La Cura dal Benessere (di Gore Verbinski, 2016)


Non è semplice trovarsi a parlare di un film come La Cura dal Benessere. Mai come in questo caso, infatti, mi sono ritrovato schiacciato dalla potenza tecnica e delle immagini completamente slegate da qualsiasi funzionalità narrativa. Mai come in questo caso la bellezza visiva ha avuto un effetto straniante, mi ha tenuto tanto lontano, distante emotivamente, dalla pochezza del racconto, tirato per le lunghe dalla soverchiante durata. 

Ma andiamo con ordine: La Cura del Benessere è un film di Gore Verbinski del 2016, sceneggiato da Justin Haythe e interpretato da Dane DeHaan, Jason Isaacs e Mia Goth.

Un racconto gotico, un mistery ambientato tra i Carpazzi le Alpi svizzere, un horror vecchia scuola, almeno per quanto riguarda il plot: un giovane e rampante broker viene inviato dalla società per cui lavora in una clinica svizzera con lo scopo di riportare a New York un amministratore delegato lì residente. Solo che il giovane Lockhart scoprirà a proprie spese che entrare nella clinica è semplice, ma andarsene non poi così tanto.


A conti fatti guardare La Cura del Benessere è quasi come assistere alla prima parte del Dracula di Bram Stoker, romanzo gotico in cui ci viene mostrato un giovane agente londinese arrivare in Romania per assistere un noto Conte locale in una transizione immobiliare e poi non riuscire più a tornare a casa. Appunto, dicevo, il film di Verbinski è evidentemente un horror gotico che, al di là delle apparenze, gioca con gli stilemi del genere richiamando opere quali il Frankenstein di Mary Shelley, il citato Dracula o perle cinematografiche come, ad esempio, Gli Orrori del Castello di Norimberga di Mario Bava fino ad arrivare a lavori più recenti come Shutter Island di Martin Scorsese. E' evidente quindi che il film, per come era stato pensato da Haythe, non fosse altro che un lavoro derivativo. Basta inoltre guardare la prima mezz'ora per capire dove si andrà a parare, perché e in quale maniera. Basta, appunto, conoscere i topoi di un genere quale il racconto gotico per farsi un'idea di quelli che saranno i risvolti narrativi. 

Quindi ammettiamolo: in mano a qualsiasi altro regista, La Cura dal Benessere non avrebbe mai fatto parlare di se, né in bene né in male. Perché non ci sarebbe stato nulla di cui parlare. Però la regia è stata affidata a Gore Verbinski, quindi le cose cambiano.


Cambiano perché Verbinski è uno bravo. Bravissimo. Cambiano perché probabilmente è anche uno molto sveglio, dotato di un'intelligenza acuta che gli avrà permesso di rendersi conto prima di altri della piattezza e dell'inconcludenza di risvolti ridondanti e di incoerenze assortite in una sceneggiatura che gira su se stessa provando ad arricchirsi e a colmare lo stesso vuoto di cui si nutre. E allora, se sei un regista con le palle, cosa ci fai con un film del genere? Lo fai tuo, lo rivolti come un calzino. Lo cambi nell'essenza. Solo che, a mio parere, Verbinski è anche un egocentrico. E quando narrativamente la sostanza è poca, un egocentrico riempie i buchi con se stesso. 

Allora eccolo lanciarsi in virtuosismi, il signor Verbinski. Muovere la camera e accompagnare l'occhio dello spettatore in un tour da esteta, sconvolgerlo attraverso la potenza dell'immaginifico, piegare i cliché alla propria verve di narratore per immagini. Dipingere personaggi, citare i maestri (che per lui sembrerebbero essere Bava, Kubric, Scorsese Friedkin), sconvolgere e stupire, tanto lo sguardo quanto lo stomaco del pubblico che non ha altre possibilità che piegarsi a lui, lasciarlo fare, lasciarsi trasportare. Anche se, alla fine, il viaggio non porterà a nulla, da nessuna parte, perché non vi è destinazione e i contenuti si potrebbero sintetizzare in poche, abusate idee, neanche tanto chiare. 


C'è una poetica in La Cura del Benessere? Sì, forse, non si sa. C'è ossessione, piuttosto. martellante ossessione visiva per elementi tipici di un cinema coerente con se stesso per quanto diversificato. Ad esempio, quella per l'acqua. Ecco, l'acqua per questo regista è un mostro contro cui tutti i suoi personaggi, in maniera diretta o indiretta, si devono scontrare. O un contenitore di mostruosità, lo scrigno di insane paure, inconsci terrori, luogo di atroci torture. Poi c'è l'ossessione per la perfezione formale attraverso cui raccontare deformità psicologiche che, molto spesso, diventano anche fisiche. Il problema è che alla fine, in questo film, tutte le ossessioni, i virtuosismi, la potenza visiva e la perfezione tecnica diventano fini a loro stessi. Per carità, una gioia per gli occhi o un pugno nello stomaco, ma slegate tra di loro e slegate da un qualsiasi coinvolgimento narrativo. Non vengono utilizzate per "raccontare" ma solo per "colmare". 

La Cura del Benessere è quindi un film impossibile da giudicare se non sulla base dell'assenza di una sua coerenza interna. Quindi è bellezza incompiuta, sporca e potente, che si aggrappa allo squallore di corridoi o vecchi bar fuori dal tempo, per poi rifiorire tra strade di montagna e nel candore della purezza abbagliante dell'incontaminato, che però non trova motivo d'esistere se non fine a se stesso. Peccato, perché è bellezza rara, che meriterebbe di venir valorizzata.

Commenti

  1. Risposte
    1. A tuo rischio e pericolo però :D

      Elimina
    2. Ma porca miseria... posso dire che è una buddhanata, per quanto ben infiocchettata?

      Elimina
    3. E' la sintesi di quel che ho detto io. Solo che, più che ben infiocchettata, si tratta di una regia che va per i fatti suoi perché il film è una buddhanata :D

      Elimina
  2. Anche a me è sembrato un film diviso in due tronconi, forse anche di più, non è certo impeccabile ma mi è piaciuto, anche se ho quasi sempre detto peste e corna di Verbinski. Ha il gusto di certi horror anni '70 un visione la merita ;-) Cheers

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me V., in questo film, dimostra tutta la sua bravura tecnica e visiva. Peccato che si tratti appunto solo di questo, con scene abbastanza slegate tra loro. Tutta colpa di una sceneggiatura che mette carte in tavola, ma di un altro gioco.

      Elimina
  3. Oggettivamente è un lunghissimo lunghissimo pasticcio, ma a me le cose belle e fini a loro stesse, in certi giorni, piacciono. E Verbinski, nonostante la trama di scarti e ritagli, qui ha un fascino assurdo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti qui l'unica cosa che si salva e Verbinski. Che però sembra dirigere un altro film :D

      Elimina

Posta un commento

... e tu, cosa ne pensi?

Post più popolari