterebbe da un film del genere. Perché tutto appare così ben costruito, un meccanismo costruito con cura tanto certosina, da far sparire (quasi) ogni traccia di empatia con i personaggi e la vicenda. Manca il dolore viscerale, manca la forza della disperazione vera, manca la potenza emotiva che ti coinvolge/sconvolge e ti attira inesorabilmente dentro il film.


Quel che avviene, invece, è esattamente il contrario. Si rimane estranei e, quindi spettatori. Perché si percepisce benissimo che ogni scena, ogni, frase, ogni musica, persino ogni inquadratura ed espressione facciale, miri a suscitare qualcosa di sintetico, che non nascerà mai da dentro. Che non sarà mai totalizzante e non ci riuscirà mai ad annientare. Resta invece la sensazione di un autocompiacimento. Perché Demolition vuole essere profondo ad ogni costo, brillante ad ogni costo, intellettuale ad ogni costo e così via. Un film che, forse, doveva essere più selvaggio, meno mentale (nonostante la fisicità di molte scene, certo), meno “pieno”. C'è troppa roba, succedono troppe cose e ad un certo punto si fa fatica a comprendere, soprattutto perché significato e significante sono tanto semplici. Anche l'interpretazione di un sempre straordinario Jake Gyllenhaal e tirata, esagerata, gigioneggiante.


Allora no, a me Demolition (in Italia Demolition - Amare e vivere) non è piaciuto e lo paragonerei alla persona che fa di tutto per essere quel che gli altri si aspettano che ella sia, che fa di tutto per “essere”. E con cui io non parlo, se posso farne a meno.

Commenti

  1. A me è piaciuto, eh, però in parte concordo con te.
    L'emozione, né la "ricostruzione", non l'ho sentita.

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    1. A me è la cosa che proprio non è andata giù!

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  2. nemmeno a me è piaciuto tanto nel senso che dici, però ne riconosco la riuscita di alcune scene e delle performance...

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    1. Le performance sono comunque grandiose, ma le ritengo comunque "esagerate". Alcune scene sono cinema pure, sto regista il mestiere suo lo sa fare...

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  3. E dire che mi ispirava un sacco :/ ottima l'uscita su "The neon demon", comunque u.u

    Ma quanto è cambiato Gyllenhaal?

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    1. Ad un tratto, nel film, si taglia la barba e... mi sono ricordato com'era in Donnie Darko XD

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  4. Magari non sarò stato coinvolto completamente, ma io l'ho trovato un buon film, di pancia ed onesto.
    E Gyllenhaal è bravissimo.

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    1. Io l'ho trovato proprio poco onesto e poco di pancia, invece :D

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