18 febbraio 2017

Arrival (di Denis Villeneuve, 2017)


COSA PENSO DEL FILM

Partiamo dal film e da quello che io penso del film facendo quello che, essenzialmente, fa il regista canadese Denis Villeneuve per tutti i suoi 116 minuti: procedere per sottrazione. In tal modo non posso dire altro che Arrival è un capolavoro. Ma non un capolavoro qualunque, non l'esaltazione della bellezza di un film nella prospettiva in cui può piacere a chi lo guarda. Intendo proprio capolavoro assoluto, che trascende il gusto. Ve lo dico chiaramente: se avete visto Arrival e non vi è piaciuto, è solo un problema vostro. E' legittimo, perfino comprensibile (ci mancherebbe), ma resta un limite vostro, non del film. Con questo non voglio definire Arrival un'opera perfetta, per me ha alcuni difetti narrativi e un importante difetto concettuale, solo che è l'apice di un certo modo di fare cinema, un certo modo di fare fantascienza – nello specifico – e tutto quello che verrà dopo non potrà prescindere da lui. Sempre che si parli di fantascienza “umana”.

Guardare quest'opera maestosa, imponente, mi ha ricordato la musica di Miles Davis. Il grande trombettista (musicista) statunitense aveva un certo modo di intendere la musica e un modo particolare di intendere il jazz. Anche lui, infatti, procedeva per sottrazione, senza accanirsi sulle note ma concentrandosi sugli “spazi” tra una nota e l'altra. Sulle pause. Sui silenzi. Per questo la sua musica colpiva allo stomaco – anche della gente comune – piuttosto che solo all'orecchio degli appassionati. Allo stesso tempo però le sue composizioni erano matematiche. Tecniche. Non perfette, né geometriche, ma basate su imprescindibili aspetti teorici. Ovvio: se vuoi sottrarre, devi sapere quanto, da cosa e saper prevedere il risultato finale.


In Arrival, secondo me, Villeneuve fa esattamente questo: conosce la teoria, conosce il tema, ha ben chiaro quale sia il materiale di partenza, sa cosa vuole farne e quale risultato vuole ottenere. Conosce bene la somma delle parti e può agire su di essa. Quindi sottrae. Non accumula. Studia la geometria della messa in scena e non somma indiscriminatamente momenti su momenti per non lasciar respiro allo spettatore. Se la prende comoda, invece. Scarnifica. Dilata. Rende il comparto tecnico funzionale, gli effetti speciali ingredienti di un tutto, sfodera il colpo di scena in maniera del tutto naturale, progressiva. Commuove fino a straziare ma lo fa colpendo la testa, non lo stomaco, stimolando, facendo riflettere lo spettatore. In tutto questo però non trascura la storia di un genere intero, imprescindibile se vuoi fare sci-fi.
Non spinge mai sull'acceleratore, anche quando il ritmo si fa più serrato. Il film però parte e procede in modo inesorabile, fin dall'inizio folgorante per arrivare alla chiusura finale del un cerchio. Guardate Arrival è capirete subito di cosa sto parlando. Vi perderete nei suoi silenzi senza per questo permettervi di distogliere un attimo l'attenzione. Non è possibile distrarsi con questo film e se a fine visione affermerete che è noioso vuol dire che l'avete fatto, che non l'avete vissuto ma solo subito. E vi sarete persi un importante pezzo di cinema, a prescindere da quanto vi sarà piaciuto.

ARRIVAL E LA COMUNICAZIONE (può contenere SPOILER)

Mi permetto, per una volta, di guardare il film da un'unica prospettiva. Di analizzarlo da un unico punto di vista, non solo quello che reputo più importante ma soprattutto quello su cui credo di avere più voce in capitolo. Arrival è un'opera di fantascienza che parla di comunicazione. Tra le specie. Tra specie diverse. Non a caso la protagonista assoluta è Louise Banks, una linguista chiamata dal governo degli Stati Uniti per collaborare con i militare e risolvere una crisi internazionale. Perché sulla Terra sono arrivati gli alieni su delle astronavi sospese nei celi di molte nazioni diverse e i terrestri vorrebbero comunicare con loro per capire cosa vogliono e che intenzioni hanno. Solo che non lo sanno fare, perché gli alieni parlano una lingua (ovviamente) sconosciuta.


