A Ghost Story (di David Lowery, 2017)


Ci sono film che guardi e ti accorgi, mentre la visione sta andando avanti, che si tratta proprio del film che stavi aspettando. Nella vita mi è successo rare volte. Forse, a voler fare uno sforzo di ricordare, nessuna. Almeno finché non ho guardato A Ghost Story. Perché questo film, scritto e diretto da David Lowery, è esattamente il film che stavo aspettando. 

Sto portando avanti un progetto che quasi sicuramente vedrà la luce il prossimo anno e che mi è costato più di due anni di lavoro. Oltre ai classici sudore e fativa. A Ghost Story, inaspettatamente, racchiude il senso di questo "lavoro" in circa 1 ore e mezza di lungometraggio. Per questo e per altri motivi, ho avuto l'impressione che mi stesse aspettando. Che questo dovesse essere IL film di quest'anno. O addirittura della mia vita. Perché in A Ghost Story c'è la bellezza che cercavo. Quella che ti strazia l'anima, che ti ferisce il cuore, che ti scarnifica il corpo. C'è la malinconia dei lunghi silenzi, il dolore della memoria - eternamente labile - e la potenza dei sentimenti, che non possono morire anche se spesso ci convinciamo del contrario. In A Ghost Story (ripeterò questo titolo fino alla sfinimento, purché vi rimanga in testa) ci sono dilemmi esistenziali, le grandi domande che, al di là delle risposte, hanno valore proprio in quanto tali. Ma, soprattutto, c'è il tentativo di proporre un punto di vista differente, oserei dire nuovo: uno sguardo sull'esistenza che proviene direttamente dalla non-esistenza. 


La storia è semplice: C e M vivono in una casa ma la devono lasciare, devono trasferirsi. Poco prima di questo trasferimento, lui muore e di lui resta solo il fantasma, incatenato in quella stessa casa che da vivo avrebbe dovuto abbandonare, ma solo per amore di lei. Non voglio dirvi di più perché mi sono approcciato al film senza saperne nulla e credo sia questo il modo migliore. 

A dispetto di quanto possa far intendere il titolo, A Ghost Story non è un film horror. L'opera di Lowery prende molto in prestito dall'horror, in special modo i suoi archetipi, ma con fini diversi. Tutto sembra prendere forma da un'idea o, meglio, da un'intuizione, ovvero narrare la storia di un fantasma dal punto di vista di un fantasma nella sua iconografia più classica e gotica, che il cinema ci ha imposto per anni: quella di un lenzuolo con due buchi al posto degli occhi. Io lo so che all'idea starete tutti sghignazzando, ma se deciderete di dare una chance a A Ghost Story capirete che da ridere c'è poco. Anzi, quasi nulla.


Spesso mi sono chiesto se si potesse rappresentare la memoria al cinema, tanto quella singola quanto quella collettiva. Non da un punto di vista fisico, materiale, quanto da quello "filosofico". Può un racconto per immagini, nella propria chiarezza espressiva, rappresentare un'idea tanto volatile, inafferrabile e mutevole? Perché, cos'è la memoria? Si fonde e confonde spesso col ricordo ed è giusto, ma come fa ad essere qualcosa di tanto personale e impersonale al tempo stesso, vittima e carnefice dell'umanità? Prigioniera del tempo? In A Ghost Story c'è l'uovo di Colombo, il regista arriva ad una epifania: far diventare la memoria un'attesa ed ecco, sì, tu l'attesa la puoi filmare, la puoi rappresentare visivamente. Ma se decidi di rapprensetarla in un unico "personaggio", l'oggetto protagonista di questa "messa in scena", allora l'unico modo è incarnarla in un fantasma. Anzi, IL fantasma. Che è reminescenza, ricordo, riflesso.

David Lowery è bravo, anzi, bravissimo. Ha il pieno controllo del mezzo e si vede: le sue inquadrature, per lo più fisse o basatate su movimenti di macchina molto lenti, danno vita a splendidi pianosequenza, gioielli incorniciati dal form ractio inusuale di 1,37 : 1 (dagli angoli smussati) che appaiono come vere e proprie istantanee ferme nel tempo.
Il regista dilata i tempi allo sfinimento, che se devi rappresentare l'attesa è questo l'unico modo. Dilata i tempi dei singoli momenti, però. Le carezze nel letto tra due innamorati, ad esempio. Rooney Mara (M) che mangia una torta. Lo splendido monologo interpretato da Will Oldham. O il fantasma di C, immobile al punto da fondersi con la location. In questo modo l'attimo permane, diviene centrale, mentre il concetto stesso di tempo perde valore sotto lo sguardo malinconico del fantasma tra presente, passato e futuro, scorrendo per i fatti propri, arrivando persino a riavvolgersi.


Certo, un film del genere si deve basare sulla prova degli attori, per quanto circostanziali al film stesso: Casey Affleck è bravissimo anche con un lenzuolo sulla testa per più di un ora. Rooney Mara, oltre ad essere stupenda e ad aver riacceso in me un amore mai appassito, è in grado di monopolizzare l'attenzione dello spettatore nell'immobilità eterea in cui spesso viene imprigionata, nei suoi grandi occhi fissi, per citare Neruda. 

A Ghost Story è una storia delicatamente spietata, dolce quanto dolorosa, violentemente romantica. E' una storia d'amore bellissima ma triste, triste davvero. Come molte storie d'amore, infondo. E' il silenzio di due fantasmi che dialogano, è la fotografia da brividi di Andrew Droz Palermo o la bellissima colonna sonora ascoltata con le cuffiette, distesi per terra, in questo fantomatico ricordo che ricongiunge due persone ormai distanti, su diversi piani d'esistenza, almeno per un istante. E' "I'm waiting for someone" senza ricordare chi, per poi rendersi conto che quel qualcuno non tornerà più. E allora il ricordo non ha più motivo di esistere in quella forma, il fantasma va via, la storia, quella raccontata dal film o dalla casa in cui è ambientato, finisce. Finisce con i dubbio di un bigliettino rimasto lì, che forse portava con se il motivo stesso per cui quel ricordo ancora vive (in altra forma) e lì era rimasto per secoli, forse per sempre, sopportando solitudine, rabbia e rimpianto. Lasciandomi senza vergogna con gli occhi colmi di lacrime. Musica.

Commenti

  1. L'ho messo da parte da una decina giorni, ma aspettavo il momento giusto.
    Arrivo troppo stanco, ultimamente, per godermi un film che già mi facevo profondissimo e imperdibile. La tua recensione, all'altezza eccome, mette fretta.
    Vedo di consacrare il pomeriggio a Lowery.

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    1. Guardalo assolutamente, per me è un film incredibile... ma è davvero difficile, lento e merita molta attenzione.

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    1. Sì, ho letto il tuo post proprio questa mattina prima di andare a lavoro e concordo con te. Nonostante il modo poetico di esprimere la tua opinione sia considerabile come bellissima opera a se!

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  3. Non sei il primo che ne parla così bene, lo recupererò sicuramente.

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  4. Dopo un articolo così le aspettative non possono che essere elevatissime. Lo cerco subito!

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    1. Verranno rispettate. Sempre ammesso che i film lenti lentissimi non ti dispiacciano.

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