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Girl (di Lukas Dhont, 2018)

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L'adolescenza è un periodo difficile, tanto da un punto di vista scientifico quanto umano. E' il momento in cui il corpo cerca di raggiunge il proprio pieno sviluppo, il cervello diviene vittima di una certa instabilità chimica, il cuore comincia a perdere i primi battiti. L'adolescenza è un'età difficile perché giovani adulti/vecchi bambini cominciano a cercare una propria dimensione. Non è facile, non è semplice per nulla vivere nell'indefinito dell'essere. Ancor di più se l'indefinito ce lo portiamo addosso, nella carne, come fa Lara, la protagonista di Girl.
Girl è un film belga del 2018, scritto e diretto da Lukas Dhont. Presentato al Festival di Cannes (dove ha riscosso un importante successo) e prossimamente candidato agli Oscar nella sezione "miglior film straniero", è un'opera assolutamente difficile per quanto è bella. Perché la bellezza è complicata. La bellezza è nei posti in cui meno te la aspetti. Girl è un film bello, bellissimo…

Breve opinione su The Nun - La vocazione del male (di Corin Hardy, 2018)

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The Nun non è il film che mi sarei aspettato e mentirei se non ammettessi che da una parte è meno peggio di quanto avessi pensato all'inizio e dall'altra ha deluso alcune mie aspettative celate, subconsce, legate per lo più al fatto che The Conjuring 2 io l'ho adorato e che l'antagonista principale di entrambe le pellicole, Valak, sia uno dei più spaventosi degli ultimi anni.
Parlo di The Conjuring 2 (in Italia "Il Caso Enfield") poiché The Nun è il suo spin-off diretto, un po' come Annabellelo era stato del primo. Ma a differenza della bambola demoniaca più famosa del mondo, quella sul demone Valak (tra)vestito da suora è una storia originale che (nel film) risale al 1952, in Romania, dove il Vaticano invia padre Burke e suor Irene per indagare sul caso di suicidio di una suora del locale Monastero di Cârța.
Diretto da Corin Hardy e prodotto da James Wan e Peter Safran, The Nun è un filmetto poco solido ma che si contraddistingue per bei colpi di regia, …

Slender Man (di Sylvain White, 2018)

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Il motivo per cui sono andato a guardare Slender Man al cinema nonostante mi aspettassi già che non ne valesse la pena è scontato: mi piacciono le creepypasta e quella dell'Uomo Esile è una delle più famose, se non la più famosa in assoluto. Prima di parlare del film (su cui c'è poco da dire, purtroppo), permettetemi quindi di raccontarvi qualcosa sulla leggenda da cui l'opera diretta da Sylvain White è stata tratta.
Slender Man nasce nel Giugno del 2009 e suo padre è l'americano conosciuto come Victor Surge, al secolo Erik Knudsen, grazie a cui vinse un concorso di ritocco fotografico indetto dal sito Something Awful. Knudsen inserì questa inquietante figura in due foto ritraenti bambini: un essere alto e magro, vestito elegantemente (completo nero, camicia bianca, cravatta nera), dalle braccia lunghe e sproporzionate rispetto al resto del corpo, la testa calva, il viso privo di lineamenti e tentacoli sul retro del corpo. 


Da quel momento in poi Slenderman riscosse u…

Ghost Stories (di Jeremy Dyson e Andy Nyman, 2018)

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Sono un fan degli horror antologici ed è da una vita che lo vado ripetendo. Eppure non mi sono approcciato a Ghost Stories come ho fatto con un XX, per citarne uno recente, o un Creepshow a caso. Questo perché da più fonti sul web mi era parso di capire che Ghost Stories non fosse affatto quel genere di film, nonostante ciò che il titolo farebbe supporre. Al timone ci sono gli inglesi Jeremy Dyson e Andy Nyman: il primo, membro del quartetto comico League of Gentlemen, è più famoso come sceneggiatore televisivo mentre il secondo, illusionista/showman, è regista di fama più consolidata (Severance, Funeral Party, Cattivissimo Me 3 e Dead Set). Nel 2010 i due idearono e diressero insieme la produzione teatrale a tema sovrannaturale Ghost Stories, da cui il loro primo film in tandem è stato tratto.
Il Prof. Phillip Goodman ha dedicato la propria vita al trionfo della logica e della scienza sulle credenze popolari che trovano nel sovrannaturale la propria ragion d'essere. Il suo progra…

Shark - Il primo squalo (The Meg)

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Di ritorno dalla chiusura estiva del blog, mi ritrovo a parlare di un film estremamente estivo, uscito nei cinema nostrani due - tre settimane fa. Infondo cosa c'è di più estivo di un film sugli squali?
Ora, il cinema d'estate è un po' un terno al lotto eppure forse resta il mio periodo preferito: meno gente, fresco, horror. Perché sembrerebbe quasi che ci provino un gusto sardonico i distributori nostrani ha far uscire film dell'orrore tra Luglio e Agosto, in sala. Da qui forse nasce un grande fraintendimento riguardo Shark - Il primo squalo (ok, titolo idiota, per correttezza e velocità d'ora in poi lo chiamerò solo The Meg): nonostante sia un film su uno squalo preistorico che mangia la gente, questo non è un horror. E' ancora più lontano dall'horror di Jaws del 1975, che in realtà è un thriller e trasferisce le dinamiche del genere in un'ambientazione claustrofobica come quella marina fondendosi in modo perfetto all'introspezione del Moby Dick

Hereditary - Le Radici del Male (di Ari Aster, 2018)

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Una cosa su cui insisto sempre è il potere dell'horror, che deve essere quello di turbare il fruitore. Il perturbante deve essere alla base di ogni horror che si rispetti, sia esso un racconto paranormale, uno splatter o un rape & revenge. Si tratta di un concetto psicoanalitico che può attecchire in base alla personalità o al vissuto del fruitore su diversi livelli. La così detta paura che ne può derivare è quindi soggettiva. In altre parole un film horror (rimanendo in ambito cinematografico) può non farmi paura ma di base deve presentarsi come qualcosa che mi turbi ponendomi di fronte a una contraddizione: il reale o il quotidiano che si fanno estranei. 
Molti nuovi registi horror hanno fatto propria questa lezione. L'hanno studiata e l'hanno imparata e con alcune tra le perle di questi ultimi anni, al netto dei loro difetti, l'hanno dimostrata. Non si tratta mai del mostro nascosto nell'ombra ma dell'ombra stessa che può nascondere il mostro. E non ci …

Dogman (di Matteo Garrone, 2018)

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Come sempre ci arrivo in ritardo, ma alla fine ci arrivo. Non che certi film faccia male guardarli lontano dal clamore, anzi. Forse per me è il modo migliore di approciarli e infatti Dogman mi è piaciuto tanto anche lontano dall'entusiasmo che hanno portato a definirlo un capolavoro.
Facciamo qualche passo indietro, però: siamo nel 1988, a Roma. Pietro De Negri, detto er canaro perchè ha un negozio di toilettatura per cani, uccide l'ex puglile dilettante Giancarlo Ricci. Non siamo tra brave persone, direbbe qualuno. L'ambientazione è quella della microcriminalità della zona Portuense. Eppure il delitto appare sconvolgente a sentire le dichiarazioni di De Nigri stesso, che parlano di torture e mutilazioni. Non che sia vero, ma l'assassino è pazzo e compiaciuto di una fantasia sadica frutto della vendetta. La notizia fa scalpore. Ancora oggi, a trent'anni di distanza, se ne parla, nonostante nell'immaginario comune sia rimasta impressa la fantasia, non la realtà…