Già questa l'ho trovata una scelta bellissima: porre finalmente l'accento sulla comunicazione tra specie diverse e distanti (probabilmente) anni luce una dall'altra. Distanza che può essere colmata solo da una cosa: il linguaggio.
Ora, la domanda fondamentale che bisogna porsi guardando Arrival è: cos'è il linguaggio? Ce lo spiega la linguistica: è quell'insieme di suoni, gesti, movimenti ed espressioni figurative (significanti) che ci permettono di trasmettere un significato. Per molti però il linguaggio è, limitatamente, la parola. Una parola esprime un significato (il più delle volte) completamente arbitrario. La parola fuoco, ad esempi, non ha nessuna correlazione con l'oggetto (il fuoco) in se. Ma come si è arrivati alle parole? Ecco, bella domanda. Se un tempo si pensava al linguaggio come ad un organismo “vivo”, in grado di evolversi autonomamente, adesso lo si intende come meccanismo artificiale che subisce determinate “spinte”. Per questo, tutt'ora, il nostro linguaggio si trasforma, si evolve (o involve), si arricchisce di vocaboli. Quando una lingua (quindi uno dei tanti linguaggi verbali) non si evolve, non ammette queste trasformazioni, muore. Quindi il linguaggio subisce mutazioni di vario tipo strettamente legate ai modi e ai tempi in cui una specie vive. Nell'epoca della globalizzazione, il linguaggio verbale (ma non solo) cambia, si trasforma, diventa più complesso anche se noi lo percepiamo come più semplice.

Cosa succederebbe però se arrivassero esseri da un altro pianeta o un'altra galassia? Ci troveremmo di fronte linguaggi diversi (non solo verbali), sistema grafico sconosciuto, fonetica diversa, nel caso di Arrival diversa conformazione dei rispettivi apparati. Se gli alieni infatti non hanno la bocca, non possono emettere suoni labiali o alveolari o palatali. Insomma, non possono nemmeno pronunciare le nostre parole. Questa è un'ovvietà, la capirebbe chiunque, ma non i militari americani (e probabilmente nemmeno quelli di altre nazioni) che prima tentano con gli alieni una comunicazione di tipo verbale, poi capiscono sia meglio affidarsi ad un professionista, uno che le lingue le studia. Ed è qui che entra in scena Louise.


Louise (un'immensa e bellissima Amy Adams), da brava linguista, è convinta che la lingua sia il simbolo dell'evoluzione umana e, basandoci su quanto scritto poco più su, questo modo di porla non è tanto lontano dalla realtà dei fatti. Una visione del genere si scontra però con quella di Ian Donnelly (Jeremy Renner), fisico teorico chiamato a collaborare con la Banks, convinto che il grado dell'evoluzione umana sia definito dal livello scientifico. Si tratta di due modo diversi di osservare la stessa cosa. Si tratta di diverse prospettive che, in questo caso, arrivano a coincidere nella visione che hanno della realtà gli alieni stessi, sorta di seppie giganti che hanno portato la comunicazione a coincidere con la scienza in un diverso stadio di coscienza, che li porta a trascendere i concetti di tempo e spazio.
Per spiegare questa importante scelta narrativa, in Arrival viene citata la criticata “ipotesi Sapir-Whorf”, una teoria secondo cui non è il modo di pensare ad influenzare il linguaggio ma il linguaggio a influenzare il modo di pensare. Linguaggio che agisce sui pensieri e sul cervello umano, quindi, portato agli estremi in un film che pone il linguaggio grafico al livello di un'equazione in grado di ampliare la percezione della mente umana. Linguistica che viene a coincidere con fisica. Grafico perché, ovviamente, è l'unico sistema permesso tra le due razze, è l'unico modo per avviare un processo di interazione: solo graficamente è possibile impostare un vocabolario comune.

