Annientamento (di Alex Garland, 2018)


La cosa che più velocemente mi è saltata all'occhio guardando Annientamento, è stata la perfetta simmetria di quasi tutte le inquadrature a camera fissa. Quindi è la prima cosa di cui voglio parlarvi, senza preamboli. I movimenti di camera, studiati e curati in maniera chirurgica, ricercano questa simmetria, che per gran parte della durata del film sembra un mero vezzo estetico ma che poi, nella parte finale, svela la propria natura squisitamente narrativa. 
Tutto si muove su asse orizzontale per cercate a livello verticale un elemento visivo o scenico che divida lo schermo in due. Una soluzione che tradisce la natura cinematografica del film, perché Annientamento (Annihilation, in lingua originale), distribuito da Netflix, era destinato ad arrivare sul grande schermo come prodotto di punta della Paramount Pictures. Infondo stiamo parlando di un film che, nonostante il budget "povero", è stato tratto da un best sellers letterario e ha nel proprio cast stelle del cinema quali i Premio Oscar Natalie PortmanJennifer Jason Leigh. Solo che misteriosi sono i meccanismi di Hollywood. Misteriosi e obsoleti, ancora basati sul concetto di "proiezione test" e di "pubblico" nel senso più dispregiativo del termine. Uno dei difetti del secondo film da regista di Alex Garland è quindi estraneo al film stesso. Visivamente parlando, Annientamento è un'opera imponente che soffre la necessità di "riempire" gli occhi dello spettatore subendo le limitazioni dello schermo su cui è stato miseramente destinato. 


Ma facciamo qualche passo indietro. Annihilation è un romanzo fantascientifico dello scrittore americano Jeff VanderMeer, primo libro di una trilogia di successo che ovviamente la Paramount ha deciso di adattare. Alle spalle del progetto però c'è anche la società di Scott Rudin, uno che di cinema ne capisce. Per dirigere e scrivere il film viene scelto Alex Garland, scrittore di successo anche in campo cinematografico che nel 2015 aveva esordito dietro la macchina da presa con Ex Machina (su cui tornerò dopo). Io non ho letto il libro, ma si dice sia un attimino complesso, forse troppo per subire un adattamento. Quindi Garland fa quel che qualunque altro regista (e autore) che conosce il proprio mestriere avrebbe fatto: agisce sul soggetto e lo muta per permettergli di adattarsi al media cui è destinato. Però... c'è un però.


E' evidente che Annientamento subisca la propria natura letteraria. La storia di cinque donne/scenziate inviate ad investigare nell'Area X, una zona del territorio Americano circondata da una strana fluorescenza di natura aliena in rapida espansione. La fluorescenza, oltre ad impedire il funzionamento di qualsiasi dispositivo elettronico, sembra avere strani effetti su chi ci si avventura all'interno: tutte le precedenti spedizioni (militari) non sono mai tornate, provoca strane mutazioni e forse porta persino alla follia. Purtroppo Garland cade nel tranello (congenito al tipo di film) e piuttosto che "mostrare" decide di "raccontare". Non poteva essere altrimenti? Chissà. Sta di fatto che per la prima ora e mezza le cose accadono perché sì e lo spettatore si trova costretto a ricorrere a una sospensione dell'incredulità totale e costante e a guardare un film dalla CGI non riuscitissima (il budget è quello che è) con personaggi costretti a spiegare e a spiegarsi. Personaggi bellissimi che non esistono in quanto tali e che quindi non si evolvono naturalmente, ma che necessitano di un intervento esterno e quindi di essere spiegati. Forse si salva dal meccanismo (in parte) solo la protagonista, la biologa Lena, che ha a disposizione una serie di flashback per svelare la propria storia e natura. 


Detto questo, non fraitendetemi: a me il film è piaciuto tanto. Una fantascienza che cede spesso all'horror con almeno due sequenze memorabili: quella di body horror in salsa foundfootage (che è una tecnica cinematografica, non necessariamente un genere) e quella dell'orso. Questo perché Garland è bravo e quando può permettersi di mostrare invece che di raccontare lo dimostra in maniera plateale. In maniera subliminale invece, il regista ricorre alla simmetria e gira un grande film, perché il suo non è un vezzo "alla Kubric" ma un modo per trascendere l'impostazione stessa della storia. Che parla di duplicità e sulla duplicità basa la propria ultima, magnifica mezz'ora. Una mezz'ora capace di farti sanguinare gli occhi per quanto è bella, che ti aliena con una colonna sonora incredibile, che eleva tutto il film e che si rivela cinema con la C maiuscola. Nonostante da noi sia arrivata in streaming per la TV. Quello è anche il momento in cui, finalmente, si sceglie di allentare la briglia e allo spettatore viene concesso di mutare, da elemento passivo a elemento attivo. In cui il concetto di dualismo diviene preponderante. Perché forse l'(auto)annientamento del titolo è generato proprio dal dualismo di cui ogni essere umano è vittima. La duplicità dell'essere, che solitamente dobbiamo tenere a bada e che nell'ultima parte si fa carne, se così la vogliamo chiamare. Garland torna a parlare di "raziocinio", come aveva già fatto nel suo film precedente, solo che questa volta estende la propria riflessione portandola su livelli più che umani ma sfruttando la fantascienza per parlare dell'essere umano e del suo lato più intimo, arma a doppio taglio che si rivela il nostro punto debole ma anche il nostro vero unico punto di forza, permettendoci di evolverci e trasformarci. 

Per quanto meno bello di Ex Machina, Annientamento mi è piaciuto sicuramente di più. E non ho paura a dirlo, che mi frega. Il cinema deve essere esprerienza collettiva (vero) ma ogni individuo ha il diritto di rielaborarla nel proprio intimo. Così è stato per me. 

Commenti

  1. Condivido: meno "fascinoso" di Ex Machina ma ben più profondo e complesso. E' un film sulle paure ancestrali dell'uomo e sul modo di affrontarle, paradossalmente è me è sembrato quasi un film "sulla malattia" (il bagliore può essere paragonato a un tumore che si espande e distrugge tutto ciò che gli sta intorno). Peccato solo non poterlo vedere al cinema: gli effetti speciali, seppur a basso budget, sono talmente belli che avrebbero meritato il grande schermo...

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    1. Infatti, questo film è stato pensato per il grande schermo, è un vero peccato che incompetenti poi lo abbiano "declassato". Nonostante ciò, sicuramente l'essere disponibile su Netflix gli ha garantito parte del successo che merita.

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  2. La penso come te! È un film con molti difetti ma con uno spirito che sento molto vicino :)

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    1. Sì, riesce a suscitare anche una forte empatia... o almeno è capitato a me :D

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