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Visualizzazione dei post da Gennaio, 2012

E tu vivrai nel terrore... l'Aldilà (di L. Fulci, 1980)

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Ok, sto per accingermi a fare qualcosa di molto stupido, qualcosa che mi ero ripromesso di lasciar fare a chi fosse in grado, qualcosa da cui però non posso esimermi dopo aver visto questo film per l'ennesima volta: recensire E tu vivrai nel terrore... L'aldilà, del maestro Lucio Fulci.
Il problema è che parlare di un film di Fulci (ma soprattutto di questo) è un po' come parlare di una composizione poetica: o hai i mezzi per poterlo fare oppure devi lasciarti andare all'ispirazione. Io, che di cinema capisco poco o nulla, mi lascerò quindi ispirare dalle immagini che proprio in questo momento scorrono d'avanti ai miei occhi.
"In questo libro sono raccolte le profezie di Eibon, che si tramandano da più di quattromila anni. Sette terribili porte sono nascoste nella terra e nel mare in sette luoghi maledetti. Guai a chi si avvicinerà senza sapere! Guai a chi aprirà una delle sette porte dell'Inferno, perché attraverso quella porta il male invaderà il mond…

Moneyball: L'Arte di Vincere (di B. Miller, 2012)

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"L'arte di vincere la si impara nelle sconfitte" (Simon Bolivar)
Il sogno americano si è infranto. Siamo in tempo di crisi, ragazzi, qualcosa di molto più profondo e malato di quanto ci abbiano voluto far credere fino a pochi mesi fa. E sappiatelo, dall'altra parte dell'oceano (senza darlo a vedere, perchè loro devono essere sempre alti, fighi e belli) non se la stanno passando molto meglio. Il "volere è potere" è un'utopia e tutta la perseveranza, l'impegno e la voglia di fare del mondo non servono più a niente se non possiedi i mezzi per poter competere. E i mezzi, oggi come ieri, sono e rimangono i soldi.
Come sempre il cinema si fa rappresentazione di un determinato momento storico e sti americani qui, quando devono rappresentare la parabola di un uomo, quasi sempre usano l'immagine della parabola sportiva. 
L'arte di Vincere (Moneyball) però è diverso e di questo dobbiamo rendere grazie al team creativo che ci sta dietro, ovvero Steve…

Alla ricerca di una via d'uscita (Poesia)

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(foto di Frank Romantico)

Cerco una via d'uscita: dalla stanza che si restringe, dal letto che ormai è a ridosso dell'armadio. Una via d'uscita che mi porti in quell'altrove che ho vissuto solo in sogno.
Mi sveglio e, alzandomi, sbatto la testa sul soffitto. Sto soffocando, sì, premuto/spermuto dall'aria carica di piombo. Dal muro, il poster di un cantante che non conosco mi saluta da Las Vegas come fosse un manichino.
Vomito un po', la scrivania ormai è andata, Il computer se l'è portato via l'uomo nero, passato a salutare. Resta la finestra, sì, la finestra da cui guardo il cielo implodere.
di Frank Romantico

Non solo mazzate: JCVD (di M. El Mechri, 2008)

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Piccolo preambolo: sono stato molto di parte nel recensiere questa pellicola, pur ponendola nella dimensione che gli è propria. Non voglio convincere nessuno che questo sia un bel film, dico semplicemente quel che penso. Non è quindi la recensione di un espertone, solo il punto di vista di uno che da piccolo venerava i film di Van Damme, che ha assistito al suo declino e che è stato contento di vederlo, in un certo senso, riabilitato. Ok, iniziamo.

