Revenge (di Coralie Fargeat, 2017)


Coralie Fargeat è una giovane regista e sceneggiatrice francese. Credo in pochi ne abbiano sentito parlare prima d'ora e che il suo nome sia sconosciuto ai più. Il suo primo lungometraggio è infatti un film dell'anno scorso, presentato per la prima volta al Toronto International Film Festival 2017 e arrivato qui da noi al Torino Film Festival 2017. Revenge. Un titolo semplice, che incarna perfettamente il senso ultimo di questo lavoro. Quello della Fargeat è infatti un rape & revenge, ma limitarsi a "classificarlo" come tale risulterebbe alquanto limitante.

Jen è una bellissima donna che assieme all'amante Richard si reca nell'enorme villa che quest'ultimo possiede nel Grand Canyon, per passare qualche giorno insieme prima del tradizionale week end di caccia che il ricco uomo passa assieme ai due amici Stan e Dimitri. Peccato che la più bella delle vacanze prenderà una piega terribile e sanguinaria.

Quando parliamo di rape & revenge spesso riduciamo le tipiche dinamiche del cinema dal globale all'analitico inquadrate da un punto di vista "di genere". Di genere in tutti i sensi, poiché non ci limitiamo al "genere" cinematografico ma ad una distinzione umana: il "gender", maschio/femmina come dualismo culturale che il cinema ha sempre proprosto nella sintesi delle propri dinamiche. Dinamiche "maschiliste", dovute ad un retaggio patriarcale dominante che hanno sempre determinato uno squilibrio di tipo "sessuale". 
Cercando di essere più sintetici, il cinema è sempre stato di sesso maschile, limitando il genere femminile al ruolo di comprimario e osservandolo (appunto) da un punto di vista biologicamente "sessuale". Con le dovute eccezioni, sopratutto negli ultimi anni. Però è proprio a questa impostazione che la Fargeat si ribella ed è su questo presupposto che Revenge attua il proprio ribaltamento. Ribaltalmento violento, per evidenziarne la natura violenta di cui sopra. 


Credo fosse doverosa questa premessa. Sia per poter mettere in guardia il possibile spettatore, sia per poter tentare un'analisi del film.

EHI, TU CHE VUOI GUARDARE QUESTO FILM, ATTENTO:

Revenge è un film esagerato, che non punta sulla verosimiglianza (non c'è verosimiglianza, lo spettatore è costretto passivamente ad esercitare la sospensione della propria incredulità) ma sull'azione e sulla potenza della messa in scena. Un film che ha qualcosa da dire a livello meta-cinematografico e che si fa, quindi, metafora. Per tutti questi motivi può piacere come non piacere: se si accetta la natura di Revenge e le sue contraddizioni, allora lo si apprezza. Probabilmente si arriva ad amarlo. Se non si riesce a rinunciare alla razionalita del racconto e delle dinamiche causa/effetto, allora si finirà per odiarlo. Resta il fatto che un rape & revenge così non si era mai visto: estremamente splatter, fortemente basato sull'azione, complice una messa in scena eccezionale si rivela un action con pochi rivali, dalle dinamiche coinvolgenti e tecnicamente ineccepibile. Un piacere per gli occhi. La componente horror emerge nei dettagli granguignoleschi, nella forte componente gore e, in maniera più generica, nel richiamare i cliché del genere sfruttandoli alla luce del sole, in senso letterale, creando un contrasto intrigante. L'uso delle luci infatti, con la splendida fotografia di Robrecht Heyvaert, permette di determinare nello spettatore un senso di oppressione e di ansia che il caldo sole del deserto e lo sfuttamento degli spazi aperti amplifica invece di ridurre.


