26 ottobre 2016

Lo Chiamavano Jeeg Robot (di Gabriele Mainetti, 2015)


Che noi italiani il cinema di genere non lo sappiamo più fare, non è affatto vero. Anzi: che noi italiani sappiamo fare sempre e solo un tipo di film, è una bugia. E' vero invece che all'Italia non interessa. A noi, del cinema, interessa meno di zero, ma questo non lo ammetteremo mai, altrimenti non potremmo più lamentarci anche di quello. Ma pensateci bene: se ci fosse mercato ci sarebbero anche i film. Se qualcuno comprasse i blu ray ci sarebbero molte più uscite. Se la gente non andasse a vedere sempre e solo le tre solite cose, ci sarebbe più varietà. E così via.
E' anche vero, però, che laggente bisogna educarla. Se fai vedere loro sempre e solo le tre solite cose, continueranno a volere solo quelle. Se io non so che un certo tipo di film mi potrebbe anche piacere, non lo andrò a vedere e non lo chiederò. Quindi, ipotesi mia nata anche da una certa esperienza nel campo, in Italia gli imprenditori non sanno fare gli imprenditori. Non rischiano. Non osano. Non investono. Il cinema è un'industria e se non investi su un'industria quella non prenderà mai il volo e crollerà sotto il suo stesso peso. Da noi, spesso, ci si para il culo grazie agli aiuti statali. Ad esempio, se il regista X, affermato ma ormai in decadenza, non trova più nessuno che gli produce il film, o se lo produce da solo o si fa produrre da chi 1) investe solo sul suo nome (investimento sicuro) 2) chiede gli aiuti allo Stato. Ma lo Stato non aiuta chiunque, ovvio. E il regista Y, che non se lo incula nessuno, non trova un produttore perché il suo nome vale 0.

Ok, forse sto esemplificando un po' troppo. Ok, forse sto dicendo un mare di stupidagini. Ma è da qui che volevo partire per parlarvi del film di oggi: Lo Chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti.


Lo Chiamavano Jeeg Robot è stato IL caso cinematografico del 2015. Un successo incredibile in patria, roba che nessuno se lo aspettava. Successo meritatissimo perché, diciamolo subito (anche se non ce ne sarebbe bisogno), Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film bellissimo, ma resta un film che comunque nessuno si sarebbe mai aspettato. Cinema di genere, supereroi alla maniera nostra e, proprio perché alla maniera nostra, non solo supereroi. Che noi con il genere non è che abbiamo molto a che fare. Il cinecomics non fa parte del nostro DNA, vuoi perché il comics non è il tipo di fumetto che produciamo, vuoi perché in Italia si legge poco e i supereroi li conosciamo per i blockbuster della Marvel/DC o per un certo bagaglio storico di cui (fortunatamente) non ci siamo ancora completamente liberati.

Allora, se non è un film sui supereroi, cos'è questo Lo Chiamavano Jeeg Robot? Cinema di genere con la G maiuscola. E se vi state ancora chiedendo “quale genere”, allora vi state facendo la domanda sbagliata.

Gabriele Mainetti ama la cultura giapponese. Ama i manga, ama gli anime. Li ama perché ci è cresciuto, perché un tempo non c'erano solo Dragon Ball o Naruto e quando accendevi la TV venivi inondato da “wuata-ta-ta-ta, tra cinque secondi morirai”, wrestler tigrati, ladri gentiluomini o pescatori grandiorecchieasveltola. Era normale, quotidiano, quasi ovvio. Ora non più, ma Mainetti non è dell'attuale generazione o della precedente. Sarà per questo che i suoi cortometraggi più famosi sono stati Basette (2008) e Tiger Boy (2012), ispirati al mondo dei cartoni animati giapponesi. La particolarità di tali opere però sta nell'essere lavori d'autore. Non semplici fan fiction (che vanno benissimo, eh) ma vere e proprie reinterpretazioni, contestualizzate in un'ambientazione nostrana e depauperate di tutto quel che non fa parte del nostro background. Che poi è la stessa cosa che ha fatto con il suo primo lungometraggio.


Bisogna dire che funziona. Questo modo di fare cinema che non ci appartiene creando un vero e proprio legame storico/ambientale/sociale (culturale) funziona alla perfezione. Perché in questo caso non solo si è operata una contestualizzazione, ma si è creato un vero e proprio legame empatico con lo spettatore a cui il film è diretto lasciando però la porta aperta verso qualunque altro tipo di pubblico. Per questo sì, in Lo Chiamavano Jeeg Robot c'è il cartone animato giapponese che fa tanto amarcord, c'è il film sui supereroi che oggi giorno va tanto di moda, ma c'è il cinema italiano come lo intendono in tanti, fatto di commedia e dramma, di sentimenti e violenza. C'è un po' di Romanzo Criminale e c'è la storia d'amore. Ma, soprattutto, ci sono i riferimenti alla nostra vita di ogni giorno, quella in cui siamo immersi. Esagerata quanto volete, ma con punti di riferimento ben precisi che rimangono tali, dal campionato di calcio al terrorismo di matrice politica, dagli ipermercati alla parlata dialettale, dalla musica nazional popolare al karaoke.