Jean-Claude Van-Damme è un attore, regista, sceneggiatore e artista marziale belga. Dopo essere diventato famoso in patria come atleta e culturista, emigrò negli Stati Uniti nel 1982 deciso ad intraprendere la carriera di attore. Il resto della storia è risaputo: Van Damme, in America, lavora in varie produzioni e partecipa a vari film in ruoli minori, svolgendo nel frattempo lavori di routine. Questo fino al successo commerciale di Bloodsport (conosciuto in Italia con il titolo Senza esclusioni di colpi) e all'arrivo di John Woo con i…

THE VERSATILE BLOGGER AWARD

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Ci sono cose che ti risollevano una giornata e certamente una di queste cose può essere vincere un premio. Benissimo, ieri Combinazione Casuale (cioè io) ha vinto un premio e niente poteva risollevarmi la giornata più di questo. Sto parlando di The Versatile Blogger Award, una specie di catena in cui ogni blogger fa conoscere altri blogger e altri blog che ritiene meritevoli, nominandoli. 
Prima di tutto ringrazio Stargirl per avermi premiato nel suo blog Giovane, Carina & Disoccupata, mi ha fatto davvero tanto piacere, e ora passo a elencare le regole di questo gioco/premio:
1) Rivelare 7 cose che il mondo dovrebbe sapere su di voi. 2) Premiare 15 blog che ritenete particolarmente meritevoli e comunicarglielo sotto forma di commento. Iniziamo? Perfetto:
1) Mi piace guardare la pioggia e i temporali, quando magari il vento muove i rami degli alberi nella penombra o il fruscio invade la notte. 2) A volte guardo film in lingue che non conosco solo per vedere l'effetto che fa. 3) Mi pi…

The Innkeepers (di Ti West, 2011)

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Da qualche anno, sul web, girano piccoli video horror, scherzi per spaventare gli amici e che ti prendono alla sprovvista, come questo (ve lo dico subito, all'improvviso una creatura mostruosa vi assalirà, non voglio morti sul mio blog):  

Ecco, avete visto? Questo è in sintesi il cinema horror degli ultimi dieci anni: balzi sulla sedia, mostri che vengono fuori all'improvviso facendo "bu", suoni sparati al massimo del volume. Lobotomia celebrale. Merda. Manca l'atmosfera, manca la costruzione della suspance e la catarsi, tutto è impersonale e volgare. Manca la classe.  Poi arriva un tizio americano, uno che si chiama Ti West, trentun'anni e cinque film sulle spalle, e ti sembra quasi di tornare a respirare. Uno che nel 2011 gira un film e lo chiama The Innkeepers (cioè, vi rendete conto? The Innkeepers), con la locandina più figa che abbia visto da molto tempo a questa parte e attori che credo non si sia mai inculato nessuno.
Ma andiamo con ordine: Il Yankee Ped…

1997 - Fuga da New York (di J. Carpenter, 1981)

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"Il post-apocalittico, al cinema, va sempre di moda". E' questo che mi son detto oggi rivedendo per l'ennesima volta Doomsday di Nel Marshall. E' la stessa cosa che mi ripeto ogni volta che, ciclicamente, rivedo 1997 Fuga da New York, forse il simbolo del cinema post-apocalittico, quel film che ogni regista che si accosta al genere vorrebbe aver girato e che poi cita senza ritegno, come fosse la Bibbia.
John Carpenter girò Escape from New York nel 1981 ma lo scrisse nel 1975, un periodo certamente non tutto rosa e fiori per l'America post Richard Nixon e guerra del Vietnam. E infatti nel film si respira tutta la sfiducia verso le istituzioni e l'oppressiva sensazione di aver perduto credito nei confronti del resto del mondo, la paura mai veramente superata di un'imminente guerra nuclerare. Tutta roba attuale, tutte problematiche ancora scottanti che alimentano l'immaginario comune. Però, come al solito, Carpenter è stato il migliore nel rappresenta…

Eraserhead - La mente che cancella (di D. Lynch, 1977)