Eppure la comunicazione, in Arrival, non è solo linguaggio. Assume anzi connotati universali nel momento in cui acquisisce valore simbolico. La comunicazione che abbatte i limiti comunicativi, la capacità che hanno esseri intelligenti di interfacciarsi tra loro. Comprendersi e collaborare. Nel film di Villeneuve, tratto dal racconto Stories of Your Life di Ted Chiang e sceneggiato da Eric Heisserer, la comunicazione diventa simbolo del vero senso della globalizzazione in un'epoca in cui lo stesso concetto di globalizzazione viene messo in discussione. Perché comunicare, anche quando a disposizione ci sono gli stessi vocaboli, non è mai facile. Perché il fraintendimento è sempre dietro l'angolo, perché noi umani, nella nostra imperfezione, siamo portati a dare alle parole il significato che di cui necessitiamo e non quello effettivo. Perché siamo vittime di un relativismo che ci spinge a guardare le cose sempre e solo dalla nostra personale prospettiva. E allora gli alieni assumono un senso messianico nella vicenda. Diventano portatori di uno strumento che ha come unico scopo amplificare le percezioni, atrofizzate dallo stesso individualismo che ci impedisce di comunicare in maniera totale.

Credo (ma potrei sbagliarmi) che Arrival sia il primo film a concepire la fantascienza del linguaggio, rendendo per la prima volta protagoniste le scienze umane e dando loro dignità (meta)narrativa in un opera di genere. Basta solo questo, per me, a renderlo un capolavoro assoluto.

12 commenti:

  1. Caspita, un articolo meraviglioso (veramente!) per un film immenso.

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    1. Grazie mille, credo questo film sia un vero capolavoro e spero almeno di avergli dato una delle tante letture interessanti.

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  2. Grandissimo pezzo, Frank.
    Per un grandissimo film.

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    1. Grazie Ford, davvero un film immenso e per quanto mi riguarda persino rivoluzionario!

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  3. Bella, bellissima analisi. Ammetto di aver un po' sottovalutato questo film ed aver scritto una recensione dettata dal momento, limitata alla prima impressione, invece di andare a fondo come hai fatto te. Complimenti davvero.

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    1. Credo che film come questi, che piacciano o meno, sollevino questioni interessanti. Sono poche le pellicole capace di solleticare i nostri intelletti, ormai.

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  4. Bellissimo pezzo su di un film che ho trovato meraviglioso; mi ha colpita a tal punto che, al contrario di te, non sono riuscita a rielaborarlo a a scriverne come meriterebbe

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    1. Ti capisco benissimo. Diciamo che io l'ho rielaborato dall'unico punto di vista che mi era permesso, quello linguistico.

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  5. Ottima analisi. Dal punto di vista visivo Arrival è un film praticamente perfetto, Villeneuve è un maestro per quanto riguarda inquadrature ed atmosfere, e le interpretazioni dei protagonisti non sono da meno. Per un film che tratta tematiche simili l'amico Zinefilo mi ha consigliato qualche tempo fa Epoch (https://ilzinefilo.wordpress.com/2016/07/28/epoch-2001/), non sono riuscito ancora a vederlo ma sembra che ne possa valere la pena :)

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    1. Non lo conosco, credo proverò a recuperlarlo se il tempo me lo permette

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  6. Grandissimo pezzo!
    Ma per me, film enorme, anche se non un capolavoro...

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    1. Beh, io credo sia il primo film a fare della fantascienza del linguaggio e, in quanto tale, credo sia un capolavoro: effettivamente non ne avevo mai visti di così!

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... e tu, cosa ne pensi?

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