Ora, sinceramente, un film del genere lo può fare solo chi sa fare cinema, altrimenti ti esce una cagata di quelle mostruose che nemmeno nei tuoi incubi peggiori. Ma ciò non basta: bisogna farlo anche con la freschezza e la spensieratezza di chi ce l'ha nelle corde, altrimenti vien fuori Il Ragazzo Invisibile. Mainetti è bravo ed è bravo a fare questo tipo di cinema. Avesse avuto un “nome” lo avrebbero prodotto subito e invece no, nessuno investe su un film del genere, Lo Chiamavano Jeeg Robot se l'è dovuto produrre da solo. Avesse fatto Natale sul Po o Vacanze a Polignano non avrebbe dovuto uscire un euro. Perché l'Italia è il paese di chi investe sui soldi, non sulle idee.
Per fortuna il risultato ottenuto potrebbe aprire gli occhi a chi guarda solo il vil denaro. Per fortuna questo potrebbe rivelarsi un precedente non da poco. E' bastato niente, semplicemente immergere le mani nel marasma di evocazioni storico-politiche-culturali e tirar fuori lo spirito nazional(popolare) sopito di una popolazione che non sa cosa vuole, non sa cosa gli piace, non sa cosa guardare e ha bisogno di essere stimolata. Pescando da storie di pasoliniana memoria ma guardando anche a Bukowski, nel mondo dei reietti, degli psicolabili, dei folli. Mettendo come protagonisti disillusa carne avariata, contaminata dalla speranza e dall'ultimo respiro di un'innocenza troppo presto rubata. In altre parole Enzo (Claudio Santamaria), protagonista e membro della microcriminalità di borgata, che si ritrova investito da super poteri e che dovrà apprendere con violenza la famosa lezione “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” rivoluzionando la propria solitaria esistenza fatta di porno e fruttolo. Oppure Alessia (Ilenia Pastorelli), una donna che ha preferito rifugiarsi nella follia di un mondo tutto suo piuttosto che sopportare una realtà violenta e disgustosa, in cui lei non è la principessa da salvare ma il pezzo di carne di cui approfittarsi.


Alla fine Lo Chiamavano Jeeg Robot è un gioco di rimandi e di dolore sottopelle che esplode come un urlo e sfrutta le dinamiche d'avventura e cartoonesce per innescare una storia dura e matura.

Eppure, la cosa che più si farà ricordare di questo film è certamente il villain. un cattivo che oltre i nostri confini si potrebbero solo sognare. Un concentrato di violenza, la sadica scintilla di follia che accendo un fuoco di carne e sangue. Lo Zingaro (interpretato da un incredibile Luca Marinelli), il sottoprodotto del “made in italy” al panino e prosciutto, il criminale medio che sfrutta il crimine per emergere, che vuole essere qualcuno e che si trova proiettato in un cinecomic comprendendone subito le dinamiche e facendole sue in maniera quasi metacinematografica. Forse il cattivo più riuscito del cinema nostrano degli ultimi anni, che ricorda un po' il lenziano Giulio Sacchi e lo fonde con il Libanese passando per Buona Domenica e Il Grande Fratello per poi contaminarlo con il Joker dei fumetti americani.


Ovviamente però, non è tutto oro quel che luccica. Lo Chiamavano Jeeg Robot non è un film perfetto ed è ben lontano dal capolavoro. Sicuramente paga un budget da film indi che vorrebbe (e cerca di) essere qualcosa in più. Lo si intuisce dall'ultimissima parte action tutta effetti speciali, distruzione e botte. Assolutamente non arriva a tutti alla stessa maniera e in certi momenti paga il dazio e cede alla melassa. Cede al romanticismo spicciolo, facilone, alternandolo a quello profondo e crudele. E con una certa faciloneria affronta veri e propri passaggi chiave. Ma ci sta, si tratta di difetti su cui si soprassiede velocemente. Perché il film è riuscito, perché cattura, acchiappa, colpisce, riesce a far ridere e versare qualche lacrima. Perché è un film fatto con competenza e che va oltre quel che ci capita di vedere solitamente. Un film tutt'altro che scontato in un panorama scontatissimo. Perché gli italiani il cinema di genere lo sanno ancora fare, e pure bene.     

12 commenti:

  1. Diciamo che più che difetti, quelli che citi li vedo come "facilonerie" volute. Per rendere ancora di più atmosfera di genere. Non me lo potrei aspettare diversamente, questo film. Altrimenti forse sarebbe sovraccarico.
    Ah, io Il ragazzo invisibile l'ho amato, direi che è proprio tutt'altro ma forse l'altro lato della medaglia.

    Moz-

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    1. Forse quelle romantiche" sì, ma ad esempio SPOILER quella in cui la banda camorrista viene decimata dal transessuale FINE SPOILER mi è sembrata solo gestita male. Parere mio, ovvio!

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  2. Sono tra i suoi grandi fan!
    E, come Miki, qui sopra, anch'io ho avuto una bella esperienza con l'esperimento di Salvatores. :)

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    1. Ma il film di Salvatores può anche piacere, ma secondo me resta il film che farebbe qualcuno che non ha quel genere nelle sue corde.

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  3. Concordo in pieno.
    Non perfetto, non da esaltare a priori, ma bello.
    Gli si vuole bene.

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    1. Gli si vuole tanto bene. Ora sto cercando di procurarmi il fumetto!

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  4. Anche a me è piaciuto molto, e ho trovato molto intelligente il modo in cui molte limitazioni del budget sono state aggirate. Averne!

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    1. Credo che certe scelte facciano di un film un futuro cult...

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  5. Più che perfetto, dire che il termine giusto è "cult".
    E' un cult popolare, questo gli va riconosciuto.
    Per il resto, mi è piaciuto davvero molto.
    Sto notando che sta cambiando il modo di fare cinema in Italia. Con "Jeeg Robot", "Suburra", "Veloce Come il Vento", "Mine", "Non Essere Cattivo" si sta vedendo un nuovo cinema in Italia!

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    1. Esatto, è un cult già all'uscita però, cosa niente affatto facile ;)

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  6. Amen!
    Concordo su ogni singola parola.

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