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"In heaveneverything is fine"
Così canta la donna del calorifero, sul palco decadente dove balla le gioie dell'altrove. Henry si è addormentato e vuole dimenticare, mentre suo figlio piange e la moglie scappa via, mentre l'universo implode per tornare a se stesso, un embrione, un film in bianco e nero privo di qualsiasi prospettiva commerciale.
Il cinema di Lynch è un quadro vivente, una scultura organica fatta di terra e sogni. Sicuramente Eraserhead ne è la rappresentazione più avanguardistica, il seme che è germogliato in un percorso verso la morte del cinema, un requiem cantato con forza straordinaria in INLAND EMPIRE. La forza delle immagini sublima quella delle parole. L'improbabile sceneggiatura su cui si sviluppa Eraserhead è un susseguirsi di visioni che penetrano la realtà quotidiana, scardinandola. Tutto tra le righe, come se le parole non bastassero ad esprimere un'idea tanto grande.

JappoAnime - Quarta puntata: Neon Genesis Evangelion

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Quando si parla di anime spesso si intende cartone animato e si fa riferimento ad un prodotto per bambini. Qualcosa di innoquo, da guardare con una merendina in mano il pomeriggio presto, prima di fare i compiti. Questo però succede solo da noi, che su certe cose abbiamo un livello culturale che scende sotto lo zero. Per il Giappone, la patria del genere, gli anime invece sono una cosa seria, che abbiano un target per bambini o per adulti.
NEON GENESIS EVANGELION
Neon Genesis Evangelion (o più semplicemente Evangelion), letteralmente "Il Vangelo del Nuovo Secolo", esplode il 3 Ottobre del 1995 su Tv Tokyo. "Esplode" non è certo un'eufemismo: questa serie animata di ben 26 episodi sconvolge una nazione intera, infrange ogni record divenendo la più vista di sempre e arriva a monopolizzare l'intero mercato televisivo, cinematografico e musicale.

Il Seme della Follia (di J. Carpenter, 1995)

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Ci sono film che ti accompagnano per tutta la vita quasi fossero una tata amorevole. Film da guardare ogni due-tre mesi, medicina da prendere regolarmente contro i dolori dell'esistenza, pena la pazzia.  Per chi è cresciuto con l'horror, uno di questi film è sicuramente Il Seme della Follia del maestro John Carpenter, anno 1995.
Apro parentesi: tutti credono che i film di Carpenter siano semplicemente film. Bè, sarebbe come dire che la Gioconda è solo il ritratto di una donna che riesce a trattenere a stento le risate. Persino parlare di horror è limitativo, perchè il buon vecchio John ha sempre dimostrato che lui con le etichette ci si pulisce il c...uore. Il Seme della Follia, in questo senso, è molto di più di un film horror e a volte quasi mi convinco che sia stato girato da un alieno, da qualche entità proveniente dal cuore buio dell'universo, capace di pensare cose che a noi umani sono precluse. 
John Trent (Sam Neill) è un detective delle assicurazioni che, per cont…

L'epica della violenza: Centurion (di N. Marshall, 2010)

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Ogni tanto qualcuno si dimentica che il cinema non è necessariamente un'attività intellettuale. Che un film,  a volte, può essere solo un film, rifuggire la definizione di opera d'arte e rifugiarsi in quella di puro intrattenimento. 
Se c'è un regista capace di intrattenere senza darsi arie da intellettualoide impegnato, quello è sicuramente Neil Marshall. Uno che ha iniziato con un lungometraggio chiamato Dog Soldier, film guerriglio-licantropesco diventato al di là delle reali qualità "artistiche" un piccolo cult. Uno che si è divertito a fare uno dei migliori horror di questo sciocco millennio (The Descent) e poi se n'è uscito con un movie post apocalittico che omaggia tanto b-movie anni 80 (Doomsday). Uno così. Roba da andare dritto in Inghilterra solo per abbracciarlo. 
Eppure la gente ha sempre da ridire. Non si accontenta mai: botte? Ne vuole di più. Sangue? Vuole vederne fiumi. Era il 2010 quando, così, Neil decise di scendere di nuovo in campo, piazza…

Completo da tennis

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Mentre guidavo
ho visto un uomo
in completo da tennis:
le scarpe, i pantaloncini,
persino la racchetta.
Sulla statale,
era un uomo molto vecchio
e non so perchè
non mi è sembrato insensato,
non so perchè
ho solo rallentato
per poterlo salutare.