DA QUI, SPOILER:

Come ho già detto, però, Coralie Fargeat va oltre la semplice - per modo di dire - messa in scena. E' a livello metacinematografico infatti che Revenge ha più cose da dire. Ribaltamento dei generi nel tentativo di sovverchiare violentemente la natura fallocentrica del "sistema cinema", che non solo riduce le figure femminili a subalterne o comprimarie, ma soprattutto tende a degradarle leggendole in chiave sessuale, oggettivizzandole. 
Jen non è solo bellissima. E' sensuale. La MDP ce lo dimostra sin dalla sua prima apparizione, indagando sul corpo di lei con sguardo voluttuoso. La donna ci viene presentata come oggetto e come tale viene vista dai personaggi maschlii. Non donna quindi, ma femmina. Niente di nuovo sotto il sole e in effetti è questa la spinta che da il via al rape & revenge.
Fino al momento del rape ci sembra di assistere al più classico dei film. La camera indaga, spoglia la protagonista. la piega alle dinamiche, classiche, di questo e tanti altri lavori cinematografici. E' la camera a "violentare" metaforicamente per prima la donna. Il tutto culmina con lo stupro e, poco dopo, con la "morte" di Jen. La vita di una donna subordinata al proprio ruolo di bambola, oggetto dalla valenza puramente biologica, che quando non serve più o diviene ostacolo può essere letteralmente distrutta.

Solo che a quel punto qualcosa cambia. In quello che potremmo considerare il culmine di Revenge e anche quello della mancanza di verosimiglianza, notiamo la presa di posizione della regista. Jen, da bambola/oggetto, comincia ad incarnare la figura stessa della donna quale forza naturale, creatrice e distruttrice assimilabile alla madre (terra). Jes muore e rinasce, trasformata. E così da inizio alla propria rivincita e al lato revenge del film. Sporca di sangue e di polvere, trasformata nel fisico e nella mente, diventa forza attiva rifiutando la passività a cui era stata relegata. Prende possesso del film e noi spettatori la osserviamo al di là di tette e culo. La morte simbolica le restituisce vera vita, portandola al di là dei generi e dei sessi. Ribaltamento. Jen si vendica e facendolo rivendica il posto della donna nel cinema. Uccide. Agisce. L'uomo, d'altro canto, si mostra sciocco, violento e impotente. Spogliato anch'egli, ma non in quanto oggetto: la nudità dimostra la sua inutilità, nel momento stesso in cui il "maschio" diviene animale e basta.


CONCLUSIONE (SENZA SPOILER):

Sono un maschio e di certo non mi definisco un femminista. Ma il film mi è piaciuto e persino io ho compreso che Revenge ha qualcosa da dire e che sa dirlo con stile. Coralie Fargeat è un'ottima regista e lo dimostra in più di una sequenza, culminando nel momento finale che io considero tecnicamente perfetto. L'italiana Matilda Lutz incarna fisicamente questa perfezione. Incarna il film stesso attraverso la propria fisicità. Lo stesso vale per gli altri attori, ma è lei la regina della scena.

Revenge però non è per tutti. Esagera, ma non lo nega. E' un action violentissimo che subordina la verosimiglianza a quanto vuole esprimere. Non nego che in alcuni momenti ho fatto davvero fatica a subirlo perché narrativamente è un colabrodo e se non ne si accetta lo spirito, quello che la regista a voluto infondervi, diventa niente più che un accumulo di situazioni assurde. Resta comunque, anche in quel caso, un action che ha davvero poco da invidiare. O un horror iperviolento che solleticherà gli amanti del gore.

Commenti

  1. Ne aveva scritto anche Cannibal, mi incuriosisce molto.
    Spero di recuperarlo appena finita la sbronza Mondiale. ;)

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    1. Da un lato credo ti piacerà, ma non ne sono sicuro al cento per cento. Anche tu come me preda della febbre Mondiale? :D

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  2. Non sei il primo che lo consiglia... bisogna proprio che me lo recuperi!

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    1. Se non ti da fastidio il dover sospendere l'incredulità fino in fondo credo ne varrà la pena ;)

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