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Visualizzazione dei post da Agosto, 2018

Shark - Il primo squalo (The Meg)

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Di ritorno dalla chiusura estiva del blog, mi ritrovo a parlare di un film estremamente estivo, uscito nei cinema nostrani due - tre settimane fa. Infondo cosa c'è di più estivo di un film sugli squali?
Ora, il cinema d'estate è un po' un terno al lotto eppure forse resta il mio periodo preferito: meno gente, fresco, horror. Perché sembrerebbe quasi che ci provino un gusto sardonico i distributori nostrani ha far uscire film dell'orrore tra Luglio e Agosto, in sala. Da qui forse nasce un grande fraintendimento riguardo Shark - Il primo squalo (ok, titolo idiota, per correttezza e velocità d'ora in poi lo chiamerò solo The Meg): nonostante sia un film su uno squalo preistorico che mangia la gente, questo non è un horror. E' ancora più lontano dall'horror di Jaws del 1975, che in realtà è un thriller e trasferisce le dinamiche del genere in un'ambientazione claustrofobica come quella marina fondendosi in modo perfetto all'introspezione del Moby Dick

Hereditary - Le Radici del Male (di Ari Aster, 2018)

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Una cosa su cui insisto sempre è il potere dell'horror, che deve essere quello di turbare il fruitore. Il perturbante deve essere alla base di ogni horror che si rispetti, sia esso un racconto paranormale, uno splatter o un rape & revenge. Si tratta di un concetto psicoanalitico che può attecchire in base alla personalità o al vissuto del fruitore su diversi livelli. La così detta paura che ne può derivare è quindi soggettiva. In altre parole un film horror (rimanendo in ambito cinematografico) può non farmi paura ma di base deve presentarsi come qualcosa che mi turbi ponendomi di fronte a una contraddizione: il reale o il quotidiano che si fanno estranei. 
Molti nuovi registi horror hanno fatto propria questa lezione. L'hanno studiata e l'hanno imparata e con alcune tra le perle di questi ultimi anni, al netto dei loro difetti, l'hanno dimostrata. Non si tratta mai del mostro nascosto nell'ombra ma dell'ombra stessa che può nascondere il mostro. E non ci …

Dogman (di Matteo Garrone, 2018)

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Come sempre ci arrivo in ritardo, ma alla fine ci arrivo. Non che certi film faccia male guardarli lontano dal clamore, anzi. Forse per me è il modo migliore di approciarli e infatti Dogman mi è piaciuto tanto anche lontano dall'entusiasmo che hanno portato a definirlo un capolavoro.
Facciamo qualche passo indietro, però: siamo nel 1988, a Roma. Pietro De Negri, detto er canaro perchè ha un negozio di toilettatura per cani, uccide l'ex puglile dilettante Giancarlo Ricci. Non siamo tra brave persone, direbbe qualuno. L'ambientazione è quella della microcriminalità della zona Portuense. Eppure il delitto appare sconvolgente a sentire le dichiarazioni di De Nigri stesso, che parlano di torture e mutilazioni. Non che sia vero, ma l'assassino è pazzo e compiaciuto di una fantasia sadica frutto della vendetta. La notizia fa scalpore. Ancora oggi, a trent'anni di distanza, se ne parla, nonostante nell'immaginario comune sia rimasta impressa la fantasia, non la realtà…