Adesso bevo caffè con ghiaccio
e non mi piace,
rimango appoggiato al muro
e sono una posa,
un poster strappato,
il ricordo di un gargoyle
macchiato di smog.
Ho ripensato a quell'uomo
in completo da tennis
e ho capito
che il tempo
ti ferisce
solo quando
gli impedisci di passare.

Il tempo che fu: Nemico Pubblico (di M. Mann, 2009)

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Mann è ed è sempre stato un regista fuori dal tempo. L'ha dimostrato nel corso della sua carriera, con i suoi film e i suoi personaggi sospesi in quel non luogo chiamato cinema. Uomini schiacciati dalla loro epoca, fantasmi impegnati nel difficile compito di autodeterminarsi e di trovare, tra mille altre, la loro strada. 
Il suo ultimo lavoro, Nemico Pubblico (Public Enemies), anno 2009, non si discosta da tutto questo, impregnato più di quanto possa sembrare della poetica del regista. A differenza dei personaggi che racconta, il buon vecchio Michael riesce da sempre a tenere il passo: cade ma non crolla, non scompare. La sua tecnica (sempre eccelsa, ma arrivati a questo punto si da per scontata) e lo spessore dei suoi lavori sono ormai marchio di fabbrica aiutati, come in questo caso, dalle innovazioni tecniche del campo: il risultato è vera e propria alta sartoria cinematografica.
Il film racconta l'ultimo anno di vita del mitico John Dillinger, rapinatore di banche, fu…

Leggende metropolitane: Candyman - Terrore dietro lo specchio (di B. Rose, nel 1992)

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Vi siete mai accorti di quanto uno specchio sia (s)oggetto carico di potenzialità? Insomma, è sempre stato un simbolo mistico, alcuni credevano fosse in grado di imprigionare l'anima di chiunque vi si riflettesse ed è stato utilizzato come oggetto magico e strumento simbolico da tanto folklore e letteratura, per non parlare del cinema.
Ne Il Signore del Male della divinità John Carpenter è il passaggio verso una dimensione altra dove è stato imprigionato il Male, nel finale di Twin Peaks il simbolo dell'identità infranta, in Profondo Rosso strumento rivelatore che mostra la verità invisibile agli occhi, mentre Bergman e altri ne hanno fatto comune rappresentazione del doppio, della duplicità (se non molteplicità) dell'io. In effetti il cinema è da sempre considerato lo specchio della realtà e in molti hanno usato e abusato di questa immagine. E poi ci sono le leggende metropolitane. Sono quelle storie d'epoca contemporanea che partendo (forse) da un fondo di verità passa…

Father and Daughter (di D. De Wit, 2000)

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Il reiterarsi, l'eterno ripetersi, il costante allontanarsi e avvicinarsi, perdendosi tra luoghi e volti, tra la memoria e il sogno. 
E' strano trovare l'essenza della vita racchiusa nei dieci minuti di un cortometraggio animato. E' come cercare di chiudere il mare in una bottiglia, il tempo in una clessidra. Eppure l'eterno ritorno sta volta è tutto lì, nelle ruote di una bicicletta che girano, in quei raggi che si rincorrono all'infinito.
Un padre parte per il mare a bordo di una barchetta e lascia la figlioletta sulla riva. La bambina, il giorno dopo, torna nel luogo della separazione ma del padre non v'è traccia. Continuerà a tornare lì, dove le strade di padre e figlia si sono separate, nel corso di tutta la sua esistenza, prima ragazza, poi madre e infine vecchia.

Father and Daughter è opera di Dudok De Wit, artista olandese che ritrae un'istante nel suo continuo rincorrersi. La delicatezza dell'abbandono dipinto con colori autunnali sullo sfond…

In un'epoca che non è la nostra: Midnight in Paris (di W. Allen, 2011)

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"Ogni città è negli occhi di chi la vive"

Chi di noi, almeno una volta, non ha pensato di essere nato nel luogo e nel tempo sbagliato? Chi non ha pensato, almeno una volta nella vita, che se fosse nato in un mitico tempo passato, sarebbe stato più felice? Tutti. Forse Nessuno, perchè siamo Ulisse in un mondo che non ci appartiene, noi, così scontenti di quello che viviamo, così felici quando riusciamo ad immergerci nel sogno. Forse.
Immagini da cartolina: è così che inizia l'ultima (ops, la penultima) fatica di Woody Allen, Midnight In Paris (2011). Fa quasi paura, perchè il pensiero corre subito all'orribile Vicky, Cristina, Barcelona e viene da chiedersi se il vecchio Woody abbia davvero perso il senno o l'ispirazione. Niente di male se si considerano i capolavori del passato. Eppure il regista e sceneggiatore continua il suo tour nelle capitali europee e passa lì dove tanti altri sono passati: Parigi, una città che ti si insinua dentro anche se non te ne acco…

Control (di A. Corbijn, 2007)

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"Spesso il male di vivere ho incontrato", scrisse Eugenio Montale negli Ossi di Seppia. Era il 1925.  Era il 1977, invece, quando nacquero i Joy Division, capitanati dal frontman Ian Curtis, che del male di vivere fece uno stile. 
"When routine bites hard,
And ambitions are low,
And resentment rides high,
But emotions won't grow,
And we're changing our ways,
Taking different roads."


Il tormento di una generazione, ereditata dalle generazioni successive, eredità di quelle precedenti. Un male antico, profondo, radicato nell'anima. A volte nascono profeti, altri martiri. Probabilmente Ian Curtis è stato tutte e due le cose.
"It's Better to Burn Out Than to Fade Away" ("E' meglio bruciare che spegnersi lentamente"), scrisse Neil Young nel '79 in Hey Hey, My My (Into the Black). Frase presa in prestito, in punto di morte, da un'altra icona suicida del rock, Kurt Cobain.  Curtis bruciò nel silenzio della cucina della propr…

L'impero della mente: INLAND EMPIRE (di D. Lynch, 2006)

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Quando uno parla di quello che gli piace, rischia di dover parlare di cose di cui sarebbe meglio non parlare. Però c'è il masochismo e una certa dose di egocentrismo e chi scrive - inutile negarlo - ne ha in abbondanza di entrambe. C'è l'amore, che ti fa fare cose cui non credevi possibile. Amare un film può essere come amare una bella ragazza (o un bel ragazzo), provi certe cose e non può spiegare il perchè: le provi e basta.
"E' ora di svegliarti, bella ragazza"
E invece no, perchè il cinema di David Lynch è un sogno senza fine, con i tratti dell'incubo, con l'atmosfera surreale di un mondo altro, altro da dove siamo noi, ma non poi così tanto. INLAND EMPIRE, maiuscolo come il vero cinema, è stato l'ultimo film del regista del Montana, l'apoteosi, la chiusura di un cerchio aperto tanti anni prima con Strade Perdutee continuato con Mulholland Drive, ma che trova il proprio senso nel percorso di una carriera (e di una vita) intera. 
A Inland E…

C'era una volta in Inghilterra: This is England (di S. Meadows, 2006)

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Autore che viene autore che va, ce n’è sempre uno da tenere d’occhio perché, nonostante il grande pubblico non lo conosca (e meno male, mi viene da aggiungere) può quando meno te lo aspetti riservare delle sorprese. Se è vero che di simili esemplari ne sono rimasti ben pochi, quelli che restano sono senza ombra di dubbio da degustare a piccole sorsate e quasi sempre gravitano attorno al mondo del cinema indipendente.
Un esempio facile facile ma poi non così scontato è sicuramente Shane "Shady" Meadows, talentuoso regista inglese classe 1972, fattosi notare già nel lontano 1997 con il suo primo lungometraggio Twenty Four Seven e che con gli anni ha segnato qualche colpo a vuoto ma almeno due o tre così ben assestati da far brillare gli occhi a chi il cinema lo ama, pure senza grandi firme o grandi budget. L’ultima fatica del regista risale a qualche annetto fa (2008) e si chiama Somers Town, ovviamente inedita nel nostro paese, mentre la penultima, This is England (2006) è…

Il jazz aveva un nome: Bird (di C. Eastwood, 1988)

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A me la musica piace tutta. Mi piace ascoltare quel che ha da dire, soprattutto. E non parlo solo di parole, perchè le parole non sempre bastano: a volte c'è più forza in sette note e nel coraggio di tirarci fuori l'anima.  Se però dovessi scegliere un genere in particolare che esercita sulla mia anima una forza dirompente, sceglierei sicuramente il jazz.
Il jazz è un genere musicale ma non solo. È uno stile, un atteggiamento, un'attitudine. Il jazz è libertà e abnegazione, si nutre delle radici di chi lo suona e ne diviene prolungamento, coscienza e volontà, a volte ragione di vita. "Nasce" ufficialmente a New Orleans nei primi anni del novecento, nelle sale da ballo, nelle bettole, nei piccoli club notturni. Viene portato in giro per l'America degli anni '20 dalle prime Big Band, e da lì non si ferma più. Infatti evolve e cambia, finchè nel '45 vive la sua prima rivoluzione, quella che gli porterà fortuna e primo vero successo, facendolo le…

La Promessa dell'Assassino: il cinema si è fatto carne (D. Cronenberg, 2007)

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Vi ricorderete che qualche giorno fa ho recensito il film Scanners di David Cronenberg e che, in quell'occasione, accennai a La Promessa dell'Assassino affermando che avrei parlato successivamente di questo film. Ecco, anno nuovo e quel momento è arrivato, quindi mettetevi seduti e abbiate un po' di pazienza: cercherò di essere il meno noioso possibile.
La Promessa dell'Assassino (Eastern Promises) è un film del 2007, il secondo della nuova stagione cronenberghiana dopo A History of Violence. Se, infatti, c'è una critica comunemente avanzata contro gli ultimi prodotti del canadese, è che questi abbiano tradito lo spirito outsider di tutta la sua precedente produzione artistica. Niente di più sbagliato: come ho scritto parlando di Scanners, Cronenberg segue un percorso che lo porta ad ampliare la tematica ossessiva alle basi del suo cinema, segnando una netta evoluzione rispetto alle origini e rinnovando (rendendola, è vero, più digeribile al grande pubblico) la pr…

Silencio... Mulholland Drive (di D. Lynch, 2001)

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"Silencio... No hay banda. / È tutto registrato. / È tutto un nastro. / È solo un'illusione."

Tutti hanno un film della vita. Anzi, no: tutti hanno un film che ha cambiato la loro vita. Se vi viene da storcere la bocca a questa affermazione, non avete ben presente la forza che la settima arte possiede. Un film (uno qualunque) può arrivare in un determinato momento e colpirvi con la sua forza sconquassandovi completamente. Mostrare nuove direzioni. Aprire le porte dell'altrove e dare inizio ad un viaggio che non avreste mai ritenuto possibile. Il mio film della vita è senza ombra di dubbio Mulholland Drive.
Mulholland Drive è un film del 2001 scritto e diretto da David Lynch, artista poliedrico di cui ho già parlato in passato. Un film non comune, sia perchè il suo non è un regista comune, sia per la storia difficile che sta dietro la pellicola.
Rita è una donna senza memoria sopravvissuta ad un tentato omicidio e ad un incidente stradale. Incontra Betty, appena arriva…